Elezioni regionali e referendum sui seggi della Camera e del Senato, 20 e 21 settembre 2020

Titoli dei giornali quotidiani
Corriere della Sera: Il voto dà respiro al governo
la Repubblica: Regioni, il Pd ferma Salvini
La Stampa: Stravince il sì, il voto blinda il governo
Il Sole 24 Ore: Fondi Ue, l’Italia tra sviluppo e declino
Avvenire: Sì al taglio. E pareggio
Il Messaggero: Il voto rafforza il governo
Leggo: Elezioni regionali 3-3
Il Giornale: Spallata fallita
Qn: Fallita la spallata, governo più forte
Il Fatto: Sì [avete perso]
Libero: Mattarella sciolga le camere Non sono più costituzzionali
La Verità: Vincono tutti, perde solo Renzi
Il Mattino: Valanga DeLuca, flop Lega al Sud
il Quotidiano del Sud: Il trionfo del Sì fa nascere la terza camera dello Stato
il manifesto: Una grande storia
Domani: Il declino dei populisti Vincono il referendum ma perdono il paese

Ha stravinto il Sì
Con il 69,96 per cento contro il 30,04 dei No, il Sì ha stravinto al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari. È la più importante modifica dell’assetto istituzionale nella storia della Repubblica: dalla prossima legislatura i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. Il M5s, principale fautore del taglio, per bocca di Luigi Di Maio ha definito il risultato «storico» . Nicola Zingaretti, che aveva imposto il Sì al Pd tra i mal di pancia di molti dem, ha promesso che ora si aprirà «una stagione di riforme». A cominciare dai decreti sicurezza di Salvini che vanno modificati e dal Mes che potrebbe portare all’Italia 36 miliardi con cui rafforzare il sistema sanitario nazionale. L’affluenza è stata di poco sotto al 53,8%.
Complessivamente, secondo l’Agi, i Sì sono stati 17.913.054 pari al 69,96%, i No 7.692.029, pari al 30,04- Per l’Ansa i Sì sono stati 17.168.498 (69,64%), i No 7.484.940 (30,36%).

«Resta il nodo delle altre riforme da varare, che sono il necessario corollario del taglio dei parlamentari per non fare inceppare il sistema: oltre a una nuova mappa di collegi che corregga le distorsioni figlie della nuova norma (in alcune Regioni l’opposizione potrebbe non essere rappresentata al Senato), bisogna rivedere il sistema di elezione del presidente della Repubblica (dovrebbe essere rivista al ribasso l’attuale quota di 58 delegati regionali) e soprattutto i regolamenti parlamentari, per riscrivere ad esempio il ruolo delle commissioni, che avranno meno rappresentanti. È un pacchetto di “correttivi” che fanno parte di un accordo di maggioranza firmato a ottobre, subito dopo la nascita del governo giallorosso, dal quale dipende l’efficienza del sistema istituzionale rimodellato dal Sì al referendum» [Lauria, Rep]. Di Maio ora punta anche al taglio degli stipendi dei parlamentari [Sta].

Stando ai primi dati diffusi da Youtrend sui voti scrutinati, il No avrebbe vinto in alcuni centri storici: nel collegio di Milano centro, in quello di Torino Crocette e nei municipi 1 e 2 di Roma, esattamente in quelle zone composte da ceti medio-alti dove il Partito democratico conserva alcune roccaforti elettorali. Il dato sembra riscontrabile a Firenze dove, nel Comune, il Sì vince solo con il 55% [Cannavò, Fatto]. Sebastiano Messina sulla Repubblica: «I numeri ci dicono però che siamo di fronte a una vittoria, non a un trionfo. Il Sì, infatti – lo ha ricordato Arturo Parisi alla vigilia del voto – partiva con un vantaggio amplissimo, visto che la modifica alla Costituzione era stata approvata dal 97 per cento dei parlamentari. E aveva l’appoggio ufficiale, oltre che del Movimento 5 Stelle, del Partito democratico, della Lega, di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, la cui somma dei consensi alle ultime europee è stata pari all’89,3 per cento. Il risultato di ieri rivela che più di un quarto degli elettori ha votato in modo opposto all’indicazione del suo partito. Il No, al contrario, è passato dal 3 per cento registrato in Parlamento a una percentuale dieci volte maggiore».

« Non so se sia la famosa “doppiezza togliattiana”, o un machiavellismo da bar, o semplicemente le prime avvisaglie di demenza senile, ma ho votato No sperando che vincesse il Sì, centrando con una sola scheda ben due obiettivi: votare secondo le mie convinzioni, e al tempo stesso non dovermi sentire partecipe dell’uso antigovernativo di un’eventuale vittoria del No (preferirei che questo governo, dunque questa legislatura, durassero almeno fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica)» [Michele Serra, Rep].

Pareggio alle Regionali
Dal voto per la Regionali centrodestra e centrosinistra escono con un 3-3. In attesa del risultato della Valle d’Aosta, dove lo scrutinio si inizierà questa mattina. Il centrodestra ha tenuto con ampio margine Veneto e Liguria e ha strappato al centrosinistra le Marche. A sua volta il centrosinistra ha mantenuto Toscana, Campania e Puglia. Un risultato che blinda il governo di un esultante Giuseppe Conte: «Durerò fino al 2023». Veri vincitori di questa tornata elettorale sono Nicola Zingaretti («il Pd è il primo partito italiano») e Giorgia Meloni («Fdi è l’unico partito che cresce da Nord a Sud»). Esultano, ma solo per mascherare le loro delusioni: Matteo Salvini che sperava in un 5 a 1 («Prendere il 40% in Toscana è una soddisfazione enorme»); Silvio Berlusconi che deve fare i conti con un risultato fra il 5 e il 10% («Siamo decisivi»); Matteo Renzi che in Toscana ha preso il 3,7% («Se ora c’è uno spazio politico alternativo a populisti e sovranisti è perché lo ha aperto Italia Viva»). Sconfitto, anche se con una piccola rivincita di Di Maio, il M5s di Vittorio Crimi. Deduce Gramellini sul Corriere che tra gli elettori del movimento «la stragrande maggioranza di chi ha votato Sì al referendum si è dimenticato di votare Cinquestelle alle Regionali».

Con il 76,6% di preferenze il presidente del Veneto Luca Zaia, confermato al suo terzo mandato, è il governatore più votato di sempre. E la sua lista personale al 45,4% fa impallidire quella ufficiale della Lega che ha incassato un timido 15,9%. «Se andasse oltre il milione di voti, Zaia presidente supererebbe da sola la soglia di sbarramento nazionale del 3%, segnala YouTrend […]. Con il governatore Zaia considerato l’unico vero vincitore, visto che la sua lista ha triplicato i consensi del partito in Veneto. È un lungo cahier de doléances quello che i dirigenti lumbard presenteranno a Matteo. La premessa, spiega un big, è che alla guida resta lui. Almeno fino a quando i vari Giorgetti e Zaia non lo sfideranno apertamente per prendere le redini della Lega» [Guasco, Mess].

Secondo mandato per De Luca in Campania con il 69,61% (dato delle 5). Alberto Infelise su La Stampa: «I risultati parlano chiaro. Il principale antagonista, Stefano Caldoro, è più che doppiato, restando fermo al 20%. “I presidenti del Covid hanno stravinto”, ha detto mogio mogio Caldoro ieri sera. “Hanno vinto, credo, anche per l’atteggiamento protettivo, da sceriffi”. È andata ancora peggio alla candidata del Movimento 5 Stelle, Valeria Ciarambino che si è fermata al 10%».

Vince in Toscana Eugenio Giani con il 48,6%. Ernesto Ferrara su la Repubblica: «Di lui l’attore Paolo Hendel scherzando ma non troppo dice che per quante cene, compleanni e battesimi ha presenziato in 30 anni forse ormai conosce davvero i toscani “uno per uno”. Di certo ne conosce talmente tanti – e tanto bene ha funzionato la campagna anti Lega messa in piedi dal Pd nelle ultime settimane – da aver battuto la sfidante leghista Susanna Ceccardi, pupilla di Salvini, in 5 province su 10. Ed è quasi un miracolo, a ben vedere. Perchè solo nel 2019 la Lega era primo partito in 7 province toscane. Stavolta vola il Pd, che sfiora il 35% – 2 punti più di un anno fa ma senza Renzi che ha fondato Italia Viva – , e sulle sue ali vola pure Giani mentre tracolla la Lega, che perde oltre 250 mila voti assoluti rispetto alle Europee di un anno fa, dal 31 al 21% e prende scoppole micidiali sul territorio. Alcune anche simboliche: a Pisa città, governata da un sindaco leghista, Giani sbaraglia Ceccardi col 55% con la Lega che si ferma al 19%. A Cascina, terra natia di Ceccardi, da dove la pupilla di Salvini era partita facendo la sindaca 4 anni fa, Giani 51%-Ceccardi 38».

Le Marche vanno al candidato di Fratelli d’Italia Francesco Acquaroli con il 49,12% dei voti. Fabrizio Caccia sul Corriere: «È lui, il nuovo governatore. Da venticinque anni il centrosinistra regnava nelle Marche. Ora però si volta pagina. Acquaroli, generazione Atreju, 25 anni fa aveva 20 anni e militava nel Fronte della Gioventù, è lì che si legò alla Meloni, fino a diventare deputato di Fratelli d’Italia. Lei lo ha voluto fortemente anche stavolta e lui ha stravinto. Ieri, col centrodestra unito, ha conquistato Palazzo Raffaello: “Un trionfo – esulta la Meloni -. Dopo l’Umbria, un’altra roccaforte della sinistra è caduta. Dicevano che Francesco era solo una mia comparsa, invece ha dimostrato tutto il suo valore”. Lui, già sindaco di Potenza Picena, ha finalmente smesso di contare tutti i chilometri percorsi con la sua Golf bianca, sempre da solo o al massimo con l’assistente Eleonora. Un giorno alla Scavolini i dirigenti della fabbrica apparvero sorpresi: “Ma lei non ha uno staff?”. Acquaroli si commuove: “La prima cosa che farò? Andrò a trovare i miei genitori Luigia e Attilio al cimitero del mio paese. Questa vittoria la dedico a loro”».

Michele Emiliano in Puglia batte Raffaele Fitto 47,1% contro 38,8%. Giuseppe Salvaggiulo su La Stampa: «In una corrida con 8 candidati presidenti e 1300 candidati consiglieri, Emiliano ha radunato 15 liste sulle 29 totali ed è stato pure dipinto con la caricatura di Cetto Laqualunque, per via delle sue assunzioni last minute. Ha imbarcato transfughi destrorsi facendo inorridire le anime belle sinistrorse. Si è inimicato i medici per aver tenuto per sé l’assessorato alla Sanità. Ha incassato molto e contrattaccato poco. Ma nonostante 15 anni di potere, non senza spregiudicatezza, ha conservato un tratto di umanità che supera le strategie di comunicazione (a proposito: anche la storica agenzia Proforma si è sfilata, questa volta). E in fondo ai pugliesi piace ancora questo omone sudato e sfatto che dopo due ore di assedio, aspettando la trentesima diretta tv, si attacca alla bottiglia di birra e addenta goffamente un panzerotto fritto, macchiando di sugo il bavero della giacca».

In Liguria Giovanni Toti vince con il 56,2%. Fabio Martini su La Stampa: «Nell’unica Regione nella quale Pd e Cinque stelle si sono alleati, i due elettorati non si sono sommati e anzi hanno prodotto (come già in Umbria) una diminuzione dei voti».

Maurizio Molinari su Repubblica: «È presto per affermare se l’indebolimento del fronte populista-sovranista sia una circostanza occasionale oppure un momento di cambiamento destinato a durare nel tempo. Di certo è impossibile non notare la coincidenza con il primo voto dopo l’inizio della pandemia Covid 19: gli italiani che si sono recati alle urne sono reduci e protagonisti della battaglia contro il virus e dunque in cima alla scala delle loro priorità vi sono temi assai concreti come l’amministrazione del territorio, la ripresa dell’economia, la gestione della Sanità e la riapertura delle scuole, argomenti che mal si coniugano con la narrativa populista basata sull’anti-politica permanente o con la narrativa sovranista contro i migranti».

Matteo Salvini ha tenuto a precisare che ora il centrodestra governa in 15 regioni su 20.

Incerto l’esito del voto in Val d’Aosta
«In Valle d’Aosta la Lega cresce ma non sfonda e i progressisti firmano un inatteso exploit. Sale anche il centrodestra (Forza Italia e Fratelli d’Italia) e arretrano le forze autonomiste, tra cui l’Union Valdôtaine, partito egemone nella regione alpina per molti anni. A rischio quorum il Movimento 5 stelle e la lista Pour l’autonomie di Augusto Rollandin, per sei volte nominato governatore nel recente passato. È il quadro politico che emerge dagli exit poll sulle regionali in Valle d’Aosta e che dovrà essere confermato dallo spoglio delle schede in programma oggi. Il rischio “ingovernabilità” torna quindi ad aleggiare su piazza Deffeyes, sede del Consiglio Valle» [Enrico Marcoz, CdS].

Sindaci, centrodestra in vantaggio
«Gli exit poll un quadro della situazione lo indicano già: tra le 1.178 città – tre capoluoghi di regione (Aosta, Trento e Venezia) e 15 capoluoghi di provincia (da Bolzano a Reggio Calabria) –, i candidati del centrodestra risultano in vantaggio. E nonostante l’affermazione del Sì nel Referendum, nessun candidato del Movimento 5 stelle riesce ad arrivare neanche al ballottaggio. Neanche a quanto sembra il papirologo Gianluca Del Mastro alfiere della coalizione Pd -M5S nel regno di Luigi Di Maio, ovvero Pomigliano d’Arco. A guidare la pattuglia del centrodestra è il sindaco uscente, il Doge del Mose, Luigi Brugnaro accreditato di consensi tra il 49,5%-53,5%, con la possibilità quindi di elezione già al primo turno, mentre Pier Paolo Baretta, candidato del centrosinistra, pare essersi fermato in una forbice tra il 29,5 e il 33,5%» [Alessandra Spinelli su dati del Consorzio Opinion Italia per Rai, Mess].

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