Giornata internazionale della lingua dei segni, 23 sett 2020

Giornata internazionale della lingua dei segni. Giulia Villoresi su il Venerdì (la Repubblica): «Ogni anno in Italia nascono circa duemila bambini sordi. In più di 90 casi su cento sono figli di genitori udenti, quindi impreparati ad affrontare la sordità. Alle loro domande le strutture sanitarie rispondono con un protocollo consolidato: indirizzano subito il bambino all’uso di una tecnologia per l’udito e raccomandano la logopedia come supporto all’apprendimento della lingua vocale. Questo approccio ha un punto debole: esclude l’unica soluzione che garantisce il pieno sviluppo delle facoltà cognitive e sociali del bambino sordo, ovvero l’esposizione precoce a una lingua dei segni. Le lingue segnate non sono uno scimmiottamento di quelle parlate, ma lingue a tutti gli effetti, complesse, vive, naturali, cioè emerse spontaneamente nella cultura. E anche con un fascino particolare: quando gli ominidi iniziarono a comunicare in modo articolato, probabilmente usarono una lingua simile a quelle che oggi usano i sordi. Ogni Paese ha la sua, con storie che si perdono nella notte dei tempi. La nostra è la Lis, lingua dei segni italiana, ma il nostro Stato, unico tra quelli europei, non l’ha ancora riconosciuta ufficialmente. Il che implica, tra le altre cose, che le scuole elementari e medie non ne prevedano l’insegnamento (salvo rare eccezioni), negando ai sordi il pieno accesso all’istruzione. Su questo ritardo pesa un pregiudizio antico: che una lingua dei segni non sia una vera lingua e che la scelta di vita più auspicabile per un sordo sia adattarsi in qualche modo al modello udente. Il punto è che neppure una tecnologia avanzata come l’impianto cocleare (una neuroprotesi in grado di captare e inviare direttamente i suoni al nervo acustico al posto della coclea) risolve del tutto il problema della sordità. E le abilità linguistiche, per svilupparsi pienamente, richiedono l’esposizione stabile e precoce (0-3 anni) a una lingua naturale. […] “La tecnologia e la logopedia vanno benissimo, ma non possono essere l’unica soluzione”, spiega Alessio Di Renzo, sordo, insegnante di Lis e linguistica della Lis. […] “Prendiamo l’impianto cocleare. Ha un tempo d’usura, una batteria che può scaricarsi; soprattutto, la sua efficacia varia da persona a persona e a seconda dei contesti di ascolto. Insomma, non si può fare affidamento solo su quello”. Il rischio, con un udito precario o instabile, è che le abilità linguistiche del bambino – da cui dipendono molte altre competenze cognitive e sociali – non si sviluppino pienamente (come accade per il 50 per cento circa dei bambini impiantati). E poi “i sordi hanno il diritto di appartenere anche al mondo dei sordi”, dice Di Renzo, “e la lingua dei segni contribuisce alla costruzione della nostra identità. Chi si è pentito di averla imparata? Nessuno. Molti invece si sono pentiti di aver imparato solo l’italiano”. […] “E poi si può parlare sott’acqua”, sorride Di Renzo. “O chiacchierare dal finestrino del treno”».

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