Massimo Recalcati, nato a Milano il 28 novembre 1959 (61 anni)

da anteprima.news del 28/11/2020

Massimo Recalcati, nato a Milano il 28 novembre 1959 (61 anni). Psicoanalista • «Il principe della supercazzola» (Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 25/3/2017) • «La popstar della psicologia» (Bruno Giurato, Linkiesta, 23/11/2019) • «Agenda diplomatica più fitta di quella di Talleyrand: solo nelle ultime settimane era al festival della mente, al festival della comunicazione, a un paio di festival della letteratura, un ritmo che ormai neppure Bauman riuscirebbe a tenere senza doping» (Guido Vitiello, Il Foglio, 20/9/2014) • Formatosi a Milano e a Parigi. Studio nel quartiere di Brera. Già direttore dell’Associazione per lo studio e la ricerca dell’anoressia-bulimia. Fondatore della onlus Jonas, che si occupa di anoressie, bulimie, obesità, depressioni, attacchi di panico, dipendenze patologiche, disagio familiare, infantile e adolescenziale. Ha insegnato nelle università di Padova, Urbino, Bergamo, Verona, Pavia e allo IULM di Milano. Una cinquantina di libri. Collabora con riviste nazionali (aut-aut, La psicoanalisi, Lettera) e internazionali (Revue de la Cause freudienne, Psychanalyse, Clinique lacanienne). Ha scritto per il manifesto dal 2001 al 2011, poi per la Repubblica, dal 2020 anche per La Stampa. Visto in tivù, tra le altre cose, in: L’inconscio dell’opera (Sky Arte, 2016), Lessico famigliare (Rai 3, 2018), Lessicoamoroso (Rai 3, 2019), Lessico civile (Rai 3, 2020) • «Belloccio, fotogenico – basta vedere l’agiografica fotografia che troneggia sul sito personale: camicia adeguatamente slacciata, sguardo virile, mano destra che maneggia l’occhiale» (Davide Brullo Linkiesta, 12/5/2017) • «Rappresenta un riuscito restyling del modello Paolo Crepet per quanto riguarda l’immagine […], ma anche del modello Raffaele Morelli per quel che riguarda i concetti. Anche Recalcati tende a scoprire l’acqua calda, ma con più fatica, come se il boyler avesse il termostato difettoso; poi però la porta a ebollizione con aria più calma, senza scaldarsi troppo lui. Uno psicologo a induzione, come i fornelli» (Nanni Delbecchi, il Fatto Quotidiano, 9/11/2014) • Ha detto: «Da bambino avevo due eroi, Gesù e Telemaco, ed entrambi avevano problemi con il padre».
Titoli di testa «Non si può parlare dell’ultimo libro di Massimo Recalcati senza interrogarsi sull’ascesa di Massimo Recalcati. Quindi facciamo qualche passo indietro e confessiamolo subito: quando c’era Alberoni era tutto più semplice. I confini erano chiari, netti, giusti. Introiettata la differenza tra innamoramento e amore, guardavamo con distacco le raffiche di best seller con copertine rosa e titoloni in baskerville giallo: Ti Amo; Il grande amore erotico che dura, Leader e masse; Le sorgenti dei sogni. La cosa non ci riguardava. Nulla che non fosse due dita sotto la complessità dell’ultimo Battisti. Al massimo, buttavamo un occhio sui corsivi del Corriere dove, alle soglie di Tinder, Alberoni scriveva “fare all’amore”. Alberoni ci spiegava il carisma, l’indebolimento del Super-Io, il capo d’azienda, l’uomo cacciatore, la donna che fa il nido, la crisi dei valori e “le miserie degli accoppiamenti nelle orge dei rave party”. Nei suoi articoli, nelle conferenze o nelle interviste su Grazia non avrebbe mai ceduto a parole come “forcluso”, “fagocitante”, “ieratico”, tantomeno al “balbettio monologante della lalangue”. Quando c’era Alberoni, i tomi dei seminari di Lacan erano lì dove dovevano essere, nello scaffale più inaccessibile e forcluso della nostra libreria. Poi è arrivato Recalcati» (Andrea Minuz, Studio, 9/6/2015).
Vita Cresciuto a Cernusco sul Naviglio. Padre lombardo, madre friulana. «“Vengo da una famiglia molto umile, dove si parla milanese. L’italiano è stato una seconda lingua. Mio padre è floricoltore, ha coltivato fiori per una vita e voleva che io seguissi la sua strada. E infatti ho conseguito prima il biennio professionale in floricoltura, poi mi sono diplomato in un istituto agrotecnico di Quarto Oggiaro. Anche se io volevo fare altro”. Lo psicanalista, supponiamo.“No. Il maestro”. Riesce difficile, oggi, immaginarla in una scuola di periferia. “Era una scuola dove si ritrovarono molti ragazzi con problemi. E in quel senso io ero uno scarto. Venivo da esperienze scolastiche difficili e di certo la posizione geografica dell’istituto non aiutava. Partivo da Cernusco e arrivavo lì in bici o con i mezzi pubblici. Poi eravamo tutti maschi, sai che allegria”» (Roberta Scorranese, Corriere della Sera, 5/8/2017) • La sua vocazione da ragazzo: diventare poeta. «E in quale filone si sarebbe collocato? “I miei maestri erano Montale, Ungaretti…quindi l’Ermetismo italiano, e amavo molto Samuel Beckett, Rimbaud, Baudelaire…” Un poeta maledetto quindi… “Esatto….”» (Chiara Marcon, ilgiornale.ch, 19/2/2013). Tesina di maturità sulle poesie friulane di Pasolini. «C’erano i commissari che mi guardavano con occhi sbarrati» (a Giurato) • «Ero destinato a diventare un filosofo, stavo discutendo la tesi di laurea, ed ero stato programmato per diventare un professore di filosofia, avevo avuto i migliori maestri, ero stato indirizzato verso la Normale di Pisa o Francoforte, ma nell’estate del 1985, ho iniziato ad avere dei malesseri, degli stati depressivi, di angoscia. Ho iniziato a curarmi, sono andato in analisi, e cominciando l’analisi non mi sono solo appassionato alla mia storia, ma all’idea di poter fare questo di mestiere, di interessarmi io stesso ad altre storie, ad altre cause perse, come sono stato io» (alla Marcon) • «Quando venne annunciata la morte di Lacan, il 9 settembre del 1981, il suo era per me un nome tra gli altri, associato alla stagione dello strutturalismo francese […]. Solo più tardi incontrai il suo testo, prima gli Scritti, pubblicati nel 1966, e in seguito la serie dei Seminari che tenne a Parigi per ventisei anni, ininterrottamente dal 1953 al 1979. I suoi Scritti mi fecero l’impressione di un muro inaggirabile e illeggibile. Ma sufficiente a provocare l’amore per Lacan, l’a-mur (a-muro), come avrebbe detto il Maestro» (da Ritratti del desiderio, Cortina Editore, Milano, 2012) • «Bravo lo era già da trentenne. Sarà stato il 1992, quando il professor Franco Fergnani gli concesse l’onore di tenere una serie di lezioni di filosofia morale all’Università Statale di Milano. Che Massimo Recalcati sarebbe diventato più che bravo lo si comprese a tutto tondo soltanto il 6 aprile 2014, novantesimo della nascita di Eugenio Scalfari. Lo psicanalista tempestoso, scrivendo su Repubblica, lodò il coraggio del fondatore di Repubblica e ne inquadrò il desiderio d’avventura, oltre che quel suo fuoco illuminista che “è l’ispirazione fondamentale da cui è nata l’impresa straordinaria di Repubblica”. Un pizzico ruffiano, dice magari uno» (Andrea Marcenaro, Panorama, 10/7/2014) • «I toni qui s’infiammano, e ti pare di rileggere l’ode a Bonaparte liberatore. Perché stupirsene? Eugenio non avrà creato un Impero ma ha pur sempre fondato una Repubblica, e lo psicoanalista firma di Rep., scrivendone su Rep., non può che cantarne la grandezza, al rintronar di trombe e di timballi, in perfetti endecasillabi lacaniani […] Ma già che in una Repubblica, sia pure cartacea, lo psicoanalista di corte è una contraddizione in termini, un retaggio dell’antico regime, bisogna saper andare verso il popolo. Si va allora a menar Lacan per l’aia, da un festival a un talk-show, da una rubrica culturale a un fabiofazio […] Dategli in pasto qualunque tema d’attualità, Renzi, il Pd, Grillo, la crisi, Papa Francesco, e lui lo passerà nella sua affettatrice a tre lame – il Padre, il Desiderio, la Legge – triturandolo fino a farne un omogeneizzato» (Vitiello) • «Il tecnico delle luci ce lo dà sempre in penombra. Scolpisce tra luci e ombre il suo assorto profilo. Perché Recalcati è comunque soprattutto una cosa: è sempre in posa. Iperpronuncia ogni parola, martella ogni sillaba e poi le porge a due mani, mani espressive e mobilissime, che tuttavia fanno pensare a quelle di Fausto Bertinotti quando favoleggiava di rifondazioni comuniste. Recalcati naturalmente cita anche Jacques Derrida, ricorda Ulisse, propina al pubblico, definendola bellissima, una penosa lirica d’amore di Pablo Neruda. Soprattutto, connette tutto con tutto. Il pubblico, visibile lì in tv, è in estasi. Forse ipnotizzato, forse intontito» (Alfonso Berardinelli, Il Foglio, 2/9/2018) • «Recalcati shakera American gigolò al Seminario di Jacques Lacan: una efficace sintesi è l’ultimo libro – di fatto, un centone che “raccoglie, sistematizzandoli, i contenuti di tre diverse conferenze” – dedicato al più arcano dei temi, “l’enigma del figlio”. Recalcati si svela qui per quello che è, il Re Mida della Tautologia. Nel senso che riesce a tramutare in libro – e in vendite – quello che sanno tutti. Esempio. Tutti sappiamo che i figli so’ piezz’e core, ma non sono proprietà privata dei genitori, appartengono alla vita. Ecco, questa verità, semplice come un panino al prosciutto, Recalcati la dice così: “Un figlio non è precisamente un punto di differenza, di resistenza, di insorgenza incontenibile alla vita?”. In questo modo ottiene due effetti editorialmente vincenti: non dice nulla di nuovo, si imbeve di una ovvietà, ma dà l’idea a chi legge di essere intelligente […] Dal momento che oggi “il figlio assomiglia sempre più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi” (ennesima tautologia), Recalcati ci fa la ramanzina. Prima racconta quello che sa anche il più tonto tra gli studenti di psicologia: la storia di Edipo. La racconta così, come se fossimo tutti rimbambiti. Poi scocca la morale, “Edipo è l’emblema del figlio come soggetto sfasato, dissestato, slogato, decentrato”. E già che c’è rintocca l’aforisma: “tutti noi siamo in fondo nella condizione di Edipo. Nessuno di noi sa veramente chi è”» (Brullo) • «Domenica scorsa Recalcati ha presentato a Che tempo che fa il suo libro L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento: titolo promettente, che pareva evocare grandi professoresse del passato come Edwige Fenech o Gloria Guida. Osservando intensamente Fazio come Castellitto osserva Kasia Smutniak in In treatment, lo psicologo a induzione ha esordito con alcune grandi verità della vita. Prima verità: “Si insegna agli altri solo ciò che noi stessi amiamo”. Seconda verità: “Siamo passati dalla ‘Scuola Edipo’ di quando i genitori si alleavano con i professori contro i figli, alla ‘Scuola Narciso’ di oggi, in cui i genitori si alleano con i figli contro i professori”. Terza verità: “La vita è fatta di incontri, tutto dipende dagli incontri che facciamo”. Quarta verità: “Gli incontri si dividono in due categorie: quelli buoni e quelli cattivi” (questa conviene segnarsela, è troppo complessa). Di fronte a un Fazio pensoso e un po’ preoccupato (non sapremmo se per le verità della vita o per lo share del programma), l’induttore si è poi messo a narrare due incontri decisivi. Uno buono e l’altro cattivo. L’incontro cattivo avvenne alle elementari, quando la maestra chiese ai bambini “Perché ci piace il fuoco?”, e lei stessa dette la risposta: “Perché il fuoco si muove”. Una delusione cocente, che lo studente Recalcati riuscì a superare grazie un nuovo incontro nel liceo di Quarto Oggiaro, “un’insegnante di lettere giovane e carina che si dimostrò capace di trasformare i libri di testo in corpi erotici”. Evvai: vuoi vedere che era proprio Gloria Guida? E il compagno di banco di Recalcati sarà stato Alvaro Vitali? Ma no, questa è archeologia edipica da buco della serratura; questa professoressa, invece, spalancò fino in fondo alla sua classe le porte della conoscenza. “Appartengo a una generazione che si è perduta nella droga, nel terrorismo, nelle filosofie orientali. Se mi sono salvato, devo dire grazie a quell’insegnante”. Fu lei a cambiargli la vita, e un po’ l’ha cambiata anche a noi. Se trent’anni fa Recalcati non è partito per l’India, ma sta in tv a spiegarci come va il mondo, ora anche noi sappiamo a chi dire grazie» (Delbecchi).
Politica Fu renziano. Prese la tessera del Pd al circolo della Pallacorda, in corso Magenta, a Milano. «Dopo avere scoperto che il figlio di Ulisse si chiamava Telemaco e averci fatto un libro pensando a Renzi, che c’è subito cascato, Recalcàzzola animò l’ultima beneaugurante Leopolda prima del flop referendario presentandosi come “il padre adottivo di Telemaco” e, prima dell’arrivo degli infermieri, fece in tempo a scomunicare “le mummie del No”. Infatti milioni di giovani si precipitarono a votare No. Al Lingotto l’abbiamo visto un po’ emaciato, sulle sue, ma già tonico: mentre Renzi sbeffeggiava la bandiera rossa, lui annunciava che la scuola Pd sarà intitolata all’incolpevole Pasolini, autore di un celebre inno alla bandiera rossa. Poi, su l’Unità, il luminare ha bollato la scissione bersaniana di “narcisismo di élite e minoranze che non vogliono tramontare”: roba da Anchise. È stato lì che gli scissionisti si sono rincuorati: con lui contro, qualche speranza ce l’hanno» (Travaglio, 2017).

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