Roberto SAVIANO, Gridalo, Bompiani, 2020. Recensioni di Benedetta TOBAGI e di Marco Damilano

vai alla scheda dell’editore: https://www.bompiani.it/catalogo/gridalo-9788830100916

ero questo è il solo mondo possibile? E perché quando qualcuno alza la voce per ottenere giustizia c’è sempre chi insinua che lo faccia per tornaconto personale, chi lo mette in ridicolo mostrandone le contraddizioni? No: non occorre essere santi per lottare. Le contraddizioni, le debolezze non ci fermano come non hanno fermato le donne e gli uomini che popolano queste pagine. Questo libro è una mappa fatta di storie, che non vogliono insegnarci niente, tanto meno a non sbagliare. Ma una cosa la pretendono: aprirci gli occhi.Al ragazzo fuori da scuola, a tutti i ragazzi vogliono raccontare come le loro madri, i loro padri, i loro fratelli maggiori sono caduti e si sono rialzati. Agli adulti vogliono ancora scaldare il sangue, restituire la voglia d’indignarsi, di ritrovare la rabbia giovane.
[Il testo è accompagnato da alcune illustrazioni di Alessandro Baronciani]

Marco Damilano su L’Espresso: «Una lunga lettera indirizzata a un ragazzo che frequenta il liceo Diaz di Caserta, che si chiama Roberto, l’alter ego dello scrittore, se stesso, “coi lunghi capelli ramati – dove sono finiti, maledizione, quei capelli?”. Una mappa per non perdersi, una cartina, una bussola tra personaggi, parole, storie. “Volevo intitolarlo Manuale per non diventare stronzi”. […] “Ti confesso una cosa: sono stanco della retorica sulle bellezze del nostro Paese e sulla sanità pubblica che ce la invidia tutto il mondo, perché non è vero. E sono stanco anche di una sinistra che si rintana dentro i buoni modi, la buona educazione, la gentilezza. Io invito a gridare contro tutto questo”. Non ti sembra che in Italia ci sia già abbastanza gente che grida? In tv e ora nelle piazze, contro le chiusure decise dal governo? “Sapevo che scegliere come titolo di un libro Gridalo era scivoloso. Il grido non è soltanto lotta o rivolta, può essere anche un vaffanculo, un grido della disperazione o dell’orgasmo, tu scegli cosa gridare. Gridare significa prendere parte. Grido dunque sono, lo scrisse il cubano Reinaldo Arenas. Ma quando la parola diventa martello non riesci neppure a svuotare la tua rabbia. […] Non credo la strada da seguire sia la gentilezza. È ora di dire basta: basta con il mondo mediatico che ospita il peggio, con giornali che hanno fatto cose ignobili, dossieraggio e istigazione al razzismo, che hanno perso qualsiasi autorevolezza ma vengono tenuti al tavolo perché deve esserci tutto, anche la quota della merda”. […] In mezzo alle grida c’è l’eco di quello che non si può dire. Nella parola, nella scrittura resta la parola sottratta. Tu scrivi: per me è impronunciabile la luce, voglio raccontare l’ombra. “Guarderò sempre l’ombra perché questo è il compito di chi racconta. Guardare le ferite per guarirle, sapendo che sarai accusato di aver creato tu le ferite che hai illuminato. Questo grido è scritto con il mio corpo. Una cosa è denunciare, un’altra è testimoniare. Denunciare è affidare alle parole il compito di lasciare traccia. Testimoniare significa che sul tuo corpo cadrà la responsabilità di quello che dici e che fai. […] Testimoniare è prendere parte, stare in strada. E anche sbagliare”».

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