il documentario di Netflix su San Patrignano, articoli di Francesco Borgonovo, La Verità e di Pino Corrias, Il Fatto quotidiano, 7 gen 2020

Muccioli
di Francesco Borgonovo, La Verità

Nel documentario di Netflix su San Patrignano – una delle serie più dibattute degli ultimi anni – c’è un passaggio che spiega, almeno in parte, la virulenza delle polemiche e le divisioni ideologiche ancora oggi suscitate dalla figura di Vincenzo Muccioli, il fondatore morto nel 1995. È lo spezzone di un’intervista televisiva concessa da Paolo Villaggio, che parla senza indossare le abituali maschere e racconta della dipendenza di suo figlio Piero. Muccioli, dice Villaggio, «ha fatto quello che noi padri progressisti non abbiamo avuto il coraggio di fare».
Piero Villaggio è entrato a San Patrignano a 22 anni, dopo sette di dipendenza. Era il 1984: uscì nel 1987 e oggi ha una famiglia, un lavoro. Di Muccioli ora dice: «Ha commesso tanti errori, spesso ha esagerato: ma aveva ragione, credetemi». Eppure gli schiaffoni li ha presi anche Piero, l’odio per il fondatore si è fatto strada pure dentro di lui. Ma ecco le sue parole, una vita dopo: «Aveva ragione, credetemi». A tanti succede di pronunciare frasi simili, magari a seguito di litigi feroci, magari a decenni di distanza, persino con un filo di rabbia che ancora affiora nei confronti di un genitore difficile da digerire.
«Aveva ragione lui»: è quel che dice il figlio, adulto, ripensando al padre. Ecco, forse il punto è proprio questo. Ciò che tuttora infastidisce molti, che tuttora inquieta, è la ingombrante paternità che il Fondatore esalava, e che tracima da ogni fotogramma del docufilm di Netflix. Muccioli aveva il ruolo del patriarca stampato nella carne.
Un metro e 90, oltre 100 chili, mani come pagaie da mulinare alla bisogna, i baffi e i capelli curati del signore di una volta. Il Padre italiano, un archetipo vivente. E come un padre, da subito, si è comportato. Non a caso la metafora paterna ricorre più e più volte sulle labbra di chi lo ricorda in video. «Seguiva tutti i ragazzi, uno per uno», spiega a un certo punto Fabio Anibaldi, poi diventato uno dei più duri critici di SanPa. Muccioli stesso usava riferirsi ai tossicodipendenti della comunità come ai suoi figli. Se riuscivano a scappare, li andava a riprendere a casa dei genitori naturali.
Quando li accoglieva, metteva subito in chiaro le regole: «Se volete andare via, io non vi lascio andare via». Questo, del resto, è il compito del Padre: egli è colui che fissa le regole, che disegna il perimetro entro il quale il figlio ha la libertà di muoversi. Era un padre antico, l’ enorme Vincenzo. E sulla paternità aveva costruito tutto il suo sistema: una rigida organizzazione verticale basata sulla disciplina, sul lavoro e sull’ ordine. Sui confini e sui limiti, che sono indispensabili per chiunque voglia sottrarsi a una vita di caos.
Muccioli ha edificato il suo modello alla fine degli anni Settanta, in piena contestazione, cioè nel tempo in cui il modello patriarcale, nell’ ora del tramonto, veniva calpestato da orde di giovani e intellettuali che preferivano una società orizzontale, meno regolamentata e apparentemente più libera. Di che libertà si trattasse lo abbiamo scoperto nei decenni successivi. La droga ha continuato a diffondersi, i rapporti tra genitori e figli non sono certo migliorati, e l’approccio materno, oggi così diffuso, sembra aver prodotto soltanto più fragilità.
Certo, guardando il documentario s’intuisce che la fragilità, talvolta, a San Patrignano non aveva vita facile. Questo è il rischio di un modello verticale: può accadere che qualcuno si spezzi. È accaduto, nella comunità romagnola, ed è stato tragico. Ma quanti ne sono usciti in piedi? Quanti sono morti e poi risorti dopo un passaggio all’ inferno? Qualcuno, anche adesso, ricorda le catene, le botte, le umiliazioni. Un ex cronista dell’ Unità, fra le voci più presenti nel docufilm, sostiene che l’ opinione pubblica negli anni Ottanta stesse dalla parte di Muccioli perché lui i drogati li incarcerava, li faceva sparire dalla circolazione, li levava da sotto gli occhi alla «brava gente».
Può anche darsi che i buoni borghesi quei figli reietti e schiavi della droga non li volessero intorno, come no. Ma San Patrignano non li ha nascosti: li ha accolti. E talvolta ha fatto il lavoro sporco che altri non si sentivano di fare e non fanno ancora oggi, visto che lo Stato si impegna assai poco nella lotta agli stupefacenti. Anzi, ci sono aree politiche che tutto fanno per sdoganarli.
Si tratta delle stesse aree che infieriscono su SanPa ma evitano accuratamente di riservare lo stesso bollente sdegno ai centri per migranti malgestiti, alle case di accoglienza per minori di cui ci ha raccontato il caso Bibbiano, alle comunità di recupero che lasciano uscire e andare verso la morte ragazze come Pamela Mastropietro, alle mille coop che lucrano sulla solidarietà, a luoghi di orrore come il Forteto su cui sarebbe interessante prima o poi vedere una bella docuserie.
A Muccioli hanno rimproverato (e ancora rimproverano) di non usare il metadone, cioè di non servirsi di un approccio più morbido, più materno, appunto. Lui preferiva la durezza delle regole, fondamenta che possono aiutare chi vacilla a reggersi in piedi. Tale durezza prevedeva (anche) la punizione per i trasgressori. Nel Fondatore, tuttavia, Antico e Nuovo Testamento convivevano. C’ erano sanzioni di biblica spietatezza, ma pure gli amorevoli abbracci che Ettore, il padre guerriero, riserva al figlio sulle mura di Troia prima che Ettore si faccia inghiottire dalla battaglia. C’era la severità, ma c’erano pure la libertà e il dono: Muccioli, a quei figli acquisiti, ha regalato ogni libbra della sua tanta carne. Qui sta il grande scandalo, ancora rovente: nella paternità.
Ribadita a San Patrignano con fin troppa forza mentre tutto il mondo intorno il padre pensava solo a ucciderlo, a svirilizzarlo, a combatterlo con ogni mezzo. Ovvio: il padre sbaglia. E spesso quando fa il padre è un vero disastro. Se i troppi impegni lo tengono lontano, se le pressioni lo rendono nervoso, se il lavoro e i desideri personali lo rapiscono, allora i figli si sentono abbandonati, si ribellano. E il padre – sbagliando ancora – reagisce con eccessiva violenza, non soltanto fisica.
Succede in tante famiglie, dall’ inizio dei tempi. Dentro le mura di casa ci si sbrana, a volte, ci si ferisce. In qualche occasione ci si separa per lunghi anni o per sempre. Ma alla fine resta un solo metro di giudizio, per il Padre. C’è solo un indicatore valido – tra mille dubbi e tante ombre – per capire se egli abbia agito bene o male. È il numero di figli che, dopo tanto tempo, pronunciano le difficili parole: «Nonostante tutto, aveva ragione lui».Francesco Borgonovo


Muccioli
di Pino Corrias Il Fatto quotidiano

SanPa è il migliore racconto televisivo mai fatto su quella scheggia di mondo nato quarant’anni fa, sulle colline sopra Rimini, dove hanno vissuto (e ancora vivono) migliaia di disarmati guerrieri, che negli anni di fuoco dell’eroina e degli inferni artificiali, si sono inventati il modo di resistere al vuoto della droga, di fermarsi finalmente e di creare la più grande comunità di recupero d’Europa, San Patrignano.
E raccontandola al passato – compresi gli errori, i furori, il sangue versato – spiega le buone ragioni del suo presente, grazie a una rivelazione che le cinque puntate del documentario svelano un po’ alla volta, faccia dopo faccia. E solo alla fine del labirinto.
San Patrignano è cresciuta dritta sulle colline sopra Rimini, dall’anno 1978 in poi, e qualche volta storta nella cronaca. Sempre intrecciata alla storia e anche ai misteri del suo fondatore
[…] Vennero cento ragazzi, all’inizio. Poi cinquecento. Poi duemila. San Patrignano divenne un caso nazionale. Un caso politico, e anche giudiziario, difeso dai socialisti di Craxi e dalla destra proibizionista, per le ragioni sbagliate. Osteggiato dalla sinistra ufficiale che non si fidava delle sua intraprendenza, fumo negli occhi per quella libertaria, per ragioni così tanto ideali da risultare inservibili.
Muccioli autoritario piaceva all’opinione pubblica, alle famiglie sfinite dalla guerriglia dei figli tossici: basta buonismo, i drogati vanno messi in riga, anche con gli schiaffi. Piaceva anche quando la cronaca raccontava di gabbie di contenzione, catene alle caviglie, botte pesanti nei reparti, ai disobbedienti, agli indisciplinati.
E quando saltò fuori il corpo massacrato di Roberto Maranzano, ucciso a pugni nel reparto macelleria, poi trasportato nottetempo fino a una discarica vicino a Napoli, divenne “lo scandalo di SanPa”, che divise in due l’Italia.
La prima volta che sono arrivato a San Patrignano, l’omicidio era appena stato scoperto, anno 1993. In Comunità c’erano polizia e telecamere. Muccioli, circondato da avvocati, era seduto di fronte alla baraonda dei riflettori e dei cronisti: rispondeva, improvvisava, mentiva. Diceva che quel ragazzo morto era un fulmine a ciel sereno, non capiva, non sapeva.
Si scoprì il contrario. Per settimane saltarono fuori altri testimoni, altre prove, persino cassette registrate compromettenti. Fino a quando Muccioli ammise, sapeva tutto da quella notte di sangue e depistaggio, coprì “solo per difendere la Comunità” da un reparto andato fuori controllo.
Dopo un mese di colpi di scena, Muccioli restava imperturbabile. Un giorno, a metà della strada principale, scese dalla sua Land Rover, mi disse che non gli piaceva il tono dei miei articoli e pensava di querelarmi. Poi rise, disse: seguimi. Entrai con lui in quella cattedrale che era la mensa, dove stavano mangiando i 2 mila ospiti, un mare di teste chine. Attraversammo in lungo i cento metri della sala, camminando al centro, nel silenzio generale. In fondo c’era il suo tavolo e una sedia immensa, sproporzionata, grande tre volte le altre: un trono di legno e aria. Lui regnava da lì. Ed era quello che voleva farmi vedere. Il simbolo del suo dominio. Che coincideva con la sua vita e con quella dalla sua comunità. E guardando quel mare di teste che avevamo di fronte, ascoltando quel silenzio, gli credetti. Sbagliando.
Era uno strano mondo quello di San Patrignano. Intenso di facce e di storie. Ragazzi e ragazze che venivano dal Veneto ricco e dalla Sicilia agricola, dall’alta borghesia e dai ghetti. Una ragazza mi disse che aveva vissuto dieci anni in strada, un’altra che aveva rischiato di morire tre volte. Ex studenti mi raccontavano le notti in carcere o nei reparti psichiatrici. Ascoltavo storie di prostituzione, furti, Aids. Rinascite e ricadute. Per tutti, Muccioli era la roccia dopo il naufragio.
Quello era il tempo, in Italia, in cui l’eroina faceva morti e feriti. I preti di strada benedivano i corpi infagottati tra le sterpaglie dei giardini pubblici, all’alba. Le madri li piangevano. Lo Stato versava gocce di metadone nell’abisso. I politici offrivano legge e ordine, tranne i radicali di Pannella e i movimenti della sinistra giovanile che inauguravano le battaglie antiproibizioniste fatte di enormi quantità di parole in cima a altre parole.
Muccioli si occupava dei feriti. Li raccoglieva e li rimetteva in piedi. Diceva ai politici: voi chiacchierate, io faccio. Voi li tenete alla larga, io li salvo.
Aveva cominciato da solo: il suo podere, i primi capannoni, le prime roulotte. Ma i soldi veri erano arrivati dalla famiglia Moratti, quella del petrolio, più le donazioni di certi cantanti e attori che risarcivano il loro senso di colpa per i figli perduti. In dieci anni si era ingrandito di dieci volte. Allevava cani e cavalli di razza. Produceva vino, tessuti, mobili, più tutto quello che serviva: il cibo, i corsi, i laboratori. Gli scandali e i processi avevamo moltiplicato la sua visibilità e anche il suo potere. Furoreggiava in tv. Sembrava destinato a regnare anche sulla politica: un profeta carismatico che conosceva il fine ultimo dell’esistenza, il disordine del mondo, i suoi rimedi.
Uscì ridimensionato dal processo Maranzano. Poi fu la malattia, anno 1995, a interrompere la sua parabola durata 17 anni. Ne sono passati altri 25. Ed è questa la rivelazione di SanPa, attraverso i molti che raccontano gli errori della Comunità, la sua crescita, la sua evoluzione, dopo quel trono vuoto. Perché è da quel trono vuoto che le migliaia di ragazzi venuti dopo si sono rimessi in cammino per fare di San Patrignano il loro rendiconto e la loro repubblica.Pino Corrias

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