Vendetta pubblica. Il carcere in Italia di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna (Laterza), 2020

Sulla pagina Facebook della casa editrice presentazione di Vendetta pubblica. Il carcere in Italia di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna (Laterza) (ore 18). Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera: «A quella domanda sul senso del carcere come castigo inflitto dallo Stato per conto anche delle vittime del reato […] risponde la stessa Costituzione italiana. Articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quello è l’obiettivo finale. E in quello si riconoscono il magistrato Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze, e il giornalista del Corriere Edoardo Vigna, autori di un libro il cui titolo dice tutto: Vendetta pubblica, 160 pagine, edizioni Laterza. Dove spiegano che, no, quell’articolo 27 “non è una regola ispirata da papa Francesco, che ancora recentemente ha voluto esplicitamente dichiarare quanto sia importante per le persone che sono in carcere avere una speranza: ‘Non può esserci una pena senza un orizzonte’, ha detto. No, è proprio la nostra Costituzione ad aver fissato questa norma. E questo principio”. E da lì partono raccontando le condizioni in cui versano oggi le carceri italiane, rovesciando uno dopo l’altro, con i numeri, un po’ tutti gli stereotipi urlati in tanti slogan di facile presa: “Bisogna sbatterli dentro e buttar via la chiave”, “Hanno pure la tivù!”, “Dentro si vive meglio che fuori”, “Alla fine, in carcere, non ci va nessuno”… Prendiamo quest’ultima leggenda: “Nel giugno del 1991, quando il primo dato del genere è stato pubblicato dal ministero della Giustizia, dietro le sbarre c’erano 31.053 persone, su una popolazione italiana di 56,7 milioni. Oggi […] i detenuti sono quasi il doppio, su 60,3 milioni di abitanti”. Col risultato che le celle sono due volte più affollate. E in una cella di tre metri per tre vengono ammucchiati anche quattro letti e un lavandino. A dispetto perfino del Codice Rocco fascista, che nel 1930 “prevedeva per tutti che la pena detentiva andasse espiata in isolamento ‘notturno’”. Anzi, “gli art. 22 e 23 del Codice penale ancora adesso lo prevedono, nell’ottica liberale secondo cui l’uomo deve espiare la pena da solo perché deve meditare su ciò che ha commesso, senza esserne costretto. Solo così può migliorare”. Macché, appiccicati così c’è anzi il “contagio criminale: un ladro in cella con un rapinatore impara a fare rapine, e il rapinatore quando esce può contare su un complice in più”».

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