Francia, arrestati 7 ex membri delle brigate rosse e di lotta continua accusati di terrorismo e criminalità durante gli anni ’70 e ’80: Giorgio Pietrostefani; Roberta Capelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Giovanni Alimonti, Enzo Calvitti, Narciso Manenti, – La Stampa 28 apr 2021

Sette ex terroristi rossi, accusati in Italia di atti commessi negli anni ’70 e ’80, sono stati arrestati questa mattina in Francia, su richiesta dell’Italia. Altri tre sono ricercati nell’ambito dell’operazione «Ombre rosse», così è stato chiamato dalle autorità francesi e italiane il dossier.

Dei 7 fermati, quattro hanno una condanna all’ergastolo: Roberta Capelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi – tutti e tre ex appartenenti alle Brigate Rosse – e Narciso Manenti, dei Nuclei armati contro potere territoriale.

Per Giovanni Alimonti ed Enzo Calvitti, anche loro delle Br, la pena da scontare è rispettivamente 11 anni, 6 mesi e 9 giorni e 18 anni, 7 mesi e 25 giorni.

Giorgio Pietrostefani, fondatore di Lotta Continua e condannato a 22 anni per l’omicidio Calabresi, deve ancora scontare una pena di 14 anni, 2 mesi e 11 giorni.

vai al quotidiano La Stampa:

Francia, arrestati 7 ex membri delle Brigate Rosse – La Stampa

Corriere della Sera: Terroristi, svolta di Macron
la Repubblica: Anni di piombo, ultimo atto
La Stampa: Anni di piombo, la ferita risanata

Leggo: Arrestati gli ex brigatisti
Qn: Terrorismo rosso, l’atto finale

Libero: Arrestati assassini e brigatisti che se la spassavano in Francia

Gli ex terroristi arrestati a ParigiSette ex terroristi rossi italiani sono stati arrestati ieri mattina a Parigi su richiesta dell’Italia. Altri tre sono in fuga e sono ricercati. I dieci sono accusati di omicidi e altri fatti di sangue, risalenti agli anni ’70 e ’80. I sette arrestati sono: Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, ex membri delle Brigate Rosse; Giorgio Pietrostefani, di Lotta Continua, e Narciso Manenti, dei Nuclei Armati contro il Potere territoriale. Quelli ancora in fuga sono: Raffaele Ventura, Maurizio Di Marzio e Luigi Bergamin. L’operazione era stata preparata da diversi giorni ed è stata realizzata in cooperazione dagli ufficiali di collegamento della polizia italiana a Parigi, che hanno operato in stretto contatto con la direzione antiterrorismo francese.•Il nome in codice dell’operazione era Ombre Rosse.«Non è un omaggio all’epica western di John Ford, alla diligenza da Tonto a Lordsburg, agli Apache di Geronimo. Ma alle sette Ombre – cinque uomini e due donne – che, nel silenzio irreale di una città ancora prigioniera del lockdown, hanno corpi e movenze di vecchi, quali sono, mentre, in manette, lasciano le loro case diretti a nord di Parigi, nelle camere di sicurezza della Sous-direction anti-terroriste (SDAT), l’agenzia antiterrorismo francese. Dopo aver ascoltato in silenzio dagli agenti che sono venuti a prenderli la lettura dei reati e delle condanne passate in giudicato e mai espiate che li inseguono» [Rep].•Ora si apre la fase giudiziaria. Entro 24 ore si deciderà se i sette arrestati saranno rimessi in libertà, in attesa dell’esame della Corte d’appello che nei prossimi mesi dovrà pronunciarsi sull’estradizione in Italia, con la possibilità di fare poi appello alla Corte di Cassazione. I tempi saranno lunghi. «Un minimo di diciotto mesi», spiegano dall’Eliseo.•Irene Terrel, storica avvocata degli ex terroristi italiani in Francia, ha parlato di un «tradimento senza nome da parte di Parigi».•La decisione di procedere agli arresti è stata presa direttamente dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha sottolineato come la Francia comprenda «l’assoluto bisogno di giustizia delle vittime» e la «necessità imperativa di costruire un’Europa della giustizia, in cui la reciproca fiducia sia al centro». Da Roma Mario Draghi ha espresso soddisfazione «per la decisione della Francia di avviare le procedure giudiziarie, richieste da parte italiana, nei confronti dei responsabili di gravissimi crimini di terrorismo, che hanno lasciato una ferita ancora aperta».•«È una svolta che si preparava da tempo all’Eliseo, ma l’accelerazione è stata data con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Il premier ha infatti chiamato Emmanuel Macron mercoledì scorso per affrontare una serie di questioni. A margine della telefonata i due leader hanno discusso anche delle richieste di estradizioni degli italiani condannati per reati di terrorismo e latitanti in Francia da decenni. Macron, raccontano nel suo entourage, si è convinto che fosse arrivata l’ora di sanare questa ferita aperta nei rapporti bilaterali» [Ginori, Rep].•«Non è solo un’operazione antiterrorismo. È una pagina storica che si chiude» [Monaci, Sole].•Meno male che li hanno arrestati primache morissero di vecchiaia»[Jena, Sta].
Chi sono i sette ex terroristi arrestatiGiovanni Alimonti, nato a Roma nel 1955, era chiamato «la talpa di Montecitorio». Deve ancora scontare 11 anni e mezzo di carcere e 4 anni di libertà vigilata; tra i delitti per cui è condannato c’è il tentato omicidio del vicedirigente della Digos di Roma Nicola Simone.•Enzo Calvitti, nato a Mafalda, in provincia di Campobasso, anche lui classe 1955, condannato per associazione sovversiva con finalità di terrorismo, banda armata e ricettazione di armi, deve scontare 18 anni e 7 mesi di carcere e 4 anni di libertà vigilata.«Calvitti viene svegliato nel suo monolocale, non lontano dall’Eliseo, dove dorme con la moglie, Anna Mutini, vedova di un brigatista ucciso. È in pensione da sei mesi dopo essere stato per vent’anni psicoterapeuta in un centro per giovani nella banlieue sud di Parigi. “È rimasto sorpreso, anche se le voci si rincorrevano da giorni” dice il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset. “Mi ha chiamato subito e mi ha garantito che tutto si stava svolgendo in modo civile. Diciamo che se avesse voluto scappare l’avrebbe fatto. Anche se la clandestinità, quando non sei miliardario, non è il massimo. E poi non ci sono più le reti di militanti di una volta per trovare riparo”» [Rep].•Roberta Cappelli, detta Silvia, romana, anche lei classe 1955, è condannata all’ergastolo per gli omicidi del generale Galvaligi, dell’agente di polizia Michele Granato, del vicequestore Sebastiano Vinci e dei ferimenti di Domenico Gallucci e di Nicola Simone.«Apre vestita del suo pigiama Roberta Cappelli, tre volte omicida e un ergastolo da scontare. In Francia dal 1993 con il marito Claudio. Prima un lavoro in una casa editrice di fumetti, quindi la professione di architetta. Madre accudente, apprezzata rappresentante dei genitori nella scuola del figlio. Incrollabile, come spiegava al quotidiano Liberation nel 2004, nel ritenere la sua impunità un diritto. “So che può sembrare ironico. L’esilio, per me, è diventato una forza. La forza di un ‘diritto acquisito’ che non può essere legittimamente tolto. La libertà non è astratta: per me significa essere qui e lottare per restarci”» [Rep].•Marina Petrella, romana, classe 1954, è condannata all’ergastolo per l’omicidio del generale Galvaligi, il sequestro del giudice D’Urso, l’attentato a Nicola Simone, il sequestro dell’assessore Ciro Cirillo (per il quale furono uccisi due operatori di scorta).•Sergio Tornaghi, milanese, 1958, è condannato all’ergastolo per banda armata e apologia di terrorismo: tra i reati che gli sono contestati, l’omicidio del direttore generale della Ercole Marelli di Milano.•Giorgio Pietrostefani, classe 1943, responsabile del servizio d’ordine di Lotta continua, deve scontare 14 anni e 2 mesi di carcere per l’omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1972.•Narciso Manenti, del 1957, apparteneva ai Nuclei armati contropotere territoriale. Condannato all’ergastolo per l’omicidio dell’appuntato dei Carabinieri Giuseppe Gurrieri, deve scontare altri anni di reclusione per ricettazione, detenzione e porto abusivo di armi, associazione sovversiva [Bianconi, CdS].«Sposato con una francese, padre di tre figli, quando rispondeva al telefono della sua piccola impresa di bricolage a Châlette-sur-Loing, placido comune nella Loira, continuava a presentarsi come “Angelò”. Si occupava di lavori di idraulica ed elettricità e riconosceva a sé stesso un ruolo nella comunità. “Tra i miei clienti ci sono molte persone anziane e ho un ruolo molto importante di ascolto, anche morale”, raccontava ancora nel gennaio di due anni fa, prima di trasferirsi dalla Loira a Parigi» [Rep].
Chi sono i tre ex terroristi sfuggiti alla catturaLuigi Bergamin, uno degli ideologi dei Proletari Armati per il Comunismo, condannato per due omicidi, tra cui quello del macellaio Sabbadin.•Maurizio Di Marzio, implicato nel tentativo di sequestro di Nicola Simone. La prescrizione, per lui, dovrebbe arrivare il 10 maggio.•Raffaele Ventura, condannato con altri per l’omicidio del brigadiere Custra alla manifestazione della sinistra extraparlamentare

Pietrostalindi Aldo CazzulloCorriere della SeraQuando, per gioco, i capi di Lotta continua si divertivano a immaginare la composizione del governo dopo che fossero andati al potere, il ministero dell’Interno veniva invariabilmente assegnato a Giorgio Pietrostefani. Un po’ perché era figlio di un prefetto. Un po’ perché lo chiamavano Pietrostalin, per la sua durezza. Un giorno disse a una futura leader del femminismo italiano, che era entrata nella stanza delle riunioni senza preavviso: «Adesso esci, bussi, chiedi permesso, ed entri». E a una scrittrice di successo intimò di non presentarsi più in collant, «che mi distrai gli operai».In carcere, al don Bosco di Pisa dove era rinchiuso con Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani indossava una tuta con un maglione verde, e gli accadeva di passare ore in parlatorio a raccontare la sua storia. All’Aquila era compagno di scuola di Bruno Vespa. Era arrivato a Pisa da studente a 19 anni, nel 1962. Si iscrisse al Pci e ne fu radiato: troppo di sinistra. «I momenti più attesi erano quando arrivavano i tre santoni: Mario Tronti, Alberto Asor Rosa, Toni Negri. Non si faceva altro che parlare di classe operaia, l’operaio era Dio fatto uomo, ma non ne vedevamo uno. Gli operai veri, anima e sangue, li incontrammo un paio di anni dopo, quando irruppe nella nostra vita Adriano Sofri. A Pisa vivevamo a casa sua: c’erano due bambini, quindi tutto funzionava regolarmente, il frigorifero era sempre pieno, si mangiava tre volte al giorno…».«L’inizio di tutto fu la Bussola. Avevamo stampato in mezza Toscana manifesti a lutto con la scritta: “Il 31 dicembre a Viareggio faremo la festa ai padroni”. Adriano si arrabbiò molto con me per quella che gli pareva una caduta di stile. La notte di San Silvestro del 1968 ci tesero una trappola. Noi strappavamo i papillon ai malcapitati che andavano a festeggiare il capodanno, qualcuno aveva riempito sacchetti di vernice rossa (altri, esagerando, di escrementi) che lanciava contro le signore in lungo. E tiravamo sassi ai carabinieri schierati di fronte alla Bussola. D’un tratto, su una di quelle barricate improvvisate, cadde un ragazzo. Vedevamo le fiammate delle pistole, qualcuno gridò: “Sappiamo che sparate a salve, non ci fate paura!”. Invece erano proiettili veri. Soriano Ceccanti rimase paralizzato. Io mi salvai nascondendomi in un cespuglio».Nel 1969 Pietrostefani è a Milano. «Non avevamo i soldi per mangiare, un giorno un compagno, Tonino Lucarelli, che era un po’ acrobata, cominciò a camminare sulle mani, e io feci la questua con il cappello. Quando esplose la rivolta di Mirafiori andai a Torino, dove c’era già Sofri, che viveva a casa di Luigi Bobbio, il figlio di Norberto: corso Turati 63. Suonammo, ma non rispose nessuno. Allora Tonino si arrampicò lungo la parete e mi aprì. Il frigo era pieno. Lo saccheggiammo. Poi arrivò Adriano che distribuì i compiti: lui a Mirafiori, Tonino al Lingotto, io a Rivalta. In fondo a un manifesto scrissi: “Vinceremo”. Adriano si arrabbiò moltissimo. Io mi difesi dicendo che pure il Che finiva così i suoi appelli. Lui invece volle che si scrivesse sempre: “La lotta continua”».«A Milano tutto ruotava attorno al bar Magenta, che era il bar della Cattolica, dei trafficanti e della polizia. Il proprietario era missino ma gli stavamo simpatici, ci dava il seminterrato per incontrarci. Infiltrarci era un gioco da ragazzi, infatti le nostre riunioni erano piene di poliziotti. Due si sedevano sempre accanto a me, alle manifestazioni erano puntualissimi, con spranga ed elmetto. Un giorno li feci seguire e scoprimmo che la sera andavano a dormire in caserma a Sant’Ambrogio. Li presi da parte e gli dissi: “Ragazzi vi abbiamo beccati, non venite più”. Quasi ogni settimana venivo convocato dal questore Allitto Bonanno, che mi trattava con grande cortesia, forse perché mio padre era prefetto in carica, ad Arezzo. Il commissario Allegra preparava il caffè e Allitto mi chiedeva: “Allora, sabato cosa succede?”. Fino a quando, il 12 dicembre 1972, arrivammo allo scontro. Volevamo manifestare a piazzale Loreto per il secondo anniversario di Piazza Fontana. Allitto fu durissimo: “Potete fare un comizio a Città Studi. Ma attorno ci metterò tanta di quella polizia che non uscirete neanche con i carri armati”. All’uscita sfilammo in colonna, fotografati uno a uno. Un disastro».A Milano c’è anche Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse. Nel libro-intervista scritto con Mario Scialoja, «A viso aperto», Curcio racconta di aver incontrato nel 1971 Pietrostefani, che gli avrebbe proposto di far confluire la sua organizzazione in Lotta continua. A un secondo incontro sarebbe stato presente anche Alberto Franceschini, ma la trattativa sarebbe finita in una rissa. Al processo Calabresi, Pietrostefani ha negato, Franceschini ha nicchiato: «Giorgio è più grosso di me, se mi avesse messo le mani addosso me ne ricorderei…». Ma quando le Br sequestrano e fotografano con una pistola puntata sul viso e un cartello al collo Idalgo Macchiarini, dirigente della Sit-Siemens, il comitato milanese di Lc scrive un volantino di approvazione. Mandato di cattura per tutti, che devono partire latitanti.Il 17 maggio 1972 viene assassinato il commissario Luigi Calabresi. Nell’estate 1988 saranno arrestati Ovidio Bompressi, Leonardo Marino, Sofri e Pietrostefani; che stava per diventare amministratore delegato di un’azienda dell’Iri. A Parigi è arrivato il 24 gennaio 2000, alla vigilia della nona sentenza, quella della condanna definitiva. «Ho quasi sessant’anni e mi tocca giocare a nascondino» diceva. Lo incontrai nell’agosto 2002. Pantaloni bianchi, camicia azzurra, giacca blu, occhiali di tartaruga. Si era avvicinato alla fede, si definiva «quasi credente», diceva che «la sinistra in Italia è rappresentata da Cofferati e dal Papa», che era ancora Wojtyla: «Sono gli unici a occuparsi dei deboli». Aveva un bel ricordo di D’Alema: «A Pisa era sempre nel movimento. In minoranza, magari, ma c’era: alle assemblee, alle manifestazioni. Ma non è vero quello che ha raccontato: D’Alema non ha mai tirato una molotov, perché di molotov nel ’68 a Pisa non ce n’erano. Al massimo uno dava una spinta a un poliziotto e l’altro si metteva gattoni dietro di lui per farlo cadere».Il passato gli era venuto dietro. In quei giorni stava leggendo un libro di Dürrenmatt, Il sospetto, che parla della morte di un commissario di polizia. Ma qui le strade divergevano. Perché Pietrostefani, alle domande sull’omicidio, rispondeva che «la verità storica non esiste». Dürrenmatt sostiene invece, ne La morte della Pizia, che la verità esiste, eccome; e «resiste in quanto tale se non la si tormenta».Aldo Cazzullo

Perdonodi Mario Calabresila RepubblicaMario Calabresi : Sono passati 49 anni. Io avevo due anni e mezzo e tu ne avevi 25, se uno pensa a 50 anni, mezzo secolo, dovrebbero essere cose molto lontane nella memoria, quasi dimenticate. E invece…Gemma Capra Calabresi : A me viene da dire che sono 50 anni che lui non c’è più. Cinquant’anni che comunque manca, che mi manca.Mario : Lui era tuo marito, Luigi Calabresi, commissario di polizia, che venne ucciso il 17 maggio del 1972 sotto casa. Non ti richiedo di raccontare quel tempo, tutto quello che ci fu prima, la campagna di stampa, come vivevate voi, braccati, nascondendovi. Però ti chiedo che cosa ti è rimasto 49 anni dopo?Gemma : Ogni 17 maggio alle nove e un quarto, io guardo l’ora e dico “ecco, adesso”.Mario : Adesso esce di casa.Gemma : Adesso esce di casa, adesso lo uccidono. Credo di non aver saltato mai neanche un anno, di stare lì ad aspettare quell’attimo. E per il resto, sì, ho preso le distanze perché io sono convinta che la memoria sia molto importante, ma la memoria non è statica. La memoria ha le gambe, deve camminare e quindi dobbiamo farlo vivere nel presente ricordando il suo humor, i suoi scherzi. Perché era proprio un romano pieno di vita. E i suoi esempi, le sue testimonianze, le sue passioni. Ecco, questa è la memoria portata nella vita di ogni giorno. Ma senza stare fermi a quel giorno o a quello che ci hanno fatto, perché altrimenti non ne esci più.Mario : Ti avevo chiesto di fare questa intervista per l’anniversario del 17 maggio, volevo ragionare con te su questo mezzo secolo, su tutto ciò che ci hai insegnato e sul percorso di pacificazione che ti sta a cuore. Adesso però la cronaca è tornata prepotentemente nelle nostre vite. A Parigi è stato arrestato Giorgio Pietrostefani, insieme ad altri condannati per terrorismo. E allora non posso che partire da lì e chiederti qual è la prima sensazione che hai avuto quando hai sentito la notizia?Gemma : Un fulmine a ciel sereno, una cosa che non mi aspettavo più.Mario : Ma che sentimento prevale in te in questo momento?Gemma : Molteplici sono i sentimenti. Prima di tutto un chiaro e forte segno di giustizia e anche di democrazia. Certo, avrebbe avuto un altro senso per la nostra famiglia se fosse accaduto una ventina di anni fa. Tuttavia, penso che, da un punto di vista storico, quello che è successo sia veramente fondamentale.Mario : Credo anche io che con questo gesto sia stata finalmente sanata una ferita tra l’Italia e la Francia, una ferita che era aperta da troppo tempo. Anche perché la dottrina Mitterrand non è stata sconfessata da Macron con questi arresti, ma finalmente interpretata correttamente. Perché il presidente francese aveva previsto l’accoglienza e l’asilo in Francia per chi lasciava l’Italia, ma non per chi si era macchiato le mani di sangue. E quindi oggi questo è stato ribadito.Gemma : È per questo che dico che è un segno di democrazia, perché la Francia, che ha ospitato e tutelato degli assassini per troppi anni, oggi finalmente riconosce e accetta le sentenze dei tribunali italiani. Ricordo che durante il processo di revisione a Mestre tuo fratello Paolo mi disse: “Guarda bene Pietrostefani perché da domani non lo vedrai più”. Era chiaro a tutti che sarebbe scappato in Francia.Mario : Però hai detto che dentro di te ci sono molteplici sentimenti. Il primo è un senso di giustizia. Cos’altro senti, cos’altro provi?Gemma : Oggi io sono diversa, ho fatto un mio cammino, ma credo che anche loro non siano più gli stessi. E tra l’altro sono anziani e malati.Mario : Cosa significa per te questo?Gemma : Che oggi non mi sento né di gioire né di inveire contro di loro, assolutamente.Mario : Ti aspetti qualcosa adesso?Gemma : Non voglio illudermi ma penso che sarebbe il momento giusto per restituire un po’ di verità. Sarebbe importante che a questo punto delle loro vite trovassero finalmente un po’ di coraggio per darci quei tasselli mancanti al puzzle. Io ho fatto il mio cammino e li ho perdonati e sono in pace. Adesso sarebbe il loro turno.Mario : Come hai fatto a fare questo cammino?Gemma : Io ho scelto da subito di farvi vivere non nel rancore e nell’odio, ma ho fatto il possibile per darvi la gioia di vivere e di credere ancora nell’umanità, nell’uomo e nelle persone, nonostante tutto.Mario : Avevi 25 anni e vedevi l’uomo che amavi e che consideravi una persona per bene, che non c’entrava nulla con le accuse che gli venivano mosse, che subisce questa campagna di linciaggio, le minacce, le scritte sui muri, le lettere minatorie. Poi viene ammazzato sotto casa. Come facevi ad avere ancora fiducia negli esseri umani?Gemma: Io non l’ho mai persa, devo dire la verità. Perché quelle persone lì non rappresentavano l’umanità, non rappresentavano l’Italia. Io ho ricevuto centinaia e centinaia di lettere di solidarietà, lettere di affetto, io non mi sentivo sola. Per me la minoranza erano quelli che avevano deciso di ucciderlo, erano quelli che per un’ideologia sbagliata hanno costruito a tavolino un mostro al quale non corrispondeva assolutamente Gigi.Mario: Incredibile la solidarietà che ho visto. Quasi cinquant’anni dopo la gente ti ferma ancora al mercato.Gemma: Sì, è bello. Mi ha aiutato a vivere questo. Io dico sempre “Non ce l’ho fatta, ce l’abbiamo fatta”. Perché io ce l’ho fatta grazie a tutte le persone che mi vogliono bene, ancora oggi.Mario: Dove comincia invece la tua strada del perdono? Dico la tua perché, bisogna essere onesti, è un percorso soprattutto tuo. Tu hai cercato di insegnarlo a me, a Paolo e a Luigi. Diciamo che per noi però è stato più importante prendere da te l’idea che non si dovesse crescere nell’odio e nel rancore più che fare il cammino del perdono.Gemma: Il mio è un cammino di fede e poi ti voglio raccontare una cosa: un giorno un mio alunno mi ha detto “Maestra, ma perché quando le persone muoiono diventano tutte brave?”Mario: Cioè son considerati tutti buoni.Gemma: Esatto. Ho risposto: “è giusto così”, perché una persona ha fatto cose negative ma anche tante cose positive, ricordiamolo per le cose positive, per il buon esempio, per il suo affetto, per la capacità di amare gli altri, ognuno ha un suo cammino. E così ho pensato anche di queste persone responsabili della morte di Gigi. Posso io relegarle tutta la vita all’atto più brutto che probabilmente hanno compiuto? Forse sono stati dei bravi padri. Forse hanno aiutato gli altri. Forse hanno fatto… Questo non sta a me. Però loro non sono solo quella cosa lì, assassini, sono anche tante altre cose. Ecco, questo mi ha aiutato nel mio percorso di perdono.Mario: Pensi di essere arrivata dove volevi arrivare?Gemma: Penso di sì. Ho dei momenti ancora magari difficili. Però io volevo arrivare a pregare per loro e riesco a farlo. Ogni giorno nelle mie preghiere, io prego perché loro abbiano la pace nel cuore. Lo prego tanto anche per voi, prima di tutto per i miei figli, che l’abbiano. Però questa cosa mi dà pace, mi dà serenità, mi dà anche gioia e io ci tengo a dire che il perdono non è una debolezza. Voglio dirti che il perdono è una forza, ti fa volare alto.Mario: Ma torniamo a te, quante volte ti viene in mente quel giorno di 49 anni fa?Gemma: Ci sono dei periodi che mi viene in mente spessissimo. Ho dei sogni ricorrenti. Sogno che lui viene ucciso. Per esempio, l’ultimo: siamo al ristorante e si sente tipo un boato in lontananza e io dico “è una bomba, scappiamo” e lui dice “ma no, ma stai tranquilla, aspetta”. Poi, a un certo punto, io so che sono fuori, all’aperto, come se fossi scappata e c’è un altro boato forte, una bomba che distrugge tutto e lui muore. Oppure noi scappiamo, siamo rincorsi, però già sappiamo che lui non ce la farà. Non so, c’è questa sensazione nel sogno. Ecco, questo non mi ha mai abbandonato, poi magari per dei mesi non lo sogno e poi ritorna.Mario: E c’è lui? Te lo ricordi bene?Gemma: Sì sì sì, c’è lui. Lo rivedo. Lui è giovane, è questo il guaio. Però nel sogno sono giovane anch’io.Mario: cosa ti sta più a cuore oggi?Gemma: Voglio lasciare a voi una testimonianza positiva della vita. Io vi dico una cosa: senz’altro è stata una vita pesante, ma sapete che non la cambierei? Perché è stata una vita intensa, ricca e piena di affetti, di amore, di gente che mi vuole bene. Eh, se io guardo gli altri, no, non mi cambierei. Qualche volta mi viene un po’ di rabbia quando vedo le persone anziane ancora insieme per mano, allora lì ho un attimo di debolezza, ma è bene così, è bella così. La mia vita comunque è stata bella.Mario Calabresi

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