Pakistan, di Annalena Benini, in Il Foglio, 14 giu 21

Pakistan
di Annalena Benini
Il Foglio
Quando Saman Abbas ha sentito i suoi genitori parlare di ucciderla, invece di nascondersi e scappare ha chiesto spiegazioni. “Ho sentito che dicono uccidiamola, una cosa del genere”, bisbiglia spaventata nel messaggio vocale al suo ragazzo pachistano. E ha chiesto a sua madre: è me che volete uccidere? Sua madre invece di dirle: prendi lo zaino adesso e vai, tieni il passaporto, l’ha rassicurata: “Non stiamo parlando di te, ma di una ragazza che è scappata in Pakistan tempo fa”.
Questa è una storia di padri che consegnano la figlia al boia, di fratelli e cugini con le pale pronti a scavare, mentire, scappare. L’unico maschio ribelle ha sedici anni ed è terrorizzato, è cresciuto con Saman e ha dovuto fingere di accettare la punizione estrema di sua sorella perché “nel nostro Corano c’è scritto che se una smette di essere musulmana deve essere sepolta viva con la faccia fuori dalla terra e poi uccisa con lancio di sassi contro la testa. Nel corano c’è scritto così, ma io non l’ho mai visto. Tutti i parenti mi raccontano questa cosa”. Il fratello minore di Saman, solo due anni meno di lei, doveva crescere come il padre, come lo zio, era il suo destino famigliare, il figlio del contadino dei cocomeri, e invece è l’unico Antigone di questo orrore. Un fratello che vuole abbracciare sua sorella ma che teme le conseguenze della disubbidienza.
In una storia di uomini misogini, integralisti, travestiti da assoluti religiosi, con il potere di appellarsi a Maometto per fare scempio della vita di una figlia, una nipote, una sorella, fra questi sciagurati c’è anche la madre di Saman, una donna di nemmeno cinquant’anni, muta ma capace di mentire in nome dell’onore di qualche uomo e quindi suo. Ha portato Saman dentro la pancia, l’ha messa al mondo, ne ha notato l’intelligenza e la cocciutaggine, l’ha vista smaniare per la libertà, l’ha vista piangere per non poter più andare a scuola dopo la terza media. Ha accettato le punizioni che le infliggeva il padre. E’ uscita qualche volta con lei, velata dalla testa ai piedi, tanto che la comunità pachistana di Novellara, meno di centocinquanta persone, praticamente non la conosce. “Stava sempre chiusa in casa”, dicono con imbarazzo, schiacciati da tutte le cose che hanno paura di dire. “Stava sempre chiusa in casa”, diciamo noi non pachistani, e l’effetto è identico. Ma questa madre ha visto Saman anche andarsene, chiedere aiuto ai servizi sociali, stare lontana per mesi fino al ritorno in primavera. Ha avuto davanti agli occhi la sua convinzione. L’ha guardata in faccia quando Saman le ha chiesto: mamma, vuoi uccidermi? Ha risposto: no. Le assistenti sociali hanno descritto Saman come “grintosa”. Non avrebbe mai ceduto al matrimonio in Pakistan, né alle botte, né alla reclusione. Era certa del suo diritto alla libertà di esistere. Nei racconti tremanti del fratello, dopo, c’è solo un padre che piange. Nei racconti del fratello, la madre fuggita in Pakistan gli manda ordini su whatsapp: “Se ti chiedono dov’è Saman, devi dire che è partita”.
Questa non è certo una storia soltanto per femministe, ma riguarda la politica, cioè la vita e il presente di questo Paese, nessun uomo e nessuna donna possono sentirsi lontani da qui. Ma c’è una madre che rassicura la figlia e intanto ha già in tasca il biglietto per il Pakistan. C’è una madre che guarda sua figlia sapendo che è l’ultima volta che quella vitalità la travolge.
L’ultima volta che quegli occhi truccati la sfidano, la pregano, le insegnano come non ci si lascia annientare. Una madre cresciuta nella paura e nella solitudine non accetta che sua figlia non abbia paura nemmeno della solitudine. Non serve avere studiato per amare la vita e amare una figlia, ma la madre di Saman non ci è riuscita. Ora si nasconde per difendere quello che le resta, forse la finzione di un onore che non ha niente a che fare con Dio, ma quando il solo mondo a cui sente di appartenere lo spiegherà davvero, e finalmente, condannando i matrimoni forzati e la coercizione, le resterà la domanda di sua figlia: mamma, davvero mi vuoi uccidere? E allora avrà soltanto l’insopportabile dolore di rispondere: sì.
Annalena Benini

Un commento

  1. Lasciando da parte il comportamento del padre, cugini e zii… che mi pare già abbastanza disgustosa, mi chiedo come può una madre fare una cosa del genere. In realtà, mi chiedo come si può chiamarla madre. Per me sono veri e propri delinquenti e punto, come se ne possono trovare dappertutto.

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