Nemec Gloria , Dopo venuti a Trieste. Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970, Edizioni alphabeta Verlag, 2015

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Dopo venuti a Trieste Gloria Nemec Storie di esuli giuliano-dalmati attraverso un manicomio di confine 1945-1970

Un percorso particolare dei giuliano-dalmati arrivati a Trieste nel dopoguerra vedeva il manicomio come possibile ed estremo approdo di questi esuli.
Questo lavoro di Gloria Nemec analizza per la prima volta le fonti medico psichiatriche nel grande Ospedale psichiatrico provinciale Andrea di Sergio Galatti e mira a integrare il quadro dell’accoglienza cittadina, soprattutto nei confronti di coloro che fecero più fatica a riassorbire i cambiamenti, a superare le fratture della loro storia e le minacce alla loro identità.
In collaborazione con Circolo di cultura istro-veneta ISTRIA

Trieste fu uno dei luoghi più  investiti dagli spostamenti di popolazione che ridefinirono il quadro demografico europeo all’indomani della seconda guerra mondiale. La città  fu attraversata e accolse  migliaia di soggetti diversamente spaesati e traumatizzati, in essa si addensarono esperienze di lutti, dispersioni e perdite multiple: delle persone, delle patrie, dei beni, delle passate identità collettive. Un percorso particolare vedeva il manicomio come possibile ed estremo approdo di questi esuli.

Questo lavoro di Gloria Nemec analizza per la prima volta le fonti medico psichiatriche e mira a integrare il quadro dell’accoglienza cittadina, soprattutto nei confronti di coloro che fecero più fatica a riassorbire i cambiamenti, a superare le fratture della loro storia e le minacce alla loro identità.
Mondi assai lontani come quelli della psichiatria asilare e dei giuliano-dalmati inurbati si incontrarono all’interno di un grande manicomio di confine: da un lato i fragili statuti epistemologici e i forti poteri della psichiatria, dall’altro l’arcipelago delle provenienze e delle variabili che indussero un’intera componente nazionale a spostarsi.
Intercettare i transiti di una delle parti più diseredate del proletariato cittadino, nel contesto dell’abnorme crescita  post-bellica dell’Ospedale psichiatrico provinciale Andrea di Sergio Galatti, significa porsi il problema di come poté stabilirsi la relazione tra le grandi e violente crisi sociali e le condizioni storiche che favorirono l’internamento psichiatrico.

“Prima era stato – a detta della moglie – Ottimo lavoratore, di buon appetito, sempre in buona salute, molto affezionato ai famigliari, economo, senza precedenti morbosi. Venerdì scorso venne dall’Istria a Trieste dopo aver optato per la cittadinanza italiana. Fu accolto con la famiglia al Silos. Qui naturalmente dovette dormire per terra. Si ribellò e cominciò a ripetere alla moglie che voleva dormire nel suo letto. Ricoverato, si presenta in stato di eccitamento e confusione mentale”
[dalla cartella clinica di un contadino di Pinguente, giunto a Trieste nel dicembre 1948].

Nelle storie che ascoltavo in manicomio, a colpirmi non era solo il dolore fermo e pietrificato nel momento difficile dell’abbandono del luogo d’origine, ma quella particolare condizione che su questo dolore sedimentava. Una volta in manicomio per resistere all’omologazione, all’unica piatta identità dell’istituzione, le persone non possono che aggrapparsi a quella loro identità sofferente e frammentata.
Dalla Presentazione di Giuseppe dell’Acqua.

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