Giovanni Brusca, il capomafia che azionò il telecomando nella strage di Capaci uccidendo il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, che diede l’ordine di sciogliere nell’acido il piccolo Di Matteo, è un uomo libero, dopo 25 anni di carcere di cui gli ultimi 4 in libertà vigilata. Dopo l’arresto decise di pentirsi. Cosa che gli ha permesso di ottenere un forte sconto di pena.
«La libertà di Giovanni Brusca – scrive Roberto Saviano – non rappresenta un inciampo della giustizia, un errore burocratico o una falla. Al contrario, Giovanni Brusca è in libertà secondo la legge. È doloroso, ma ci si deve rendere conto che lo Stato, e gli Stati in generale, non solo l’Italia, sono estremamente fragili di fronte al crimine organizzato. Senza collaboratori, non si otterrebbe alcun risultato. Si può aggiungere che, senza collaboratori, le spese per il contrasto sarebbero quadruple o quintuple, poiché sarebbero richiesti molti più investigatori, intercettazioni e un lavoro considerevolmente maggiore. (…) La sua libertà è dolorosa ma mostra anche che è il prezzo da pagare per ottenere la verità e se consideriamo questa prospettiva, la libertà di Brusca è la prova che le mafie non sono imbattibili e che la strada è ancora lunga, lunghissima».
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