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Islamismo e nazi-islamismo nella analisi di Alexandre Del Valle, scheda con una reminiscenza di Raymond Aron a cura di Paolo Ferrario, 2007

Il dato storico mi appare sempre di più questo:

l’islamismo non è un semplice integralismo cultural-religioso,

ma è un totalitarismo che si basa sul fondamentalismo religioso

L’islamismo è omologo (certo non uguale, per la diversità dei contesti) al nazismo della prima metà del Novecento.

Sostiene Alexandre Del Valle:
Pos­siamo, come suggerisce Pierre-Andre Taguieff, considerare il totalitarismo sotto tre forme e accezioni, più complementari che antinomiche, riprendendo la classificazione che Renzo De Felice ha ten­tato riguardo il fascismo:

il fascismo come movimento

il fascismo come regime 

e il fascismo come ideologia

Se si applica questa tri­plice classificazione all’oggetto del nostro studio, si può distinguere il totalitarismo come movimentocon la genealogia dei fascismi e del marxismo e della loro incubazione totalitaria nei secoli XIX e XX, il totalitarismo come regime con i regimi nazista, sovietico, maoista, khmer rosso, saudita, talibano-khomeinista o sudanese, infine il tota­litarismo come ideologia con il marxismo-leninismo, lo stalinismo, il nazionalsocialismo o l’islamismo.

L’ideologia islamista traspare nella dottrina totalitaria dei Fratelli musulmani, del Gamiat-i-islami pachistano, della rivoluzione sciita iraniana o del wahhabismo sau­dita – quindi il neo wahhabismo rivoluzionario di Ben Laden – o, più in generale, nel salafismo sunnita, nelle sue forme fondamentaliste e gihadiste. La definizione generica del totalitarismo come

pretesa dottrinaria ideologico-politica a conglobare la totalità della vita in un monismo del potere e della visione del mondo, usando se­gnatamente l’arma del terrore e della violenza

è, secondo noi, la più adeguata a definire l’islamismo, principale rappresentante oggi della realtà totalitaria.

In Alexandre Del Valle, Il totalitarismo islamista all’assalto delle democrazie, Solinum editore, 2007, p. 87-88

Due obiezioni contro l’impiego del termine “totalitarismo” consistono nell’affermare che questa nozione è storicamente associata al nazionalsocialismo tedesco e allo stalinismo russo e che il totalitarismo è necessariamente incarnato in uno stato. Da cui la non applicabilità alla situazione odierna di quella nozione.

Per contro Del Valle sostiene che il progetto islamista prevede la soppressione degli stati tradizionali (Israele in primis) e l’edificazione di uno stato califfale transnazionale che raggruppi tutti i membri della umma islamica, ossia la comunità dei credenti.

Il totalitarismo è l’esatto opposto delle democrazie liberali, che sono dei “sistemi pluralisti fondati sulle costituzioni”.

Quali , dunque, i criteri che, con lo sguardo proiettato al presente e non con gli occhiali del Novecento, permettono oggi di definire il totalitarismo?

Usando il pensiero di Raymond Aron e di Hannah Arendt lo studioso citato ne  individua tre:

–         la confusione fra campo della politica e campo della società civile:
il rifiuto totale di ogni laicità proprio del sistema islamista deve essere considerato come uno dei criteri del totalitarismo nella misura in cui la secolarizzazione è una delle condizioni essenziali dei regimi democratici e liberali

op. cit p. 89
–         la mobilitazione totale e permanente e la fuga in avanti dell’estremismo

–         la militarizzazione non sottomessa alle norme dello stato di diritto:
An­che qui, come i corpi franchi o altri ordini del tipo SA e SS, l’isla­mismo invita ogni credente ad assolvere il suo dovere di “sforzo di guerra sul sentiero di Allah”(gihadfì sabil’Illah) contro i nemici dell’ordine islamista essendo la ricompensa il paradiso di Allah, l’e­quivalente del Valalla dei nazisti neopagani. Imperativo che i movi­menti gihadisti più o meno nati dai Fratelli musulmani o dal Gamiat-i-islami pakistano (Takfir, Gamaa, Gihad, Hamas, GIÀ, GSPC, Lashkar-i-Taiba, Geish-i-Muhammad) hanno spinto fin nelle più ter­ribili trincee chiamando i musulmani di tutto il mondo a “uccidere gli ebrei e i crociati ovunque si trovano”. Questo spiega perché ter­roristi kamikaze si improvvisano a volte al di fuori di ogni struttura organizzata, così come si è visto in Francia a fine agosto 2001 con il caso dell’islamista di Béziers, Safir Bghuia.ù

Op.Cit. p. 89
–         il rifiuto dell’individualismo. La vita singola non ha alcun valore, perché è solamente il gruppo che conta. Questo aspetto, addirittura, è più presente nell’islamismo che nei fascismi o nel comunismo, se si pensa al loro motto: “Amiamo più la morte che voi la vita”

–         il terrore e la paura generalizzata. La coppia fede/terrore è rintracciabile in tutta evidenza  in Iran, nelle giunte alla Saddam o nelle strutture monarchico tribali dell’Arabia Saudita

–         il fine giustifica i mezzi e la menzogna è un dovere:

Ci ricor­diamo del modo in cui i nazisti arrivarono al potere dopo aver utilizzato tecniche sovversive come l’incendio del Reichstag o la strumentalizza­zione del cristianesimo che invece detestavano, o ancora il modo in cui i comunisti sovietici distinguevano la verità superiore (pravda), ideolo­gica, dalla verità di fatto(istina) sacrificabile a piacere. Puskin scrisse del resto: “La menzogna che ci eleva non mi è più cara della moltitu­dine delle piccole istina…” Perciò molti grandi pensatori e giuristi del­l’isiam classico ai quali si riferiscono gli islamisti hanno anch’essi teo­rizzato la “menzogna pietosa” o “l’adesione dei cuori” (tàlib al-qulub) e l’hanno destinata a quelli che Lenin chiamava gli “utili idioti”: “Le menzogne sono peccati, salvo quando sono dette per il be­nessere del musulmano” (Al-Tabarani); “la menzogna verbale è auto­rizzata nella guerra” (Ibn Al-Arabi)7. Nello sciismo troviamo il princi­pio della taqiyya, che autorizza il credente a rinnegare pubblicamente la sua fede in un contesto ostile, mentre il salafismo sannita si riferisce alla menzogna di circostanza: “È permesso mentire per respingere un male più grande (…). La menzogna è laida ma si può usare per il bene. Si può mentire a un kafìr (infedele) al di fuori della guerra (…) per as­sicurarsi un interesse materiale”, si spiega ai giovani militanti islamisti, essendo la menzogna qui paragonata a un’opera di pietà come a una guerra santa, perché “la guerra santa deve essere condotta utilizzando la furbizia e l’inganno contro i capi kafìr, contro quelli che attaccano ciò che Dio ha rivelato (…). Ibn Taymiyya ha detto che è permesso e che è anche un dovere per un musulmano in certi casi, di assomigliare agli “associatori” nelle cose esteriori come il vestiario e altre apparenze

Op.Cit. , p. 91-92

–         il fanatismo ideologico:

ciò che caratterizza più profonda­mente il totalitarismo, non è solamente la violenza e l’ipertrofia di uno Stato liberticida ma l’ideologia stessa, intesa nel senso etimologico del termine come logica di una idea totale, il fatto di spiegare il movi­mento della storia come un processo unico e coerente dedotto a partire da una idea centrale: la legge della natura e della razza per il nazismo, della storia o della lotta di classe per il marxismo, oppure della sotto­missione dell’umanità ad Allah e quindi la lotta delle religioni e delle civiltà per l’islamismo.

Op.Cit. p.92

Mi sono appuntato questi pochi stralci di una ricerca ad ampissimo spettro: storico, religioso, politologico, giuridico, sociologico.

Il libro di Alexandre Del Valle va sui tempi lunghi.


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