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Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard

Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard

Sui costi standard, ovvero Sulla Sanità possibile soprattutto al Sud, quale alternativa all’attuale riparto del fondo sanitario nazionale, si gioca la partita decisiva per il disegno dei reali contorni del federalismo prossimo venturo. A partire dal 15 settembre, in Conferenza Stato-Regioni, inizia l’iter che nell’arco di alcuni mesi definirà il rapporto ottimale tra prestazioni sanitarie e costi da adottare in tutte le regioni. Il parametro di riferimento è quello di quattro governi locali considerati virtuosi. Ossia Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana. Una svolta epocale che difficilmente gioverà alla nostra regione come alle altre compagini del Sud.
In pratica viene abbandonato lo storico concetto dei Livelli essenziali di assistenza, vessillo della Sanità universalistica e finora criterio di riferimento per il riparto del fondi attribuiti alle regioni, per fare posto, appunto ai costi standard. Ora visto che la Sanità assorbe circa il 70 per cento delle risorse dei bilanci regionali, proprio sui costi standard si celebrerà un durissimo tira e molla tra Nord e Sud per accaparrarsi la maggior fetta della torta dei fondi della spesa pubblica. Inutile dire che la coperta è troppo corta per assicurare in maniera omogenea la qualità di altri servizi come trasporti, istruzione, sviluppo. Quello dei costi standard, peraltro, è anche il principale strumento di perequazione del sistema di attribuzione delle risorse derivanti dal gettito fiscale.
L’obiettivo delle regioni più ricche, capaci di giovarsi del vantaggio derivato dalla maggiore capacità economica, è dunque quello di ridurre il più possibile i costi standard per garantirsi margini più ampi su altri fronti di governo.
Il rischio è arrivare, nell’arco di alcuni anni, ad un vero e proprio razionamento delle cure nelle regioni dove sottosviluppo e disoccupazione la fanno da padrona. Già dal prossimo anno la Campania potrebbe perdere circa 1 miliardo di euro dei 10 mld attribuiti oggi dal fondo sanitario regionale. Una china che porterebbe, nell’arco di alcuni anni, ad un vero e proprio dimezzamento dei servizi. Né la Regione può opporre, allo stato attuale, validi argomenti per frenare questo processo visto che oltre mille campani, ogni anno, preferiscono migrare fuori regioni per ricevere cure alimentando un flusso di spesa improprio che ammonta a circa 450 milioni, ossia la metà dell’intero deficit annuo. Insomma a chi difende lo stato attuale viene puntualmente risposto che tutte le risorse attribuite oggi alle regioni in deficit non servono a creare servizi e cure adeguate ma solo a sperperare denaro pubblico che, altrove, avrebbe un migliore impiego.
Una delle azioni politiche che la giunta Caldoro è chiamata a svolgere ai tavoli romani riguarda proprio lo scardinamento di questo assunto oltre che lo sblocco dei 2 miliardi e passa dei fondi del Patto per la salute che il governo centrale tiene fermi da tre anni.
Patto per la salute che prevede appunto, per almeno un altro triennio, un affiancamento economico del governo alle Regioni con i conti in rosso che per la Campania vale circa 330 milioni di euro annui.
Dopo lo stop, della primavera scorsa, all’applicazione immediata dei costi standard ora il governo, anche alla luce della spaccatura con i finiani, intende compiere una scelta politica netta e per venire rapidamente incontro alle pressioni della lega. Ogni ripensamento sembra oggi del tutto improbabile. Gli argomenti per confutare il criterio dei costi standard sono riconducibile ad un unico assunto: la variabilità dei bisogni sanitari e delle prestazioni inficiano alle fondamenta un siffatto sistema sanitario nazionale. E poi: come uniformare i costi di produzione tra chi ha molti abitanti e dunque molte prestazioni e può contare su economie di scala rispetto alle piccole regioni costrette a investire su bassi numeri?
A questo punto l’unica proposta migliorativa percorribile è, da un lato investire sui centri di eccellenza (come la Campania sta facendo con il suo Piano ospedaliero) e dall’altra concepire un nuovo riparto del fondo per quota procapite corretta da altri parametri che non siano solo la anzianità della popolazione (oggi siamo al 45 per cento). I nuovi moltiplicatori sarebbero i bassi livelli di istruzione, di reddito e di consumi, ma anche la qualità dell’ambiente. Un nuovo sistema che avrebbe comunque il pregio di definire costi standard oggettivamente misurabili e di rendere più efficiente l’attuale sistema trascurando invece parametri riferibili all’assistenza territoriale e domiciliare più difficili da misurare e condensare in un dato unico. Anche perchè sulla definizion dei costi standard pesano alcuni nodi irrisolti: come ad esempio la mancanza, in molte regioni, di sistemi di contabilità analitica per scandagliare i flussi contabili e gestionali che rendono critica già oggi la rendicontazione annuale delle spese per cui il costo standard potrebbe rivelarsi poi un costo medio su cui ogni pensiero cattivo è possibile. Uno scenario in cui una sola cosa è certa: l’obiettivo del governo di risparmiare qualcosa come 10 miliardi di euro sulle cure sanitarie già a partire dal prossimo anno da devolvere ad altri settori della spesa pubblica e la durissima battaglia tra le regioni per stabilire chi e come si gioverà di tali risorse.

Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard.


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  1. […] Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard (via Politica dei servizi sociali: ricerche in rete) In Imola on settembre 15, 2010 at 11:55 Regioni, prove di federalismo Tutto poggia sui costi standard Sui costi standard, ovvero Sulla Sanità possibile soprattutto al Sud, quale alternativa all'attuale riparto del fondo sanitario nazionale, si gioca la partita decisiva per il disegno dei reali contorni del federalismo prossimo venturo. A partire dal 15 settembre, in Conferenza Stato-Regioni, inizia l'iter che nell'arco di alcuni mesi definirà il rapporto ottimale tra prestazioni sanita … Read More […]

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