il Bureau of Labor Statics americano, elaborando qualche milione di dati, ha scoperto che le professioni più richieste sono quelle di badante, seguite da quelle di cuoco, muratore e giardiniere. Roba per cui non ci vuole il pezzo di carta? No, i datori di lavoro pretendono che anche in queste professioni vi sia una certa preparazione di base, una certa cultura che potrebbe corrispondere alla nostra laurea breve, associazione AlmaLaurea

Uno studio dell’associazione AlmaLaurea mostra che laurearsi conta sempre meno per trovare lavoro, anche se si è in possesso della «laurea breve», quella che si ottiene dopo tre anni e che il ministro Zecchino, e dopo di lui il ministro Berlinguer, avevano inventato proprio per professionalizzare gli studi superiori, cioè per rendere meno labile il rapporto tra mondo del lavoro e pezzo di carta.

Sarà una selva di numeri. Sentiamo.
Gliene darò il minimo indispensabile, giusto quelli che servono a chiarire il concetto. Si prendono gli anni 2008, 2009 e 2010 e si vede che la percentuale di disoccupati tra quelli che hanno la laurea breve è aumentata: dall’11 al 16,2% (stiamo parlando del primo anno post-laurea). A chi ha laurea lunga, o meglio specialistica, è andata anche peggio: da 10,8 si è passati a 17,7. Si potrebbe pensare che fare i calcoli sul primo anno dopo la laurea è troppo penalizzante. Ma anche tra quelli che hanno preso la laurea da 5 anni ci sono meno occupati di prima, un 5% in meno. Queste brutte percentuali sono accompagnate dalle loro solite sorelle gemelle: aumento dei laureati che lavorano in nero (7%, il doppio del 2008), paghe più basse di prima (-5% reali, cioè calcolando anche l’inflazione, per i laureati brevi e -10%per i lunghi), maggiori difficoltà per chi è laureato, sì, ma all’interno di una famiglia operaia: a 5 anni dal titolo ha un posto il 77%dei borghesi, ma solo il 68%degli operai (e gli operai guadagnano meno, 1249 euro in media contro i 1404 di quegli altri).
Di chi la colpa? Degli studenti? Dei professori? Dei datori di lavoro? Del sistema? Di Berlusconi?
Berlusconi c’entra poco, perché i dati si riferiscono ai risultati di riforme volute da un ministro prodiano (Zecchino) e da un ministro democratico (Berlinguer). La Gelmini s’è tenuta il famoso 3+2, perché «non si può continuamente ripartire da zero». D’altra parte bisogna dire anche questo: chi prende una laurea breve o lunga è «dottore» e si sente per ciò stesso salito a un qualche livello sociale. Solo che il mondo vero questo livello sociale glielo riconosce sempre più difficilmente. Non parlo solo dell’Italia: il Bureau of Labor Statics americano, elaborando qualche milione di dati, ha scoperto che le professioni più richieste sono quelle di badante, seguite da quelle di cuoco, muratore e giardiniere. Roba per cui non ci vuole il pezzo di carta? No, i datori di lavoro pretendono che anche in queste professioni vi sia una certa preparazione di base, una certa cultura che potrebbe corrispondere alla nostra laurea breve. In Spagna, all’ultimo concorso per uscieri alle Cortes (il Parlamento) su 20 mila che si sono presentati ha avuto il posto, quasi sempre, gente che si qualificava come economista, matematico, fisico o avvocato. In generale, quindi, sembrerebbe che la laurea sia piuttosto un’astrazione, che corrisponde sempre meno alla domanda di lavoro.
Come bisognerebbe fare?
La laurea triennale fu adottata per queste due ragioni: i nostri uscivano dall’università enormemente tardi— 28 o 29 anni — rispetto ai colleghi europei (22-23 anni); grande era poi il numero di abbandoni nel primo biennio, c’era cioè troppa gente che cominciava e poi piantava lì. La riforma è servita a poco, si direbbe, perché l’università è rimasta troppe volte un parcheggio, non solo per la maligna volontà dei governi, ma anche per comoda scelta degli utenti. Finché vanno a scuola, la famiglia li mantiene.
L’università, visto che la laurea triennale doveva facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, non avrebbe dovuto organizzarsi diversamente?
Direi di sì. È successo invece che la laurea triennale, unita all’assoluta autonomia lasciata agli atenei, ha favorito una moltiplicazione di corsi fantasmagorica, e titoli di studio che non si sa bene che cosa vogliano dire. Ci sono lauree che si chiamano quasi nello stesso modo e che si ottengono con percorsi completamente diversi. Lauree invece simili, per discipline studiate, che si chiamano invece in modo del tutto diverso tra di loro. Alla fine, per chi deve decidere se assumere o no, ogni laureato è un rebus.
Ma basterà un test per capire se sono preparati. O no?
Forse i più svegli sono quelli che rinunciano al titolo e si mettono subito a lavorare. Oppure quelli che vanno all’estero. Secondo il Centro europeo dell’educazione, otto laureati italiani su cento hanno gravi problemi di scrittura, 25 su cento rischiano di regredire nell’uso della lingua, 21 su cento non vanno oltre un livello minimo di comprensione nella lettura di un testo. Tra i laureati, secondo l’Istat, uno su tre non possiede più di cento libri (all’incirca quelli utilizzati durante il percorso di studi). Il problema sta anche qui.
vai anche a: XIII Rapporto AlmaLaurea
Presentata a Roma la condizione occupazionale dei laureati italian

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