Malati cronici

La carica degli immortali di Elisa Manacorda

La carica degli immortali

di Elisa Manacorda

La metà dei bambini nati nel 2007 supererà la soglia dei cent’anni. E la medicina è pronta a farci vivere oltre i settanta alla grande. Ecco come

Naso perfetto, volto tirato, glutei e addominali scolpiti, colorito appena dorato per mettere in evidenza la salute e la vigoria. Cellulite, neanche a parlarne. Capelli grigi? Non scherziamo. Impossibile dire quanti anni abbiano: perché questi uomini e donne puntano a essere senza età. Sono, per dirla con Catherine Mayer, giornalista e fresca autrice di “Amortality. The pleasure and the perils of living ageless”, amortali. Gente che prova a fermare il tempo con tutte le sue forze facendo ricorso a tutto ciò che la scienza, quella vera e quella farlocca, mette a sua disposizione: dalle creme al bisturi, dai farmaci alle diete. L’obiettivo è inchiodare le lancette dell’orologio in un eterno presente. Perché mai arrendersi alla vecchiaia se, archiviata vita famigliare e obblighi lavorativi, si campano altri vent’anni almeno?
Il bello, infatti, è che, per quanto un po’ buffi nelle loro pretese e nei loro aspetti plastificati, gli amortali hanno un atout indiscutibile: l’allungamento della vita media. E i numeri parlano da soli. Secondo il demografo americano James Vaupel, la metà dei bambini nati nel 2007 raggiungerà i 102 anni in Germania, i 103 nel Regno Unito, i 104 in Francia e negli Stati Uniti, e i 107 in Giappone. Ma già adesso si sentono gli effetti di questo allungamento dell’aspettativa di vita: e il più evidente è la moltiplicazione dei centenari. In Italia, dice l’ultimo censimento Istat, ci sono oltre 16 mila persone che hanno superato il secolo di vita.
Ma quella dei trisnonni d’acciaio è solo la manifestazione più evidente di un fenomeno più complesso e dalle molte sfumature. Sul quale ha oggi deciso di fare luce anche il rapporto “Le sfide della longevità”, prodotto da Axa Mps e Axa Assicurazioni, che verrà presentato il prossimo 4 ottobre a Roma. L’idea è che non si invecchia allo stesso modo a tutte le latitudini. Perché a determinare la speranza di vita sono fattori eterogenei: biologici (per esempio il genere, visto che ovunque le donne vivono più a lungo degli uomini) ma anche socioculturali. “Le persone con un elevato grado di istruzione”, commenta Alessandro Rosina, demografo all’Università Cattolica di Milano, che ha collaborato al rapporto, “hanno un’aspettativa di vita superiore rispetto a chi è meno istruito: gli studi indicano uno scarto di cinque anni tra laureati e persone che non sono andate oltre la scuola dell’obbligo”. In sostanza, per ogni anno aggiuntivo di studio si guadagna mezzo anno di vita in più.
A fare la differenza sono poi anche le diseguaglianze socio-economiche, aggiunge Rosina: “Sappiamo che la Campania ha una durata media di vita inferiore ai 78 anni per gli uomini e pari a 83 anni per le donne, mentre regioni più ricche si attestano sugli 80 anni per i maschi e 85 per le femmine”. Vivere a lungo è dunque una conquista sempre in bilico. Lo sanno bene quei russi che secondo i dati dell’Ocse hanno visto la loro aspettativa di vita ridursi di oltre quattro anni in meno di un ventennio (1985-2004), passando dai 63,8 ai 58,9 anni. Le ragioni? L’abbassamento della qualità del sistema sanitario, il consumo di alcol, un complessivo degrado delle condizioni socio-economiche. Per farsi un’idea basta dare un’occhiata allo Human Mortality Dataset, che fornisce dati generali sulla popolazione per 37 paesi, nella maggior parte sviluppati. A conquistare il primo posto sono gli uomini svizzeri, con 79,3 anni; gli italiani (sempre maschi), possono aspirare invece a 78,6 anni, i francesi a 77,2. In campo femminile, sul podio sono invece le donne d’Oltralpe. In Francia una bambina può legittimamente aspirare di arrivare a 84,2 anni, in Italia a poco meno: 84,1.
Al di là delle disomogeneità, resta però il dato complessivo: in Italia, la popolazione tra i 55 e i 75 anni aumenterà di circa quattro milioni di persone da qui al 2030. E questo aprirà scenari complessi, gettando nello scompiglio un certo numero di categorie professionali. Per esempio quella degli economisti, che lavorano alacremente per capire sino a che punto questo aumento della vita media possa incidere sull’età pensionabile. Ma anche quella degli uomini di marketing, che studiano i seniores per intercettare i bisogni di questa sempre più ampia fascia di “spender”, cioè persone disposte ad aprire il borsellino per soddisfare delle esigenze diverse da quelle di un quarantenne. Persino quella degli assicuratori, come sottolinea lo stesso rapporto Axa, che devono mettere a punto nuove polizze che tengano conto del “rischio di longevità” per clienti che sembrano non morire mai, se è vero, come riportano le ultime previsioni Istat, che entro la prima metà del XXI secolo l’aspettativa di vita femminile italiana arriverà vicino ai 90 anni e quella maschile agli 85.
I più indaffarati di tutti sono però medici e biologi, che si interrogano sui limiti fisiologici della vita umana, per capire fino a quale soglia la nostra specie possa sperare di spingersi. E studiano i metodi per rendere i benefici acquisiti sino ad oggi ancora più durevoli. Perché vivere a lungo – commenta anche l’oncologo Umberto Veronesi nella prefazione del rapporto Axa – è il risultato di tanti fattori. Primo fra tutti il miglioramento della condotta personale in relazione alla salute. L’alimentazione, per esempio: si è visto che alcuni cibi, o meglio alcuni componenti di alimenti, hanno la capacità di danneggiare o proteggere la salute attraverso un meccanismo biologico.
La conferma arriva anche da Claudio Franceschi, direttore del Dipartimento di Patologia Sperimentale presso l’Università di Bologna, e coordinatore del progetto europeo Nu-Age, che coinvolge cinque paesi (Italia, Polonia, Inghilterra, Francia e Olanda). Un campione di 1.250 persone di età compresa tra i 65 e i 79 anni verranno messe a dieta anti-invecchiamento: metà del campione seguirà una dieta mediterranea e rinforzata con vitamina B, acido folico, vitamina D e microelementi, la metà restante seguirà le normali abitudini alimentari. “Il nostro obiettivo è spegnere quella sottile attivazione cronica del sistema immunitario che caratterizza le persone anziane”, spiega Franceschi. Invecchiando, infatti, il nostro organismo produce radicali liberi, è invaso da batteri nocivi, e il nostro sistema immunitario si scatena. Risultato: siamo colpiti da un’infiammazione bassa e costante, che ci predispone di più allo sviluppo di cancro, demenza, artrite e Alzheimer. “L’idea è che l’alimentazione possa agire direttamente sull’organismo, per esempio modificandone la flora intestinale e agendo su quegli interruttori genetici che scatenano la produzione di sostanze infiammatorie”. I partecipanti al progetti Nu-Age, dopo un anno a dieta “anti-invecchiamento” verranno sottoposti ad analisi completa del genoma, per capire in che modo la dieta abbia modificato lo stato di attivazione dei tratti di Dna che producono infiammatori e anti-infiammatori. I dati saranno utilizzati per lo sviluppo di alimenti funzionali per la popolazione anziana.
Mangiare sano, però, non basta. Per oltrepassare le colonne d’Ercole dei cento anni bisognerebbe ridurre altri fattori di rischio, come l’inquinamento dell’aria, che potrebbe innalzare del 15 per cento l’aspettativa di vita. Vivremmo più a lungo anche se arrestassimo l’epidemia di obesità che colpisce i paesi ricchi: già nel 2005 Jay Olshansky, ricercatore all’Università dell’Illinois, sottolineava come l’aumento del numero delle persone che soffrono d’obesità (e di malattie associate, come ad esempio il diabete) metterebbe in discussione la progressione della speranza di vita negli Stati Uniti e in molti paesi occidentali.
Senza rimettere mano agli stili di vita, insomma, il traguardo del secolo di vita si allontana. E per raggiungerlo non basterà quel mix di integratori, ormoni e farmaci propinato dai guru della vita eterna. Negli Stati Uniti, ricorda Mayer nel suo libro, sono spuntate molte società che proclamano di poter arrestare il tempo. Dell’elisir di lunga vita, che gli amortali sono disposti a pagare a caro prezzo, fanno parte per esempio pillole e creme a base di ormoni steroidei come il Dhea e il testosterone, per aumentare la massa muscolare e migliorare la densità ossea. “Ma la terapia androgenica”, sottolinea Mayer, “può avere effetti collaterali sgradevoli, dalla comparsa di acne alla mascolinizzazione di alcuni tratti, come la voce, fino all’aumento del colesterolo “cattivo” e agli effetti negativi sulle funzioni riproduttive, con la riduzione della produzione di spermatozoi”. Per di più, nel 2003 il “New England Journal of Medicine” sottolineava come la somministrazione di testosterone agli anziani aumentasse il rischio di cancro alla prostata.
Agli aspiranti amortali vengono anche proposti integratori alimentari per ripristinare la telomerasi, quell’enzima che protegge le estremità dei cromosomi (telomeri) evitando che si accorcino a ogni duplicazione delle cellula. Uno studio pubblicato su “Nature” a fine 2010 indicava che i topi con produzione ridotta di telomerasi mostravano segni di invecchiamento precoci, e che il fenomeno poteva essere arrestato con la somministrazione di sostanze in grado di ripristinare i livelli enzimatici ottimali. Ma si tratta di composti troppo tossici per l’uomo, ammettono gli stessi ricercatori che hanno dato vita all’esperimento. Ciò non toglie che negli Stati Uniti siano in vendita integratori che sostengono di avere effetti positivi sulla produzione di questo enzima. Più che pericolosi, dicono i ricercatori, sono inutili.
Il vero segreto della giovinezza, infatti, si nasconde altrove: in una vita piena di interessi e emozioni. “A sessant’anni, esauriti i doveri verso i figli e il lavoro, la vita è ancora piena e tutta da reinventare. Perché non sfruttare questa disponibilità e queste competenze, magari migliorate da una formazione continua, per impiegarle al meglio nel sociale, nella cultura, nel volontariato?”, si chiede Rosina. Ma la risposta è amara. Perché paradossalmente il nostro, pur essendo un paese di vecchi, non è ancora un paese per vecchi.
ha collaborato Anna Lisa Bonfranceschi

da l’Espresso extra.

2 risposte »

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