Michele Brambilla sulla riforma delle pensioni, in La Stampa 25 ottobre 2011

L’assist di Bruxelles al senatur
MICHELE BRAMBILLA
Il governo Berlusconi è stato dato per morto talmente tante volte che ormai viene da pensare che sia immortale. Magari in perenne agonia, ma immortale. Adesso, a una sola settimana dal voto di fiducia, è di nuovo in rianimazione. Ce la farà?

Non lo sappiamo. Ma questa volta pare si sia infilato in un pertugio senza vie d’uscita. Perfino il solito arruolamento di parlamentari dell’ultima ora sarebbe inutile.

C’è da superare una difficoltà ben più grave dei numeri alla Camera: l’appoggio della Lega a una riforma, quella delle pensioni, che l’Europa ha posto come condizione ineludibile.

Il problema è che anche Bossi considera le pensioni una condizione ineludibile: nel senso esattamente opposto, però, a quello richiesto dall’Europa. Su questo punto, il senatur pare non abbia alcuna intenzione di cedere. Ora, è vero che la Lega ci ha abituati a talmente tante retromarce – sulle aliquote Irpef, sul trasferimento dei ministeri, sulla guerra in Libia – che non ci sarebbe più da stupirsi di nulla. Però sulle pensioni è lecito pensare che non voglia fare retromarcia. Anzi, non possa.

Almeno per tre motivi. Primo: Bossi e i suoi ci hanno messo fin troppo la faccia, giurando sul «no» all’innalzamento dell’età pensionabile. Secondo: il 65 per cento delle pensioni di anzianità è al Nord e la Lega, andando a colpire i pensionati, andrebbe a svuotare il proprio bacino elettorale. Poi c’è il terzo motivo, che forse è quello determinante. Bossi sa che, se anche questa volta abbassa il capo «per non tradire l’amico Silvio», rischia di vedersi scappare di mano tutto il partito.

Per capirci: il grosso problema di queste ore di Berlusconi è che mai le sue difficoltà avevano coinciso così tanto con quelle di Bossi, cioè del suo più fedele alleato. Perché Bossi è in difficoltà? Perché la sua base gli chiede, con forza, di staccare la spina, di non trascinare il partito nel gorgo in cui rischia di sprofondare Berlusconi; gli chiede di tornare puri intrepidi e solitari come ai bei tempi. E vede, come possibile realizzatore di questo sogno, non più lui, il pur sempre amato ma ormai vecchio capo: bensì Roberto Maroni.

Tutto questo cova sotto la cenere da un pezzo. Però Bossi, per quanto possa sembrare incredibile, non se ne accorgeva. La ristretta cerchia che lo marca a uomo l’aveva convinto che certe voci erano le solite balle dei giornalisti. Ma c’è stato un momento, nei giorni scorsi, in cui è cambiato tutto: quando Bossi s’è visto contestare nella sua Varese. C’è un filmato, che il «Corriere della Sera» ha scovato e messo sul Web, in cui si vede un Bossi esterrefatto di fronte alle proteste dei delegati varesini per l’imposizione del nuovo segretario provinciale, di fronte alle grida «Vo-to vo-to» e «Bo-bo Bo-bo». Esterrefatto. Mai Bossi aveva assistito a una scena del genere, e mai aveva immaginato di potervi assistere.

Da quel momento, il senatur non è stato più lui. Non s’era mai visto infatti un Bossi così remissivo com’è stato qualche giorno dopo quando Flavio Tosi, uno dei principali dissidenti interni, ha detto che la Lega deve abbandonare Berlusconi. Prima Bossi ha reagito alla vecchia maniera, mostrando a Tosi il medio, dandogli dello stronzo e annunciandogli l’espulsione; ma poi, appena ventiquattro ore dopo, è dovuto passare dal bastone alla carota perché ha capito che come Tosi la pensa la stragrande maggioranza dei leghisti.

Paradossalmente l’ultimatum dell’Europa è ora un prezioso assist per Bossi. Il quale ha infatti la possibilità di staccare la spina su un tema, le pensioni, che è sempre stato suo; insomma senza dare l’impressione di aver ceduto alle pressioni dei «maroniani». Di fatto, Bossi ora può gestire lo strappo invocato da Maroni invocandone la paternità, e guadagnandosi di nuovo la standing ovation del popolo padano. Per quanto possa sembrare strano, sarebbe una soluzione gradita anche a Maroni, che otterrebbe ciò che vuole senza far la parte di chi fa le scarpe al vecchio amico e vecchio capo.

Questi i fatti. Poi, può darsi che Bossi accetti un compromesso sulle pensioni. Ma un compromesso non darebbe soddisfazione né al popolo leghista, né all’Europa. Ecco perché, nonostante tutto possa ancora succedere, la crisi di queste ore sembra davvero la più grave per Berlusconi e il suo governo.

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