Pierluigi Battista, LA SINDROME DI TEHERAN, Egitto, Siria, Libia come l’Itran. La fine di un dispotismo può produrne uno peggiore

La sindrome di Teheran non è che la riedizione del realismo politico che ha sempre visto nelle rivoluzioni la fonte di nuovi mali e di ingiustizie ancora peggiori di quelle che si volevano abolire nello slancio febbrile degli inizi. Il 1789 che sfocia nel Terrore. L’Ottobre che partorisce la Ceka e il Gulag, voluto da Lenin prima ancora che da Stalin. Le battaglie anticoloniali che in Africa hanno generato nuove satrapie sanguinarie e folli, con stragi su base etnica di dimensioni apocalittiche. Ma la «primavera araba» era partita con premesse diverse. Sembrava che nel gesto del giovane tunisino che si era dato fuoco per protestare contro una dittatura corrotta e indecente si avvertisse la scossa destinata a portare e a diffondere democrazia e libertà. I blogger in festa, piazza Tahrir occupata da una moltitudine gioiosa e multicolore, la Cirenaica in rivolta contro la tirannia clownesca di Gheddafi, le folle armate solo di limpidi ideali contro la coriacea, disumana ottusità dei carri armati. Come si poteva non parteggiare con la «primavera»? Quale dilemma morale avrebbe comportato la decisione di aiutare i rivoltosi? Avremmo mai pensato, poco più di un anno fa, che appoggiando gli insorti in Siria avremmo corso il rischio di favorire i seguaci di Bin Laden?

l’intero articolo qui: La sindrome di Teheran.

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