Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino, ricostruzione informativa di Giorgio dell’Arti in ALTRI MONDI

Sullo screditato e confuso mondo politico italiano piomba adesso la presunta rivelazione di Panorama, il quale descrive una delle due celebri telefonate tra il presidente Napolitano e l’ex ministro Nicola Mancino e sostiene — senza rivelare la fonte e senza mettere virgolette — che in quel colloquio il presidente della Repubblica ebbe parole dure contro Di Pietro, criticò il comportamento della procura di Palermo e parlò male di Berlusconi che ci screditava davanti al mondo. Il colloquio sarebbe avvenuto a novembre, più o meno a cavallo del passaggio di mano tra Monti e il Cav.

Io farei un riassunto delle puntate precedenti.

C’è la procura di Palermo (in particolare il procuratore aggiunto Antonino Ingroia) che indaga su una presunta trattativa tra Stato e mafia avvenuta nel 1993, in cui — ipotizzano gli inquirenti — la mafia chiedeva un trattamento più umano in carcere per i suoi e in cambio prometteva di ammazzare meno. Per convincere i suoi interlocutori, la mafia mise bombe a Milano, Roma e Firenze, provocando parecchi morti, e ammazzò Borsellino, che si opponeva alla trattativa. Ribadisco: è tutta un’ipotesi di lavoro, su cui giurano — per esempio — quelli del Fatto, Travaglio in testa, e che giudicano invece inesistente quelli del Foglio. Il fine politico dell’inchiesta sarebbe, secondo chi non ci crede, quello di far cadere Napolitano e i tecnici da lui inventati.

Arriviamo alla telefonata.

I giudici di Palermo prendono di mira Nicola Mancino, che proprio in quei giorni del 1992 era diventato ministro dell’Interno. Mancino si sente perseguitato e telefona prima al consigliere del Presidente, Loris D’Ambrosio. E poi allo stesso capo dello Stato. La cosa si viene a sapere, D’Ambrosio ne muore di un colpo apoplettico, Napolitano reagisce con veemenza sollevando conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

Sì, ricordo che ne abbiamo parlato parecchie settimane fa.

I giudici avevano messo sotto controllo il telefono di Mancino e grazie a questo sentirono la voce di Napolitano. Continuarono ad ascoltare. Giudicarono le due conversazioni intercettate penalmente irrilevanti, non le sbobinarono e non le fecero trascrivere, ma le chiusero in cassaforte. Intendono distruggerle seguendo la stessa procedura che si segue per altri intercettati caduti casualmente nella rete: convocare le parti, con gli avvocati, discutere il contenuto delle telefonate davanti a un giudice terzo, procedere alla distruzione dell’intercettazione solo quando tutti coloro che sono coinvolti hanno preso visione del materiale e lo hanno giudicato penalmente irrilevante. Napolitano dice che, quando si tratta del presidente della Repubblica, questa procedura è esclusa e vuole la distruzione immediata delle bobine. Poiché sono all’opera, in questo caso, le tesi contrastanti di due istituzioni (Quirinale e Procura di Palermo) a giudicare sarà la Corte costituzionale, chiamata in causa dal presidente della Repubblica con questa procedura che si chiama «conflitto d’attribuzione».

Bene. Come entra in scena «Panorama»?

Con la descrizione di una delle due telefonate in causa. Ne abbiamo riferito all’inizio. Si pone a questo punto prima di tutto la questione: come fa Panorama — ammesso che non abbia inventato — a sapere quello che sa? Le bobine non sono state neanche trascritte. Quindi: o la fonte è Napolitano o la fonte è Mancino oppure hanno parlato i magistrati (il procuratore generale di Palermo, dottor Messineo, esclude eccetera, Ingroia dice anche lui di essere istituzionale e di non potere né confermare né smentire) o infine è un giochetto dei servizi per tenere alta la tensione generale, obiettivo che lo spionaggio italiano persegue da sempre. Panorama è un settimanale di Berlusconi e questo induce il mondo a chiedersi: perché Berlusconi, adesso, vuole mettere nei guai Napolitano? Nessuno sa rispondere. È possibile che la direzione di Panorama agisca senza tener conto degli interessi del padrone? Il direttore Giorgio Mulè fece a suo tempo al Cav lo scherzetto di tirar fuori per primo le vicende del cerchio magico bossiano e delle imprese della signora Bossi. A Berlusconi non fece di sicuro piacere.

Napolitano?

Un comunicato durissimo, e carico di indignazione, in cui riecheggiano stilemi del vecchio Pci di Tatò-Berlinguer. «La pretesa, da qualsiasi parte provenga, di poter ricattare il Capo dello Stato è risibile. A chiunque abbia a cuore la difesa del corretto svolgimento della vita democratica spetta respingere ogni torbida manovra destabilizzante». Il presidente della Repubblica «non ha nulla da nascondere e terrà fede ai suoi doveri costituzionali». È in corso «una campagna di insinuazioni e di sospetti» e alle «tante manipolazioni si aggiungono così autentici falsi». «Quel che sta avvenendo, del resto, conferma l’assoluta obbiettività e correttezza della scelta compiuta dal Presidente della Repubblica di ricorrere alla Corte costituzionale a tutela non della sua persona ma delle prerogative proprie dell’istituzione». Le forze politiche hanno reagito nel modo previsto: Bersani e il Pdl difendono, Di Pietro attacca, chiedendo che Napolitano rinunci al giudizio della Corte e renda noti lui stesso i contenuti delle telefonate. Prevedibilissimo, tranne in un punto: saputo che il presidente — sempre secondo Panorama — parla male di lui, Di Pietro ha detto di volerci «bere su». «Non ci voleva un indovino per capire che due persone che si conoscono da 40 anni, al di là dell’ufficialità, parlandosi si lasciano andare ad apprezzamenti e valutazioni. Anche se mi ha mandato a quel paese, capisco, è una telefonata privata, ne prendo atto e ci bevo sopra».

da ALTRI MONDI.

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