Steven Pinker, Il declino della violenza, Mondadori, 2013

Lo psicologo cognitivista Steven Pinker ci svela perché viviamo in uno dei periodi più pacifici della storia umana. Che lo si creda o no, in passato la vita su questa Terra è stata di gran lunga più violenta: basti pensare ai genocidi del Vecchio Testamento e alle crocifissioni del Nuovo, alle mutilazioni cruente delle tragedie di Shakespeare e alle fiabe più cupe dei fratelli Grimm, alle feroci lotte dinastiche e agli stermini di popolazioni. Malgrado le difficoltà e i problemi che restano ancora irrisolti nel mondo, la violenza nel corso della storia è progressivamente diminuita. Pinker sostiene che questo calo è dovuto all’evoluzione storico-culturale che ha salvaguardato sempre più le nostre qualità migliori, come l’empatia, l’onestà, l’autocontrollo e la ragione: lo Stato ha fatto da argine assumendo il monopolio sul legittimo uso della forza, mentre l’istruzione, la possibilità di viaggiare, il commercio e i mezzi di comunicazione hanno indotto gli esseri umani a privilegiare sempre meno i propri interessi a discapito di quelli altrui. Essere consapevoli della diminuzione della violenza nel corso della storia rende ai nostri occhi il passato meno innocente, il presente meno sinistro e ci fa apprezzare maggiormente i vantaggi della coesistenza.

da   Il declino della violenza, libro di Steven Pinker su laFeltrinelli.it 9788804626312.

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Mario Calabrese, ALTRO CHE VIOLENZA, IL MONDO NON E’ MAI STATO COSI’ BUONO

Contro la depressione, il pessimismo e lo sconforto esiste un rimedio particolarmente indicato per chi è convinto di vivere in uno dei periodi più bui della storia, in cui il rispetto per gli altri ha lasciato il passo alla barbarie. Il rimedio è scientifico, è stato messo a punto dal più illustre linguista del momento: Steven Pinker, una delle star del Mit di Boston. Il rimedio pesa 988 grammi, sta comodamente sul comodino e quando tornate a casa dopo una giornata difficile apritelo a caso: dopo aver letto anche una sola delle 780 pagine tornerete a respirare più sereni e il vostro sonno sarà tranquillo.

Non perché il libro racconti favole edificanti o storielle zen, ma perché vi convincerà di essere nati nell’epoca giusta. Il volume di cui parlo si intitola «Il declino della violenza», porta un sottotitolo esplicativo («Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia») e ci racconta la storia dell’umanità come un percorso di pacificazione e civilizzazione, certo non lineare e definitivo, ma in cui si registra una vera e propria rivoluzione umanitaria.

Oggi seguiamo con morbosità ma anche con compassione e sofferenza le indagini sull’omicidio di una ragazza da parte dello zio o forse della cugina, ci sentiamo parte del tentativo di salvare la vita ad una bambina malata di cuore, ci commuoviamo vedendo un anziano che raccoglie la frutta da terra al mercato e ci indigniamo di fronte ai maltrattamenti degli animali. Non è sempre stato così.

Il 13 ottobre 1660 un uomo politico raffinato come l’inglese Samuel Pepys annotava nel suo diario, non senza una certa ironia, le incombenze della giornata: «Sono stato a Charing Cross per vedere il generale maggiore Harrison che veniva impiccato e squartato e, mentre questo avveniva, lui sembrava allegro quanto può esserlo qualsiasi uomo in quelle condizioni. E’ stato ucciso e la sua testa e il suo cuore sono stati mostrati al pubblico e, a quel punto, ci sono state molte grida di gioia… Da lì sono andato a casa e ho portato il capitano Cuttance e il signor Sheply alla Sun Tavern e ho offerto loro delle ostriche». Nessun segno di sgomento, tanto che pasteggiò serenamente, nonostante l’esecuzione di Thomas Harrison, condannato per aver partecipato al regicidio di Carlo I, fosse stata particolarmente cruenta: l’uomo che era stato al fianco di Oliver Cromwell venne parzialmente strangolato e poi sventrato, castrato e infine decapitato.

Ma se all’inizio dell’età moderna la pena di morte veniva comminata per reati quali il pettegolezzo, il furto di cavoli, la raccolta di legna nei giorni festivi o la critica ai giardini del re, ancora nel 1822 in Inghilterra i reati punibili con la morte erano 222, tra cui il bracconaggio, la contraffazione, il furto di una conigliera o l’abbattimento di un albero.

Negli ultimi due secoli non solo è diminuito il numero dei reati puniti con la pena capitale ma questa è stata bandita in quasi tutto l’Occidente e negli Stati Uniti, dove resta in vigore seppur non in tutti gli Stati, il numero di esecuzioni cala ogni anno. E’ accaduto perché è drammaticamente cambiato il valore che diamo alla vita, un mutamento intellettuale e morale che nasce prima ancora dell’Illuminismo con lo sfinimento delle guerre di religione, come quella dei Trent’anni, al cui termine la popolazione tedesca si era ridotta di circa un terzo.

La nostra storia è accompagnata dalla violenza, quella delle crociate, delle stragi di eretici, delle torture dell’Inquisizione, e dall’idea che fosse più importante salvare un’anima che una vita. Definitiva per capire lo spirito dei tempi resta la frase attribuita a Simone di Montfort, che guidò la crociata contro gli albigesi nel 1209 e che alle porte di Béziers, prima di massacrare l’intera popolazione comprese le donne e i bambini, rispose così ai soldati che gli chiedevano come avrebbero fatto a distinguere i cattolici (la maggioranza) dagli eretici catari: «Uccideteli tutti, Dio sceglierà i suoi».

L’evoluzione della cultura mondiale passa attraverso i sacrifici umani, per motivi religiosi o di superstizione, che accomunano civiltà lontanissime tra loro: dagli aztechi ai dayak del Borneo, dall’Africa all’India (dove le vedove hanno seguito i mariti defunti sulla pira per secoli) all’Europa punteggiata dai roghi delle streghe. Quell’Europa nella quale ancora nel 1700 la tortura giudiziaria veniva usualmente praticata da tutti.

Ma la vera rivoluzione sta nel declino della violenza nella nostra esistenza quotidiana, che non è più dominata dalla paura costante di essere rapiti, violentati o uccisi, tanto che possiamo permetterci il lusso di studiare, programmare, sognare e preoccuparci di invecchiare. Tesi, questa, che certamente farà storcere il naso a molti e scatenerà lo scetticismo degli altri, a cui l’autore – che applica al suo studio in metodo rigorosamente scientifico – risponde fin dalle prime righe: «Ci crediate o no, e so che la maggior parte di voi non ci crede, nel lungo periodo la violenza è diminuita e oggi viviamo probabilmente nell’era più pacifica della storia della nostra specie. E’ un fatto indubbio, visibile su scale che vanno da millenni ad anni, dalle dichiarazioni di guerra alle sculacciate ai bambini».

E questo cambio si sviluppa su tendenze di lungo periodo: la prima avviene all’alba della civiltà e si identifica con il passaggio dalle società dedite alla caccia a quelle agricole, passaggio che elimina uno stato di natura fatto di faide e scorribande continue. C’è poi la transizione dal Medioevo (in cui la pratica dei nasi e delle orecchie tagliate era la regola) al XX secolo, secoli in cui nascono autorità centralizzate e stabili infrastrutture commerciali, in cui il tasso di omicidi scende da 10 a 50 volte. La terza transizione, che nasce con l’Illuminismo, porta alla nascita dei movimenti contro la schiavitù, la tortura e la pena di morte.

Infine, a partire simbolicamente dalla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, si è sviluppata una sensibilità nuova che ha portato alle battaglie per i diritti civili e per quelli delle donne, dei bambini e degli omosessuali. In un’epoca in cui ci sconvolgono il bullismo o una sculacciata non abbiamo idea di come venissero cresciuti ed educati i più piccoli: la punizione corporale violenta è stata la norma per secoli. Ancora alla fine del Settecento nei nascenti Stati Uniti venivano picchiati con bastoni o fruste il 100% dei bambini e la giustizia non faceva distinzioni: nello stesso periodo in Inghilterra una bambina di sette anni fu impiccata per aver rubato una sottoveste. Inutile che vi angosci con decine di esempi e documenti, ma vi assicuro che dopo aver chiuso il libro penserete con serenità a quanto oggi siamo capaci di sensibilità e attenzione e guarderete con orgoglio alla nostra capacità di scandalizzarci.

Ma perché fatichiamo a credere di vivere in tempi meno violenti, perché non percepiamo questa rivoluzione? Qui la colpa è in parte nostra, dei giornalisti e dell’informazione globale: «Non importa quanto la percentuale di morti violente possa essere bassa, ce ne saranno sempre abbastanza da riempire i telegiornali» e da sconvolgere la nostra percezione.

(tratto da Stampa del 09/03/2013)

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