ruoli psicoeducativi nelle RSA, da una email di luciana quaia

Cara ***, non se ne abbia a male, ma ho qui e là sorriso leggendo la sua mail. Mi viene da pensare che questa sia la sua prima esperienza lavorativa e che sia ancora molto giovane …
La realtà delle rsa non è molto diversa da quella che lei descrive, eccezion fatta per i “colossi” (ben addentrati anche in logiche politiche) che si possono dunque permettere il Servizio Psicologia con funzioni specifiche e circoscritte al ruolo.
La confusione di ruoli di cui lei parla non è solo fra animatori-educatori-psicologi, ma inizia a comprendere altre figure che si intersecano con l’aspetto sociale, ovvero psicomotricisti, logopedisti, arteterapisti, e via via discorrendo, per non parlare delle commistioni sanitarie.
Credo che la sfida migliore sia quella di non appiattirsi sulle competenze che talvolta illusionariamente si pensano avere, ma di cercare nello scambio e nella collaborazione gli spazi di crescita personale, oltre che di qualità di vita per gli anziani.
Il fatto che lei sia assunta come psicologa per 18 ore, le assicuro essere già una grande conquista. Sono veramente pochissime le rsa tradizionali che fanno un passo di questo genere: la maggior parte hanno collaborazioni a partita Iva.
Nella mia esperienza posso dirle che trovo estremamente variegato il ruolo che possiamo avere all’interno di queste realtà. Personalmente lavoro tantissimo anche con gli operatori, sia in ambito formativo sia di supervisione; in ambito progettuale di miglioramento e naturalmente con le famiglie, che invece a lei sono precluse.
Nel lavoro con gli anziani, la stimolazione cognitiva è parziale. Perchè la ROT con un gruppetto ristretto? Si possono fare conduzioni egregie arrivando anche a 15-20 persone e con un programma più variabile di quello della Rot.
Non so la tipologia dei suoi residenti, ma poichè lavora anche in centro diurno, le suggerisco di utilizzare l’autobiografia. Partendo dalla loro vita si possono sviluppare (anche con anziani parzialmente lucidi) percorsi estremamente interessanti (poetici, di racconto trascritto dal conduttore, di impiego di fotografie, di costruzione di fiabe/storie).
Mi chiede se ho in programma qualche corso di tecniche di intervento psicologico: In questo settore io agisco su chiamata di enti (Province, ASL, case di riposo). Ho tenuto nel passato vari corsi ad educatori/psicologi, ma da qualche anno la crisi economica ha tagliato in quelli che sono considerati evidentemente dei “lussi”, per cui ora vanno per la maggiore corsi di qualificazione OSS e corsi con crediti ECM per le figure sanitarie.
La mia competenza la trasmetto scrivendo, quando ho tempo. Dopo Alzheimer e riabilitazione cognitiva ho pubblicato l’anno scorso Intime erranze Il familiare curante, l’Alzheimer, la resilienza autobiografica, dove ho raccontato il metodo da me utilizzato con le storie autobiografiche (tecnica in quel caso usata con i familiari, ma che di fatto uso anche con gli anziani in casa di riposo).
Non cerchi rifugio nella “tecnica” a tutti i costi. Quando si hanno le basi teoriche che qualsiasi percorso formativo fornisce, occorre poi dare il se stessi che la situazione richiede e, nel caso degli anziani istituzionalizzati, le assicuro che molte sollecitazioni arrivano proprio da loro.
Ci provi a riflettere. Non vorrei deluderla, ma in qualsiasi ambito, anche quello della passione più profonda, l’intersecazione dei ruoli può diventare un problema che porta a percepire la stanchezza di cui lei parla.
Nelle rsa di piccola dimensione, l’opportunità di confronto e la progettualità di itinerari condivisi, invece, può dare risultati gratificanti.
Un augurio di buona continuazione
Cordialmente
Luciana Quaia

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