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Emanuele Ranci Ortigosa, Al di là delle loro denominazioni sono tre proposte di reddito minimo: “Rei, reddito di inserimento”; “reddito di cittadinanza”; “reddito di dignità”, in Nessuno finora ha vinto. E allora inciucio, compromesso, o nuove elezioni? | Articolo | welforum.it 2 aprile 2018

Il Rei, reddito di inserimento è una misura univeralistica di contrasto alla povertà. La condizione di povertà viene definita e accertata sul livello dell’ISEE (inferiore a 6.000 euro); sul valore del patrimonio immobiliare (inferiore a 20.000 euro) e mobiliare (inferiore a 10.000 euro); e infine sul livello del reddito ISEE (inferiore a 3.00 euro). L’erogazione economica, data in forma di carta di pagamento elettronica, è tale da consentire al nucleo famigliare di poter contare sul 75% della soglia reddituale di accesso di 3.000 euro, integrando fino a tale livello il reddito famigliare.  Per una famiglia a reddito zero varia da 187,5 euro per una persona sola a 485,41 euro per una famiglia di 5 componenti. Il Rei impegna i Comuni a costruire con gli interessati specifici progetti di inserimento sociale e lavorativo, con responsabilizzazione dei beneficiari e loro possibile penalizzazione in caso di inosservanza.

Il reddito di cittadinanza è un progetto di reddito minimo volta all’integrazione dei redditi familiari netti inferiori all’indicatore ufficiale di povertà monetaria dell’UE, fissato per il 2014 in 9.360 euro netti l’anno (6/10 del reddito familiare mediano equivalente UE). Si prevede quindi di erogare ad ogni famiglia una integrazione che colmi la distanza tra il suo reddito netto e il reddito minimo garantito ora indicato. Beneficiari dell’intervento sono tutti i maggiorenni delle famiglie che, se capaci, devono partecipare a progetti di formazione e di inserimento lavorativo, pena la perdita dell’integrazione. I centri per l’impiego devono gestire la misura, prevedendo l’intervento del servizio sociale solo se vi sono specifici bisogni assistenziali da tutelare e sostenere.

L’impostazione dell’intervento dunque non è molto diversa dal REI, ma diverso è il sistema di calcolo per individuare i beneficiari e molto più elevato il livello di integrazione, con una conseguente esigenza di finanziamento molto più consistente. Per l’Istat la misura nel 2012 avrebbe interessato il 10,6% delle famiglie residenti, 2.759.000 famiglie sotto la soglia della povertà relativa, con un costo di 15,5 miliardi. Baldini e Daveri stimano il numero di famiglie beneficiarie in 4.900.000, il 19% del totale, con un costo conseguente di 29 miliardi. Evidentemente i conteggi non sono omogenei, ma quest’ultimo appare più attendibile. Anche il presidente dell’Inps, Boeri, ha indicato una cifra simile, 30 miliardi, nell’udienza della Commissione parlamentare.

Il reddito di dignità è molto meno definito. Parrebbe un’integrazione di reddito a 1.000 euro al mese per chi guadagna meno. Non è chiaro se il soggetto considerato sia il singolo individuo o la famiglia. L’integrazione prevista porterebbe il reddito mensile al livello di dignità stabilito da Istat, cioè la soglia di povertà assoluta, e come questa dipenderebbe anche dal numero dei figli a carico e dalla zona del paese dove la persona vive. Secondo gli autori citati, sarebbero beneficiate 2 milioni di famiglie, con un trasferimento medio mensile di 1.220 euro, molto superiore quindi a quello stimato per il reddito di cittadinanza, pari a 480 euro, per un numero di famiglie però molto più numeroso: 4.900 milioni, il 19% del totale. Le due diverse combinazioni, numero delle famiglie beneficiarie e trasferimento casualmente medio, determinerebbero un costo per lo Stato di 29 miliardi di euro, casualmente analogo a quello stimato dagli stessi autori per il reddito di cittadinanza.

 

Al di là delle loro denominazioni sono tre proposte di reddito minimo

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