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INTERVISTA A PAOLO FERRARIO: 1) quali sono le PAROLE CHIAVE nell’ambito delle POLITICHE SOCIALI che un educatore o educatrice devono conoscere? Quali sono i CAMBIAMENTI IN ATTO nell’ambito delle politiche sociali, cambiamenti che un educatore/trice che entra nel mercato del lavoro deve conoscere? 3) Da questo punto di vista, come si può rafforzare l’IDENTITA’ PROFESSIONALE dell’educatore/trice? Da una traccia del periodo dei blog su Splinder, fine anni 2000

INTERVISTA A PAOLO FERRARIO

1) QUALI SONO LE PAROLE CHIAVE NELL’AMBITO DELLE POLITICHE SOCIALI CHE UN EDUCATORE O UN’EDUCATRICE DEVONO CONOSCERE?

Sono numerosi le chiavi interpretative che consentono di avvicinarsi al funzionamento di un sistema istituzionale, qual è quello delle Politiche Sociali.

Quelle, a mio parere, più congeniali per il mondo delle professioni sociali sono sostanzialmente tre (anche se ce ne sono altre, per raffinare la ricerca)) e precisamente sono: bisogno, domanda, offerta.

Esse rappresentano le tre dimensioni fondanti delle politiche sociali, perché le politiche sociali sono una selezione di quegli aspetti organizzativi che possono essere resi possibili in un ente amministrativo a contatto con una domanda che è sollecitata dei bisogni delle persone e dei gruppi socilali.

Sul bisogno tutte le culture professionali hanno qualcosa da dire: la cultura professionale degli educatori ha un suo specifico sul “bisogno” educativo, quella degli assistenti sociali e la psicologia hanno una loro chiave di lettura, ma anche altre professioni, come ad esempio quelle della medicina.

I bisogni però devono essere esaminati. Come si esaminano i bisogni?

Si esaminano studiando ricerche, analisi, esperienze e poi il servizio stesso è un grandissimo luogo di elaborazione delle tensioni che si sviluppano dal bisogno.

Questo è un terreno fondamentale sul quale sono utili approcci quali l’antropologia culturale, la sociologia, la statistica e tutto ciò che può essere utile e vantaggioso conoscere.

Tuttavia il concetto di “bisogno” -che è fondamentale- non è sufficiente perché è troppo ampio, troppo dilagante ed, essendo molte le chiavi interpretative, non aiuta a mettere a fuoco.

Allora bisogna concentrarsi sulla domanda.

La domanda è quella parte del bisogno che afferisce al sistema dei servizi.

Con l’analisi della domanda cominciamo già ad essere più vicini al mondo dei servizi.

Poi ci sarà la domanda che arriva ai servizi, la domanda che viene soddisfatta, quella che non viene soddisfatta, quella che rimane in coda, quella che, in quel momento, non può essere soddisfatta, quella cui non può rispondere il singolo operatore.

Comunque sono dimensioni che possono essere analizzate.

Le politiche sociali lavorano prevalentemente sulla domanda: guardano i trend demografici, il funzionamento della famiglia, le famiglie all’interno dei quartieri, insomma tutte le soggettività.

È la parte più stabile.

La terza dimensione è quella che più si avvicina alle politiche sociali ed è la dimensione dell’offerta.

L’offerta può essere costituita dal singolo servizio, può essere l’ente che organizza una pluralità di servizi, può essere addirittura una Regione (che ha un certo sistema organizzativo) oppure lo Stato, oppure l’Europa.

Le politiche sociali in genere funzionano su questi diversi livelli.

Le politiche sociali, a livello di macro-politiche, guardano ai grandi processi di cambiamento, poi c’è lo stato sociale nazionale dei singoli Paesi (Italia, Francia, ecc.) ed è un filone ricchissimo.

Secondo il mio punto di vista, per il mondo delle professioni le analisi, a livello macro, sono utili, ma non consentono di fornire quei contenuti professionali indispensabili al lavoro.

Un’analisi comparativa tra i sistemi sociali dei diversi stati può essere interessante, ma, dal punto di vista tecnico-operativo, rappresenta solo un plus di tipo culturale.

Occorre, invece, andare nello specifico e fare un’operazione di “riduzione del campo”.

La “riduzione del campo” comporta l’analisi delle singole unità d’offerta e qui le politiche sociali cominciano ad essere ordinate secondo uno schema mentale.

Può trattarsi del complesso di offerta del singolo servizio, può trattarsi dell’offerta rivolta a una fascia problematica. Facciamo qualche esempio: fasce problematiche possono essere le famiglie oppure i minori oppure c’è tutto il tema della migrazione. Cos’è, infatti, il tema della migrazione dal punto di vista delle politiche sociali? È l’aggiunta di domanda che afferisce al sistema dell’offerta preesistente. Non è che ci sia una specificità dei servizi per le migrazioni: c’è un sistema italiano di offerta che si confronta con una domanda nuova prodotta dalle variazioni culturali che entrano nel Paese.

Quando si esamina l’offerta di servizi, si dipana il complesso delle politiche sociali.

L’offerta, infatti, rimanda agli enti e la parola “ente” potrebbe essere un’altra parola chiave.

Se poniamo la questione in forma di domanda, e cioè quali enti amministrativi affrontano la domanda sociale?, allora si può cominciare una classificazione di questi enti:

  • enti locali (comuni, province, aziende sanitarie locali, enti ospedalieri);

  • soggetti privati (cooperative sociali, volontariato organizzato, volontariato non organizzato tipo self-help, fondazioni, associazioni, e tutto quel variegato mondo che è entrato storicamente in azione e che si è andato allargando).

Dunque alle parole-chiave, individuate inizialmente –bisogno, domanda, offerta- si aggiunge la parola ente.

L’altra parola-chiave, utilissima per qualsiasi operatore, è la parola “rete”, che costituisce una metafora molto potente.

La parola “rete” rimanda a due dimensioni: a quella di “nodo”, cioè alla singola unità di offerta e quindi al singolo ente, e a quella di “tessuto a maglie”, cioè ai legami che la singola unità di offerta stabilisce con il territorio.

La parola “rete” è molto presente nel campo delle professioni sociali; viene usata in psichiatria, nel mondo educativo, in quello dei servizi sociali, in gerontologia, ecc.

Perché è una metafora così potente? Perché rende conto del fatto che ogni servizio dà risposte ad una parzialità della domanda, cioè ogni servizio può affrontare solo un segmento, una parte della domanda sociale.

La conseguenza è rappresentata dal fatto che chi lavora in un singolo servizio ha due fondamentali compiti istituzionali: il primo è quello di dare risposte a quel segmento di domanda che può essere soddisfatto da quella specifica unità d’offerta, cioè da quel particolare ente; il secondo è quello di attivare le collaborazioni di cui il servizio necessita per rispondere alla domanda nella sua totalità.

Di nuovo allora le politiche sociali possono intrecciarsi ad aspetti metodologici, perché il legame che si stabilisce tra servizi può essere cooperativo, oppositivo, simmetrico, complementare. Insomma anche le reti istituzionali funzionano come le organizzazioni o le equipe o le persone stesse.

Ovviamente poi c’è tutta la teoria sulle reti: si distinguono, infatti, in reti primarie, secondarie e istituzionale.

Le reti primarie sono quelle di appartenenza delle persone, ad esempio la famiglia, il vicinato, la famiglia allargata quando esiste o i legami interfamiliari anche quando la famiglia è dispersa.

Le reti secondarie sono costituite, ad esempio, dalla scuola e dal sistema di offerta dei servizi, compresi quelli educativi.

Le reti istituzionali sono quelli tra le istituzioni: Stato, Regioni, Comuni, ecc.

Nell’analisi delle politiche sociali è dunque sempre presente un’operazione di classificazione. Si possono classificare così le unità d’offerta, cioè gli enti.

L’ultima parola che possiamo aggiungere è la parola “regole”.

Le politiche sociali funzionano attraverso regole che potremmo, semplificando, definire di due tipi:

  • regole giuridico-formali (competenza dell’ente, campo d’azione, operatività, ecc.);

  • regole economico-finanziarie (il sistema di finanziamento).

Le politiche sociali sono sostanzialmente una modalità di ripartizione del reddito prodotto in un Paese e funzionano attraverso questi due principi.

Le regole sono fondamentali, sia perché evocano una dimensione normativa dell’agire sociale (del resto le regole esistono in tutte le antropologie, in pedagogia, in psicologia), sia perché richiamano la necessità e la significatività delle regole formali che sono all’interno di ogni sistema operativo. Le politiche sociali devono agire moltissimo sull’analisi delle regole.

Semplificando si può dire che la regola delle regole è la Costituzione della Repubblica italiana.

Un elemento che io trovo particolarmente interessante introdurre nelle professioni sociali è una sorta di ripasso di tutti quegli elementi fondativi per il nostro Paese, che per altro tutti i cittadini dovrebbero conoscere, che sono contenuti nella Costituzione.

La Costituzione può essere letta con l’ottica delle politiche sociali, ad esempio l’art. 32 sul diritto alla salute, oppure l’art. 38 sulla previdenza, oppure ancora gli articoli sul lavoro, quelli sulle formazioni sociale, sulla famiglia e così via. Dunque la Costituzione è fitta di riferimenti alle politiche dei servizi.

Poi ci sono le leggi dello Stato, delle Regioni e così via

La trama organizzativa diventa sempre più complessa quanto più ci si avvicina all’unità di offerta, cioè al servizio. Per questo le macro-analisi sulle politiche sociali possono essere interessanti per un professore universitario, ma del tutto inutili per uno studente che ha aspirazioni operativo-professionali, perché, proprio quando ci si avvicina al servizio, si vede l’intrico delle trame organizzative. Il servizio di un Comune o di un’associazione di Comuni è strutturato attraverso normative statali, normative regionali e normative amministrative di quel particolare ente. Se chi è collocato in quel segmento non usa queste informazioni, corre il rischio di un disorientamento, che, nel campo delle politiche sociali, si traduce nell’incapacità di intercettare la domanda, nell’impossibilità di valutare quale sia la capacità operativa di quella unità di offerta dentro la rete di quel territorio. Nasce così una serie di equivoci sul piano della comunicazione pubblica, sul piano della comunicazione del servizio.

Traduco dunque il tema dei diritti nell’ambito del tema delle regole istituzionali.

2) QUALI SONO I CAMBIAMENTI IN ATTO, NELL’AMBITO DELLE POLITICHE SOCIALI, CAMBIAMENTI CHE UN EDUCATORE/TRICE, CHE ENTRA NEL MERCATO DEL LAVORO, DEVE CONOSCERE?

I cambiamenti in atto, nel campo delle politiche sociali, vanno visti in chiave storica, ossia bisogna entrare nel merito delle modalità attraverso le quali si è evoluto il sistema.

Per analizzare l’evoluzione dello stato sociale italiano, userei tre parole-chiave: estensione o espansione, regolazione, connessione.

Con il termine “estensione” intendo riferirmi al fatto che, se si esamina dal punto di vista storico il quadro dell’offerta, si assiste ad una indubitabile estensione sia della domanda che dell’offerta.

Per misurare questa espansione, basterebbe andare a contare le ore di lavoro degli operatori (assistenti sociali, psicologi, educatori, ecc.) in un determinato territorio, indipendentemente dal fatto che siano operatori di un comune, della provincia o di una cooperativa sociale. Bisogna includere in questo computo anche il sistema d’offerta privato.

Pensiamo, ad esempio, ad una cooperativa sociale che mette in campo l’operatore specifico, che si occupa di progettazione, amministrazione, di appalti, di gestione di reti: mette in campo competenze di tipo amministrativo mirate all’ambito sociale.

L’estensione è misurabile anche attraverso il numero di persone che accedono ai servizi.

Certo, al momento attuale, c’è un problema di occupabilità perché il sistema dell’offerta non è sensibile più di tanto e quindi un sistema che è già occupato da professionisti fa fatica a includerne di nuovi, a meno di pensare a turn-over o altro. Nel mondo degli assistenti sociali, ad esempio, il cambiamento è stato più facile perché, per ragioni storico-generazionali, l’assistente sociale aveva un ciclo di vita professionale tra i dieci e i vent’anni. Poi il matrimonio, la costruzione della famiglia, ecc. portavano a un allontanamento di queste figure dal mercato del lavoro e quindi c’è sempre stato un ricambio, dovuto anche al fatto che si trattava di numeri piccoli.

Quando, invece, i numeri diventano molto più rilevanti, indubbiamente c’è un problema di inserimento. Si vedono, allora, molto bene tutti i processi di chiusura degli accessi da parte dei vari ordini professionali, come ad esempio assistenti sociali e psicologi, che tendono ad innalzare sempre più le barriere di carriera dei professionisti del sociale, facendo anche ricorso al tema della professionalità e delle competenze.

Dunque l’estensione è nei fatti. Naturalmente l’estensione non può essere illimitata.

Si possono fare numerosi esempi di estensione: ad esempio negli anni ottanta, il problema dell’AIDS, a livello epidemiologico, ha avuto un innalzamento e ciò ha portato ad una estensione di servizi per fronte alla malattia. Ne sono nati servizi di tipo ospedaliero e di altro genere.

Un altro esempio può essere visto nell’ambito della disabilità: si è infatti innalzata l’età delle persone diversamente abili. Si risponde a questa domanda di servizi con varie politiche, (quelle del “Dopo di noi” è uno tra gli esempi) con atti notarili di costituzione di progetti di trasmissione del bilancio familiare per costituire una dotazione, ecc.

Un altro esempio ancora di estensione è costituito dal problema dell’Alzheimer, patologia cerebrale farmacologicamente ancora non trattabile, che comporta una gravissima inabilità e produce uno stress fortissimo nella famiglia. Ora questa problematica ha generato specialisti nel campo gerontologico, educativo, ecc.

Del resto possiamo leggere l’allungarsi della vita dal punto di vista delle politiche sociali. L’allungarsi della vita costituisce la prova inconfutabile che il sistema delle politiche sociali in Italia ha funzionato. Raramente ci si pensa, ma il fatto che oggi ci siano tante persone che hanno più di settanta od ottanta anni, che arrivano fino a cento anni significa che lo stato sociale ha funzionato così bene da determinare l’innalzamento dell’età di vita, fatto che diventa elemento critico del sistema stesso. Nel linguaggio delle politiche sociali questo fenomeno si chiama “crisi da sovraccarico della domanda”, perché la domanda sociale, generata dall’offerta stessa, aumenta a tal punto che il sistema non è più in grado di affrontarla.

Quando si guarda storicamente a queste tematiche, si vedono allora il ricorso al privato, la crescita del terzo settore e delle cooperative sociali e il ricorso forte al volontariato. L’incentivazione culturale al volontariato si presenta allora come una modalità per fronteggiare la crisi di sovraccarico della domanda.

Se è vero che la domanda si estende, è altrettanto vero che diverse sono le tipologie di risposta. In Lombardia, per esempio, sempre più la scelta dell’ente o dell’operatore cui ricorrere, per soddisfare il bisogno, è demandata, dalla Regione stessa, alle singole famiglie che hanno a disposizione voucher per l’acquisto del servizio di cui hanno bisogno, servizio che scelgono autonomamente, in un albo di istituzioni accreditate. A livello tecnico, allora, si possono guardare i sistemi di accreditamento, i criteri di funzionamento e la verifica. È già stata effettuata una pre-valutazione delle unità di offerta con cui possono entrare in relazione la famiglie. In questo caso si può agire sui criteri di riconoscimento del valore di un intervento.

Completamente diversa, invece, è l’erogazione di fondi alle famiglie, ad esempio per l’assunzione di badanti.

Del resto il ricorso alle famiglie, nel mondo dei servizi, è un fatto strutturale, perché la famiglia, l’istituzione più flessibile che il nostro Paese possiede, continua a svolgere il ruolo di ammortizzatore sociale.

Non esiste setting professionale che non includa il lavoro sulla famiglia. Del resto la stessa psicoanalisi si presenta, culturalmente, elaborata come un romanzo familiare (e molti critici evidenziano parallelismi tra Proust e Freud).

Tale ricorso alle famiglie può essere enfatizzato in chiave ideologica, cioè ipotizzando un’istituzione familiare forte e ricca di risorse, ma resta il fatto che le reti familiari, soprattutto in provincia più che nelle grandi città, sono, per ora, in grado di tenere.

Resta però un grande rischio e cioè che nelle famiglie deboli o addirittura patogene, in cui le dinamiche sono già gravemente lese, l’intervento del servizio, scelto dalle famiglie stesse, non possa che andare incontro ad un grande insuccesso.

Si ha l’impressione che, ad un periodo in cui si sono investite risorse perché operatori ed operatrici avessero un ruolo forte nel proprio ambito specifico, ad esempio sul terreno educativo -e si pensi ai nidi-, succeda ora una fase in cui è richiesto piuttosto un lavoro sulla rete, un lavoro di mediazione tra istituzioni. L’operatore o l’operatrice dovranno essere sempre più in grado di lavorare su due

fronti: con le famiglie, da un lato, e con il territorio, dall’altro.

Se si volesse dare una lettura sociologica dell’espansione, per esempio, della domanda di educatori, potremmo affermare che quanto più si evidenzia una crisi dei grandi istituti educativi, della famiglia in primo luogo, ma anche della scuola, tanto più occorrono “altre” figure educative capaci di dare risposte alla crisi (ecco, ad esempio, la nascita delle famiglie affidatarie, che vengono a costituire, da un lato, un segmento dell’offerta di servizi, dall’altro, per svolgere questa funzione, hanno bisogno di una rete di sostegno e quindi si torna al meccanismo dell’estensione. Le famiglie affidatarie, per altro, sono un bene prezioso in un territorio, un bene da tutelare).

Insomma l’espansione, in chiave sociologica, è il risultato di una crisi delle grandi istituzioni, cui abbiamo, nel passato, già assistito (basti pensare al passaggio dalla famiglia allargata a quella nucleare, definizione che oggi non è sufficiente a dare conto del panorama con cui ci si confronta).

La seconda parola-chiave è “regolazione”.

La regolazione riguardai flussi di finanziamento, è la corrispondenza tra domanda e offerta e i programmi, i piani di zona.

Le attività di macroregolazione sono due: la gestione e la programmazione.

La lettura dei piani regionali, dei piani di zona risultano essere complesse per gli studenti.

Bisogna usare chiavi di lettura. Cominciamo a capire: quali bisogni vengono soddisfatti, quali sono i soggetti in gioco, l’elenco delle strutture operative di un territorio. Anche se le motivazioni degli studenti riguardano la relazione, è interessante guardare questi aspetti, se ci si riesce ad allontanare dalla dimensione amministrativa.

Gli storici che fanno storia sociale deducono la vita quotidiana proprio da documenti di questo tipo, ricostruendo da elenchi di acquisti, vasellame, attrezzi di cucina, la vita quotidiana delle persone. Certo è comprensibile la reazione di difficoltà davanti a materiali complessi, ma l’educatore che si atteggia in modo staccato, con disprezzo verso questa dimensione perde la possibilità di comprendere i confini del proprio mestiere.

Gli studenti imparano benissimo le regole per usare telefoni e computer. Nello stesso modo va posto il problema regolativo del lavoro.

Torniamo alle parole chiave e al concetto di connessione. Il mondo dei servizi si estende, problematicamente, generando sistemi particolaristici. La connessione è la capacità di stare dentro alllo specifico servizio ma anche in rete con gli altri servizi, con gli utenti, con le diverse figure.

Il lavoro di mediazione è un’abilità tecnico professionale: la persona è consapevole di essere parziale, umanamente, professionalmente e ha la capacità di confrontarsi senza far prevalere il proprio modello di riferimento. Se non si compie questa operazione i legami rischiano di essere di tipo conflittuale o comunque competitivo. E’ un’abilità professionale che si acquisisce con anni e anni di lavoro. In genere un operatore con più esperienza è più paziente, conosce come muoversi, sa già cosa succede.

Questo processo, estensione, regolazione, connessione è l’elemento essenziale dei processi di cambiamento. L’estensione ha che fare con il cambiamento dei bisogni e della domanda, la connessione ha a che fare con i ruoli tecnici, la regolazione ha a che fare con le conoscenze di politiche sociali.

Il cambiamento più significativo che ritengo accadere in Italia attualmente è lo spostamento progressivo e continuo dell’offerta a livello locale. Oggi è la macrotendenza più rilevante.

La legge 328 attribuisce competenza al comune, che è l’ente più “locale” che abbiamo in Italia dal punto di vista operativo. Il processo di regionalizzazione in Italia è intensissimo. In questo periodo non è tanto interessante comparare il sistema dei servizi con altri stati europei, quanto quello tra regione e regione italiana. In Italia comparare il sistema emiliano con quello piemontese o quello lombardo è difficilissimo. Ci sono dei modelli di funzionamento specifici della Toscana, del Piemonte, delle Marche, ecc. parzialmente diversi, in percentuale, al 70 per cento uguali perché stanno nel sistema domanda offerta, ma il 30 per cento diverso fa la differenza, che è appunto nella regolazione. Questo processo prende il nome di localizzazione dell’offerta, che ha vantaggi e svantaggi.

Il vantaggio è una maggiore aderenza ai bisogni di quel territorio, che costituisce un valore; l’elemento negativo è il rischio della riduzione del diritto di cittadinanza.

Un esempio di un argomento del quale mi sono molto occupato dal mio punto di vista riguarda i rischi legati al concetto di sussidiarità, introdotto dalla legge Bassanini.

La sussidiarità innanzitutto introduce un principio morale entro delle politiche. Pensiamo cosa sarebbe in Italia avere un sistema pensionistico diverso a seconda delle regioni. La pensione è un tipico diritto di cittadinanza. A parità di anni lavorativi e contribuzione la pensione è uguale in Piemonte e in Sicilia. L’Italia sta andando verso un modello che prevede diritti differenziati, li ho chiamati in un articolo “diritti in diaspora”. Questo è un mio punto di vista.

Nella localizzazione d’altra parte c’è spazio per le politiche d’estensione.

Pensiamo se andrà in porto, e andrà in porto, il meccanismo di federalismo fiscale, la possibilità per l’ente locale di acquisire risorse. La capacità degli enti locali sarà quella di acquisire delle risorse praticando delle tariffe e utilizzando un potere impositivo autonomo locale, bisognerà vedere come congegnato, ma non c’è dubbio che nelle zone ricche del paese ci sarà estensione dell’offerta.

Il cambiamento in atto è questo.

L’educatore deve conoscere questi processi, il processo di regolazione, di localizzazione e infine in che modo si instaurano dei rapporti amministrativi con gli enti che producono servizi, le convenzioni, gli accreditamenti, i progetti.

Esaminare il caso lombardo è proprio guardare a un esempio di localizzazione, a un modo di aver pensato il sistema.

3) DA QUESTO PUNTO DII VISTA, COME SI PUO’ RAFFORZARE L’IDENTITA’ PROFESSIONALE DELL’EDUCATORE

Il discorso sull’identità professionale vale un po’ per tutte le figure che lavorano nel sociale, vale per l’educatore, ma vale per l’insegnante, l’assistente sociale e così via.

Cos’è la professionalità, il compito professionale? E’ una combinazione tra tre e elementi.

Il primo è l’operatività, la capacità di svolgere attività di tipo tecnico, il colloquio, la relazione faccia a faccia, la gestione della relazione, tutto quello che a che fare con l’operatività, la capacità di compiere azioni.

La seconda componente della professionalità è la specializzazione, ossia il fatto di apprendere la cultura che caratterizza quel segmento di domanda su cui stiamo lavorando.

Terzo elemento è la gestionalità, cioè la capacità dentro un ente o un sistema di decidere, dimensionare gli interventi, prendere decisioni possibili all’interno di quel contesto.

L’ operatività, si apprende in un percorso didattico, che consiste, lo si voglia o meno, in un progetto di apprendimento, si appendono anche tecniche, innanzitutto delle competenze sul processo educativo. Tuttavia è molto importante anche specializzarsi, per esempio svolgere un lavoro educativo con gli anziani è diverso che svolgere un lavoro educativo con i portatori di handicap, che è diverso che svolgere educativo con i minori e così via.

Dentro questo processo ci stanno le politiche sociali, perchè la gestionalità è la capacità di conoscere l’ente in cui si opera, conoscere il suo campo di azione, le sue possibilità operative e le possibilità di sviluppo in base alle risorse esistenti.

L’identità professionale a mio avviso si costruisce lavorando su tutti questi elementi. Se rappresentassimo il lavoro educativo con una torta, una grossa fetta rappresenta il metodo, la filosofia educativa, ma direi che una bella fettina ce le hanno anche le politiche sociali. Se manca questa componente, il filosofo avrà bisogno di pagare un esperto delle politiche sociali.

La gestionalità, il capire dove sei, è un ragionamento fondamentale. L’educatore deve spesso gestire relazioni complicate, ma lo fa all’interno di un ente, in un rapporto amministrativo. A mio avviso un educatore “forte” è un educatore che è in grado di dimostrare operativamente la sua capacità di muoversi elasticamente all’interno delle risorse. Questo lo si apprende attraverso un processo, l’apprendimento di alcuno elementi di base della formazione, sicuramente con il confronto con l realtà, che è un punto di forza dei percorsi di formazione per educatore professionale, il tirocinio, secondo il modello delle scuole regionali da cui deriva

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