Marco MINNITI sulle immigrazioni, articolo di Fabio Martini in La Stampa, 2 luglio 2019

 

La Stampa

Una frazione della sinistra continua a considerarlo una sorta di “uomo nero”, anche se nei suoi 18 mesi da ministro dell’Interno gli arrivi di migranti diminuirono del 78 per cento: senza chiudere i porti e facendo un accordo con le Ong.

A un anno dalla sua uscita dal Viminale, Marco Minniti tiene il punto: «Per questo governo l’immigrazione non è una grande questione da governare: è da cavalcare, come una continua emergenza. Il ministro dell’Interno e il governo puntano tutto su quella che definirei una strategia della tensione comunicativa. Oggi non c’è un’emergenza e tuttavia ci si comporta come se fossimo davanti ad una drammatica invasione. Ciò premesso, sulla vicenda della Sea Watch, le responsabilità non sono soltanto del governo italiano…».
Non è solo colpa di Salvini?
«Se l’Italia si è dimostrata piccolissima, l’Europa ha dimostrato di essere una piccola Europa. In tre settimane una nave con a bordo 42 persone – non 4200 e neppure 400 – è diventata il pretesto per tenere un Paese sul filo del rasoio. In un Paese normale una vicenda come questa viene risolta in cinque minuti, perché viene inquadrata dentro una strategia complessiva. Noi avevamo una strategia, che poteva essere considerata efficace o meno, mentre oggi non c’è nulla. Siamo più deboli in Europa, mentre nel Mediterraneo centrale, poco più di un anno fa, c’era uno scenario completamente diverso: vigeva un sistema di ricerca e salvataggio coordinato dalla Guardia Costiera, le Ong avevano firmato un codice di condotta, c’erano Frontex, la Guardia costiera libica e una missione militare europea, Sophia. Oggi tutto questo, di fatto non c’è più».
Voi eravate più indulgenti con Bruxelles?
«No, ma il nostro obiettivo non era litigare con l’Europa, perché noi abbiamo voluto svolgere il ruolo di apripista, sapendo che la questione immigrazione non si risolve in Europa o in Italia, ma è un problema assai complesso che si può affrontare anzitutto in un rapporto strategico con l’Africa. Oggi siamo drammaticamente tornati indietro. Nella vicenda Sea Watch, nel momento in cui l’Italia dichiarò la propria indisponibilità ad accoglierla, in quel momento e non 18 giorni più tardi, era necessario che dall’Europa venisse un segnale sfidante, ma in positivo nei confronti dell’Italia. D’altra parte i nazional-populisti ragionano per fatti simbolici e tu Europa non puoi rispondere con una logica piccina: io ne prendo 3 e tu ne prendi 4. Davanti all’asprezza della sfida dei nazional-populisti, la risposta non può essere quella di queste ore e cioè trattative impantanate sulle nomine tra leadership invecchiate».
Papa Francesco ha sempre detto che l’accoglienza ha un limite oggettivo nella capacità di integrazione: non pensa che l’atteggiamento di una parte della sinistra, compreso il Pd, possa essere tradotto, al di là delle intenzioni, in un messaggio semplificato, tipo: accogliamoli tutti?
«L’alternativa ai nazional-populisti non può essere accogliamoli tutti. Il Santo Padre pone una questione cruciale. Senza volerne assolutamente forzare il pensiero, il Papa quando ci invita ad accogliere chi si può integrare, richiama il tema sul quale si giocherà il futuro delle democrazie nei prossimi anni: quello dell’integrazione. E una forza riformista non può che declinarlo attorno a tre valori: umanità, libertà e sicurezza».
Sul rifinanziamento delle missioni internazionali, tra cui quella in Libia, che divide il Pd, cosa dirà ai suoi colleghi?
«Mi sono auto-imposto di non parlarne prima delle decisioni dei gruppi».
Questo governo considera le Ong il male assoluto, ma anche lei ci discusse: esclude che alcune di loro possano avere obiettivi paralleli a quelli umanitari?
«Non dimentichiamo mai una cosa: noi non facemmo decreti o leggi “contro” le Ong. Io penso che in un ambito delicato come questo non si possa procedere per decretazione. Facemmo la scelta del Codice, proposto dall’Italia e poi discusso in Europa e che le Ong sottoscrissero. E non si dimentichi da dove arrivavamo: per due anni, attraverso le Ong, e cioè vettori non pubblici, erano giunti in Italia più di 80mila migranti. Le Ong hanno un obiettivo fondamentale: salvare le vite in mare. Noi, come Stato, avevamo l’obiettivo di garantire la sicurezza sul territorio nazionale. Ci siamo coordinati in una comune assunzione di responsabilità. E i risultati si sono visti».

Fabio Martini

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