il pensiero della fede cattolica sulla politica di salvini, attraverso le parole del cardinale Camillo Ruini e di monsignor Mogavero, 6 novembre 2019

Cattolici
Corriere della Sera
Prima di entrare nella stanza del cardinale Camillo Ruini (Sassuolo, 1931, per sedici anni presidente dei vescovi italiani) si viene accolti dalla signora Pierina, tradizionale barometro della sua salute e del suo umore. Come sta? «È sempre il solito combattente» sorride lei.
Eminenza, sul Corriere Ernesto Galli della Loggia ha scritto che il voto in Umbria certifica «l’inconsistenza del richiamo politico di segno cattolico-democratico, nonostante l’impegno diretto della Chiesa». È d’accordo? 
«In questi mesi Galli della Loggia ha scritto vari articoli molto acuti e penetranti. Penso anch’io che il “cattolicesimo democratico”, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza. Sarei invece più cauto a parlare di impegno diretto della Chiesa».
In Umbria non c’è stato? 
«Ha riguardato solo quella parte di uomini di Chiesa che sono a loro volta orientati a sinistra».
Ha l’impressione che i cattolici nella politica italiana non contino molto? 
«Sì, oggi è così. E non per caso. Ma spero che non si tratti di una situazione irreversibile».
Dopo la fine della Dc e dell’unità politica dei cattolici, lei scelse la strada di influenzare gli schieramenti, in particolare il centrodestra. Non se n’è pentito? 
«Non mi sono pentito. Senza mitizzarla, quella strada ha portato dei frutti. Si è trattato di sottolineare contenuti molto importanti, non solo per i cattolici, e di chiedere alle forze politiche di impegnarsi su di essi, o almeno di non contrastarli. Questa linea ha avuto maggiori adesioni nel centrodestra, ma ne ha trovate anche nel centrosinistra».
Cosa dovrebbero fare oggi i cattolici per far sentire la propria voce? Con il proporzionale non potrebbero fondare un loro partito? 
«Domanda difficile. Non è questo il tempo per dar vita a un partito dei cattolici. Mancano i presupposti: per il pluralismo molto accentuato all’interno della Chiesa stessa, e per la sua giusta ritrosia a coinvolgersi nella politica. I cattolici possono però operare all’interno di quelle forze che si dimostrino permeabili alle loro istanze. È una strada oggi più faticosa di ieri, perché la scristianizzazione sta avanzando anche in Italia; ma non mi sembra una strada impossibile».
Salvini è così cattivo come lo dipingono? È possibile il dialogo con lui? O deve cambiare linea sui migranti? 
«Non condivido l’immagine tutta negativa di Salvini che viene proposta in alcuni ambienti. Penso che abbia notevoli prospettive davanti a sé; e che però abbia bisogno di maturare sotto vari aspetti. Il dialogo con lui mi sembra pertanto doveroso, anche se personalmente non lo conosco e quindi il mio discorso rimane un po’ astratto. Sui migranti vale per Salvini, come per ciascuno di noi, la parola del Vangelo sull’amore del prossimo; senza per questo sottovalutare i problemi che oggi le migrazioni comportano».
Sbaglia a baciare il rosario? 
«Il gesto può certamente apparire strumentale e urtare la nostra sensibilità. Non sarei sicuro però che sia soltanto una strumentalizzazione. Può essere anche una reazione al “politicamente corretto”, e una maniera, pur poco felice, di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico».
È vero che la Santa Sede rischia il crac finanziario? 
«Attualmente non ho informazioni in merito, al di là di quello che leggo sui giornali. Però ho fatto parte per vent’anni del Consiglio dei cardinali per gli affari economici; e penso che la notizia sia fortemente esagerata. La Santa Sede non è così ricca come tanti pensano, e spesso i suoi bilanci sono in rosso; ma da qui a un crac finanziario la distanza è grande».
Il Sinodo sull’Amazzonia potrebbe consentire ai diaconi sposati di diventare preti. L’impressione è che possa essere il grimaldello per far saltare l’obbligo del celibato. O no?
«In Amazzonia, e anche in altre parti del mondo, c’è una grave carenza di sacerdoti, e le comunità cristiane rimangono spesso prive della messa. È comprensibile che vi sia una spinta a ordinare sacerdoti dei diaconi sposati, e in questo senso si è orientato a maggioranza il Sinodo. A mio parere, però, si tratta di una scelta sbagliata. E spero e prego che il Papa, nella prossima Esortazione apostolica post-sinodale, non la confermi».
Perché sbagliata?  
«Le ragioni principali sono due. Il celibato dei sacerdoti è un grande segno di dedizione totale a Dio e al servizio dei fratelli, specialmente in un contesto erotizzato come l’attuale. Rinunciarvi, sia pure eccezionalmente, sarebbe un cedimento allo spirito del mondo, che cerca sempre di penetrare nella Chiesa, e che difficilmente si arresterebbe ai casi eccezionali come l’Amazzonia. E poi oggi il matrimonio è profondamente in crisi: i sacerdoti sposati e le loro consorti sarebbero esposti agli effetti di questa crisi, e la loro condizione umana e spirituale non potrebbe non risentirne».
Sta dicendo che un prete divorziato sarebbe un guaio? 
«È così».
Ma lei non ha mai sentito la mancanza di una famiglia, di avere figli? 
«Vivere il celibato non mi è stato facile: è un grande dono che il Signore mi ha fatto. Non ho però avvertito il peso di non avere figli, forse perché ho goduto dell’affetto di molti giovani. Quanto alla mancanza di una mia famiglia, sono tanto legato a mia sorella Donata (il cardinale indica una signora sorridente dalla fotografia che tiene accanto a quella di Wojtyla), e ho la fortuna di vivere con persone che per me sono come una famiglia».
Cosa si può fare allora per combattere il calo delle vocazioni? Per riempire i seminari? E anche le chiese, spesso disertate dai fedeli? 
«A tutti questi interrogativi la risposta decisiva è una sola: noi cristiani, e in particolare noi sacerdoti e religiosi, dobbiamo essere più vicini a Dio nella nostra vita, condurre una vita più santa, e domandare tutto questo a Dio nella preghiera. Senza stancarci».
Papa Francesco è attaccato sia da coloro – come i vescovi tedeschi – che lo vorrebbero più riformatore, sia da coloro – come i vescovi nordamericani – che lo vorrebbero più conservatore. C’è il rischio di uno scisma? 
«Non lo penso, e spero di no con tutto il cuore. L’unità della Chiesa è un bene fondamentale, e noi vescovi, in unione con il Papa, dobbiamo esserne i primi fautori».
Lei come giudica l’attuale pontificato? Sbaglia chi definisce Francesco un Papa «di sinistra», se non «populista»? 
«Gesù Cristo ha detto: non giudicate, per non essere giudicati. Tanto meno io posso giudicare Francesco, che è il mio Papa, a cui devo rispetto, ubbidienza e amore. In questo spirito, posso rispondere che papa Francesco ha messo i poveri al centro del suo pontificato; e ricordo che anche san Giovanni Paolo II, molto diverso da lui, ribadiva di continuo l’amore preferenziale per i poveri».
Vede un declino dell’autorevolezza della Chiesa italiana? 
«Lo vedo, purtroppo. Anche se non dobbiamo esagerare, e tanto meno disperare. Per recuperare autorevolezza dobbiamo esprimerci con chiarezza, coraggio e realismo sui problemi concreti; così la gente può comprendere che il messaggio cristiano la riguarda da vicino».
Il Papa emerito Ratzinger ha affermato che la crisi dell’Europa è antropologica: l’uomo non sa più chi è. Lei è d’accordo? 
«Sì. Il principale motivo per cui non sappiamo più chi siamo è che non crediamo più di essere fatti a immagine di Dio; la conseguenza è che non abbiamo più la nostra identità, rispetto al resto della natura».
Lei ha scritto un libro sull’aldilà, C’è un dopo? La morte e la speranza. Come se lo immagina? 
«Ho 88 anni, e anche per questo all’aldilà penso ogni giorno, soprattutto nella preghiera. Immaginarlo è impossibile, se non per quello che ce ne ha detto Gesù Cristo: saremo per sempre con Lui e con Dio Padre, insieme ai nostri fratelli. Vivere già adesso il rapporto con Dio è il modo per pregustare la gioia che ci attende e che supera ogni nostro desiderio».
Ha mai qualche dubbio sull’immortalità dell’anima e sulla resurrezione della carne?
«Fino a Kant, l’immortalità dell’anima era l’idea prevalente tra i filosofi; il vero scandalo del cristianesimo è la resurrezione dei morti. Non i dubbi, ma più precisamente le tentazioni contro la fede nella salvezza futura mi hanno sempre accompagnato e affaticato. A vincerle aiuta la teologia, ma molto di più aiuta la preghiera. E ci confortano i segni che dall’aldilà talora arrivano».
Quali segni?
«Pensi alle tante guarigioni dovute all’intercessione di padre Pio. E anche a quelle – lo so per certo – dovute a san Giovanni Paolo II».
Aldo Cazzullo

Corriere della Sera
Monsignor Mogavero, il cardinale Camillo Ruini, sul Corriere, invita a dialogare con Matteo Salvini. Lei che è stato con lui alla Cei e che da vescovo di Mazara ha criticato le posizioni contro gli sbarchi, cosa ne pensa?
«Non credo sia facile dialogare con lui».
Non lo incontrerebbe?
«Lo incontrerei volentieri. Figurarsi, volevo incontrare Gheddafi, lui è meno impegnativo. Ma con lui si può al massimo parlare. Non credo lasci aperti margini di confronto».
In che senso?
«O sei con lui o contro».
E con lui non c’è anche il popolo cattolico?
«Non penso che il popolo di Salvini sia il popolo cattolico. Anche se è fatto di cattolici».
Che differenza c’è?
«Si professa tale, ma non lo è. Sia per il rapporto con i migranti, sia nel dialogo con le altre religioni. Non basta brandire rosari e croci per definirsi cattolici».
Salvini lo fa. Non può essere, come dice Ruini, una «maniera sia pure poco felice di affermare il ruolo della fede nello spazio pubblico»?
«Credo che la sua sia piuttosto una scelta strategica. Fatta a tavolino. Per portare avanti la sua ideologia che non è che sia tanto in linea…».
Con la Chiesa?
«Con il Vangelo che parla di accoglienza e di porte aperte».
Salvini dice di portarlo in tasca. Non ci crede?
«Vorrei sapere quale Vangelo usa. Dove trova scritto “rimandiamoli a casa loro”, “aiutiamoli là”, “prima gli italiani”. Io non le trovo queste cose. Trovo sempre la difesa degli ultimi».
Secondo lei allora il cardinal Ruini sbaglia?
«No, ha fatto bene ad aprire il dibattito. Ha gettato il sasso nello stagno. Ho riconosciuto l’innegabile intelligenza superiore e la immutata lucidità che gli conosco da qualche decennio: ho lavorato con lui a lungo e nutro per lui un grande affetto».
Perché ha fatto bene?
«Perché di queste cose tra di noi non si parla. E spero che ora si abbandoni il silenzio pudico di chi non sa che pesci prendere. Dobbiamo uscire tutti allo scoperto».
Ruini non auspica un nuovo partito cattolico. Lei?
«Per l’amor di Dio, nemmeno io. Portiamo addosso i segni di quando dovevamo essere un unico partito».
La Dc?
«Il periodo dei padri fondatori è fuori discussione. Ma i figli e i nipoti non è che siano stati di così specchiata coerenza. Col rischio che ciò che di male faceva il partito veniva addebitato alla Chiesa».
Quindi i cattolici non devono impegnarsi in politica?
«Secondo me sì. Ma portando la testimonianza della coerenza dei valori evangelici nella propria vita».
Questo Papa è di sinistra?
«Il Papa non fa politica, predica il Vangelo. E se fa questa scelta assoluta per i poveri non dice nulla di nuovo. È stata in qualche modo l’ideologia comunista a copiare».
Ma Ruini ha detto che la scelta di influenzare gli schieramenti di centrodestra è stata positiva. È così? «Forse. Ognuno cerca di dare al Vangelo il coinvolgimento personale più congeniale. E quello era congeniale a chi ama una visione delle cose più tranquilla, dove c’è spazio per tutti, soprattutto per quelli che sanno gestirsi bene. Oggi poi la situazione è diversa. Appena c’è una dialettica interna si dice: basta, me ne vado, faccio da me. Ma in queste liste Salvini, Berlusconi, Berlinguer o che so io, tutto si identifica con una persona. E questo è rischioso. L’esaltazione del singolo può anche creare problemi al sistema».
Virginia Piccolillo
Cattolici
Dagospia
Sotto il Cupolone de settimane svolazzano corvi e, affacciandosi, Papa Francesco vede solo nuvole cariche di pioggia, per le note questioni squadernate da libri e giornali relative ai conti in sofferenza del Vaticano. A versare sale sulle ferite arriva una questione che irrita moltissimo Bergoglio fin dall’inizio del suo pontificato: la politica interna italiana.
Argomento che appassiona la Curia Romana da secoli, assai poco un Papa che viene “dalla fine del mondo” e ha passato la sua vita lontano dai bizantinismi degli equilibri nostrani. Abituato a dividere il mondo in amici e nemici, Francesco ha chiaro che per la sua visione pastorale aperturista e misericordiosa l’avversario numero uno si chiama Matteo Salvini.
E quando domenica gli è arrivata sulla pontificia scrivania l’intervista di Aldo Cazzullo al cardinale Camillo Ruini, il presidente della Cei più rimpianto dai tradizionalisti antibergogliani, che invitava la Chiesa ad aprire il dialogo con il leader della Lega elogiandone anche lo sbracciarsi con rosari e simboli religiosi, raccontano che il Papa non l’abbia presa per niente bene (eufemismo).
L’eco della vicenda ha travalicato il Tevere e il sempre pronto Salvini ha rilasciato un’intervista pubblicata oggi sempre dal Corriere della Sera in cui l’ex ministro dell’Interno ottiene un altro titolo che non avrà mandato in estasi Bergoglio: «Io cerco il dialogo con i cattolici. Vedrò Ruini e non solo lui».
Nel frattempo Avvenire ha controbattuto con una paginata intitolata: «Cattolici e politica, lavori in corso». Il quotidiano della Conferenza episcopale italiana disegna una mappa dei soggetti pronti a rispondere al richiamo del Papa per formare un soggetto politico autonomo, certo non emanazione diretta della Chiesa ma comunque ad essa collegato, per fronteggiare l’avanzata di Salvini nella raccolta di consenso tra chi va la domenica a messa.
In più conversazioni private, stando ai soliti bene informati d’oltretevere, papa Francesco avrebbe indicato in Giuseppe Conte la personalità politica «da salvaguardare» e mettere a capo di un soggetto politico di centro da rendere effettivo in vista delle elezioni politiche, collocate dagli esperti vaticani subito dopo l’auspicata (dal Vaticano) riconferma di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica.
In questo lasso di tempo si proverà ad armonizzare lo spezzatino di sigle indicate dall’articolo di Avvenire: Politica Insieme di Stefano Zamagni, Rete Bianca di Giorgio Merlo, Popolari per l’Italia di Mario Mauro, Rivoluzione Cristiana di Gianfranco Rotondi, Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi, Italia Popolare di Giuseppe De Mita, Demos di Francesco Giro, Movimento Cristiano Lavoratori di Carlo Costalli, Federazione di Centro di Lorenzo Cesa. Ilvo Diamanti ha indicato ieri su Repubblica in un 10% lo spazio di elettorato per un raggruppamento centrista post-democristiano e senza dubbio la sommatoria di questi soggetti indicati nell’articolo di oggi del quotidiano dei vescovi potrebbe ambire ad occuparlo.
Ma c’è nell’episcopato chi, come il presidente della Pontificia Accademia per la Vita mons. Vincenzo Paglia, fa il tifo per un soggetto politico che già c’è e già si candida a prendere i voti di quello spazio: Italia Viva di Matteo Renzi. E di certo Renzi è incompatibile con Conte.
Salvini come intende rispondere a questa offensiva? Lo ha spiegato al Corriere della Sera. Intanto incontrandosi con il cardinale Ruini e dunque ottenendo dall’ancora carismatico ex presidente della Cei quella “photo opportunity” che il Papa in sei anni di pontificato gli ha ostinatamente negato, rifiutando qualsiasi possibilità di incontro con il leader leghista anche per mere ragioni istituzionali. Salvini facendosi ricevere da Ruini certificherà l’esistenza di una copertura cardinalizia italiana ai massimi livelli per la sua caccia al voto cattolico.
Nel mirino di Salvini anche il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi, l’unico soggetto politico dell’area cattolica presente sia alle politiche che alle europee, che con duecentoventimila voti effettivamente presi nelle urne è il boccone pregiato della lista di sigle fatta da Avvenire. Intervistato da Nicola Porro alla vigilia della manifestazione di San Giovanni, Salvini aveva dato per presente in piazza anche il PdF adinolfiano, fermato da una telefonata proveniente dai Sacri Palazzi. Il Popolo della Famiglia è stato ricevuto, infatti, da Papa Francesco sul sagrato di San Pietro con simboli e bandiere e ribadisce la sua ferrea obbedienza al Papa. E a obbedienza è stato richiamato.
La road map salviniana è dichiarata nel titolo del Corriere della Sera: «Incontrare Ruini e non solo lui». Dunque aprire esplicitamente il fronte interno alla Chiesa, puntando dritto su elementi che Bergoglio considera proprie divisioni in campo. Il leader leghista può avere argomenti convincenti.
Primo banco di prova è l’Emilia Romagna dove Francesco conta sul lavoro di Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna da lui non a caso appena fatto cardinale, per fronteggiare quella che in Vaticano verrebbe considerata una catastrofe: la vittoria di Salvini nella regione che rischierebbe di azzoppare definitivamente quel Giuseppe Conte che il Papa  vorrebbe “preservare”.
Marco Antonellis

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