patto tra Usa e talebani, 2 MARZO 2020

Gli Stati Uniti ritireranno i soldati, i talebani taglieranno ogni legame con i terroristi. Su questa base poggia l’accordo tra le due parti, firmato sabato a Doha, che potrebbe chiudere 18 anni di guerra, la più lunga di sempre per gli Usa. Il documento, siglato dal Mullah Abdul Ghani Baradar e dall’inviato americano Zalmay Khalizad, si articola in quattro punti. Stabilisce che l’Emirato islamico dell’Afghanistan, cioè i talebani, e il governo di Kabul cominceranno a trattare il prossimo 10 marzo. Obiettivo immediato: «un permanente e duraturo cessate il fuoco». Washington s’impegna a ritirare progressivamente le truppe, ma anche «il personale civile, i consiglieri» dall’Afghanistan. Entro 135 giorni il contingente delle forze armate statunitensi scenderà da 13 mila a 8.600 unità. Diminuiranno, «in modo proporzionale». anche i presìdi degli alleati, compreso quello italiano, al momento formato da 900 militari. Saranno chiuse cinque basi. Entro aprile 2021, se tutto andrà come previsto, non ci sarà più una sola divisa straniera in Afghanistan. Nel frattempo, entro il 10 marzo 2020, è previsto uno scambio di prigionieri, con la liberazione di cinquemila talebani e di mille afghani dell’esercito regolare di Kabul (anche se su questo punto ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha detto che il suo governo non s’è mai impegnato a liberare i prigionieri talebani). Donald Trump ha usato toni insolitamente moderati: «È stato un lungo viaggio, è tempo di riportare i nostri a casa. Se i talebani e il governo dell’Afghanistan terranno fede agli impegni, si aprirà un efficace percorso verso la fine della guerra».
«Il presidente americano ha inseguito questo momento fin dall’inizio del suo mandato: se lo schema di Doha funzionerà, potrà rivendicare un oggettivo successo diplomatico. Sul piano politico, però, è una soluzione al ribasso. Dopo 18 anni di bombardamenti e attentati, l’Afghanistan è un Paese in grandi difficoltà economiche, con diritti civili precari, istituzioni fragili, corrose da una vorace corruzione. Non è un caso se i più soddisfatti siano i Talebani» [Sarcina, CdS].


Il Fatto quotidiano
Donald Trump ha sbandierato con toni trionfalistici l’accordo raggiunto con i Talebani a Doha. E, dal suo punto di vista, non ha tutti i torti: da buon imprenditore riteneva inutile spendere 40 miliardi l’anno per una guerra che tutti, dallo stesso Pentagono ai suoi consiglieri militari agli opinionisti americani, consideravano persa. Inoltre i morti Usa, nonostante l’uso pressoché esclusivo di aviazione e droni, cominciavano a essere troppi e un certo malcontento serpeggiava anche nella popolazione.
Ma i veri vincitori di questo accordo sono i Talebani che hanno ottenuto tutto ciò che volevano. Il ritiro sia pur graduale (entro 14 mesi) di tutte le truppe occidentali, basi comprese. E questo lo volevano ormai non solo i Talebani, ma anche i non Talebani e gli anti Talebani, stufi degli occupanti e di una guerra che si trascinava inutilmente da 19 anni. Tanto più ingiusta e pretestuosa perché è stato chiarito al di là di ogni dubbio che «la dirigenza talebana dell’epoca (cioè il mullah Omar e i suoi) era ignara degli attacchi alle torri gemelle e al Pentagono». Inoltre, mentre l’11 settembre tutte le folle arabe scendevano in piazza festanti, il governo Talebano-afghano mandava agli Stati Uniti un telegramma di condoglianze che suonava così: «Nel nome di Allah, della giustizia e della compassione. Noi condanniamo fortemente i fatti che sono avvenuti negli Stati Uniti al World Trade Center, condividiamo il dolore di tutti coloro che hanno perso i loro familiari e i loro cari. Tutti i responsabili devono essere assicurati alla giustizia». Invitava anche l’America a essere prudente nelle sue reazioni. Ma gli Stati Uniti furono tutt’altro che prudenti perché, come hanno rivelato il Washington Post e il New York Times, era da mesi che stavano preparando un attacco all’Afghanistan.
La condizione posta dagli americani agli eredi del Mullah Omar, cioè che i Talebani si impegnino a sbarazzare l’Afghanistan dai terroristi internazionali, in particolare dall’Isis, per i Talebani non è una condizione è un fatto già in essere. È da quando Isis è penetrato in Afghanistan che lo combattono. Decisiva, per chi abbia orecchie per intendere, è la lettera aperta del 16 giugno 2015 che il Mullah Omar, in quello che fu il suo ultimo atto, inviò ad Al Baghdadi (e che solo noi del Fatto, almeno in Italia, abbiamo pubblicato) intimandogli di non cercare di penetrare in Afghanistan perché la guerra di indipendenza afgana era un fatto interno e non aveva nulla a che vedere con i deliri geopolitici del Califfo. E aggiungeva: «Tu stai dividendo pericolosamente il mondo musulmano». Del resto negli ultimi anni era molto facile distinguere gli attentati talebani da quelli attribuibili all’Isis. I Talebani colpivano esclusivamente obiettivi militari e politici anche se inevitabilmente c’erano degli effetti collaterali perché non avevano alcun interesse a colpire i civili inimicandosi la popolazione il cui sostegno rendeva possibile la loro resistenza. I kamikaze dell’Isis si facevano saltare in aria ovunque, in mezzo alla popolazione, preferibilmente nelle moschee sciite. Stretti fra gli occupanti occidentali e i guerriglieri di Al Baghdadi, i Talebani, pur avendo l’egemonia nella vastissima area rurale del Paese, avevano dovuto cedere molte posizioni permettendo agli uomini del Califfo di arrivare fino a Kabul. Se non devono più combattere anche gli occidentali, per i Talebani sarà ora molto più facile cacciare l’Isis, perché conoscono il territorio che è il loro territorio (Putin questo l’aveva capito prima di tutti riconoscendo ai Talebani lo status di “gruppo politico non terrorista”, temendo che Isis penetrasse nei paesi centroasiatici e si avvicinasse pericolosamente a Mosca).
Adesso il vero problema è quello del governo di Ashfar Ghani, escluso dalle trattative perché i Talebani lo hanno sempre considerato un fantoccio Usa, e della corrottissima cerchia governativa (amministrazione, polizia, e anche magistratura, tanto che da tempo gli afgani preferivano rivolgersi alla giustizia talebana, più spiccia ma meno corrotta). È il problema dei collaborazionisti, molto simile a quello che si pose in Italia con i fascisti dopo la vittoria americana nella Seconda guerra mondiale. Se ci fosse ancora il Mullah Omar, con la sua sagacia, sarei ottimista. Il giorno dopo aver preso Kabul concesse un’amnistia generale e la rispettò per tutti i sei anni del suo governo. Oggi, con i nuovi talebani, incarogniti da 19 anni di una guerra sanguinosa, non so.
Massimo Fini

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