epidemia da coronavirus : l’ALTA MORTALITA’ nelle strutture per ANZIANI è avvenuta in TUTTA EUROPA, articoli da alcune fonti giornalistiche, 24 aprile 2020

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Corriere della Sera
Nella pandemia in corso, il caso delle Rsa non è affatto solo italiano e nemmeno solo lombardo. È un’enorme questione internazionale. Uno studio dell’International Long Term Care Policy Network, associato alla London School of Economics, ha rilevato che in molti dei Paesi con un alto numero di contagi da coronavirus la quota di decessi in queste strutture varia tra il 40 e il 65% del totale delle morti. Una percentuale elevatissima. Raccogliere i dati nelle diverse situazioni è estremamente difficile – premette lo studio, segnalato anche da Statista.com – dal momento che molti dei decessi sono solo «sospetti» da virus e che anche le definizioni di case di cura per anziani variano da regione a regione. Le informazioni raccolte consentono però di mettere in luce un problema del quale ci si dovrà occupare per anni a venire. In Belgio, al 16 aprile ci sono state 4.857 morti collegate al Covid-19 e di queste 2.387sono avvenute in centri per anziani: il 49,1%. Il giorno dopo, i decessi nazionali sono stati 417, dei quali 289, il 69,3%, nelle Rsa. In Francia, al 15 aprile i decessi da Covid-19 erano 17.167 e di questi 8.479 (il 49,4%) tra residenti di strutture per anziani (6.524 morti in loco, 1.955 in un ospedale). In Norvegia, al 16 aprile, su 136 decessi provocati dal virus, 44 sono avvenuti in ospedale, cinque in case private mentre 87, cioè il 63,9%, in case di cura dedicate ad anziani. In Irlanda, al 13 aprile la quota è stata del 55,2%. In Canada del 57% al 14 aprile. Le percentuali, tra i Paesi presi in considerazione dallo studio, sono state più basse in Australia, 14,2%, e a Singapore, 20%. Per l’Italia, l’analisi della London School of Economics non presenta dati in grado di stabilire una proporzione. Vi si dice però di un survey condotto dall’Istituto Superiore di Sanità tra il 1° febbraio e il 6 aprile al quale hanno risposto 577 residenze per anziani sul totale delle 4.629 del Paese. Nel lasso di tempo considerato, in queste strutture si sono contati 3.859 decessi, circa l’8,6% dei residenti, e si stima che il 37,4% delle morti sia collegata al Covid-19 (il 3,2% dei residenti). I fattori che hanno contribuito a questa drammatica situazione internazionale sono molti: errori, sottovalutazioni, ritardi, impreparazione, strutture inadeguate. Di certo, le cause andranno tutte individuate. Ed eliminate. Non è solo una questione italiana.
Danilo Taino

Il Fatto quotidiano
Gli esperti la chiamano “economia d’argento”, perifrasi consolatoria che indica il business costruito sugli anziani. L’Italia, che nel 2017 era il secondo Paese più âgée del mondo dopo il Giappone con il 29,4% della popolazione oltre i 60 anni, 17,43 milioni di persone, nel 2050 ne avrà 22,2 milioni, il 40,3%. Secondo una ricerca di Pio De Gregorio di Ubi Banca, nel 2035 gli anziani non autosufficienti in Italia saranno circa 560mila e la domanda di posti letto nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) crescerà tra le 206mila e le 341mila unità che richiederanno un investimento tra 14,4 e 23,8 miliardi. Il settore fa gola perché le Rsa sono un investimento “assicurato” e assai redditizio. Ecco perché, anche se a oggi valgono solo un quinto dell’offerta complessiva, i gruppi privati stanno investendo grandi somme sia per creare nuove strutture che per acquistare concorrenti: i principali player sono Kos del gruppo Cir (De Benedetti), Tosinvest (Angelucci), Sereni Orizzonti della famiglia friulana Blasoni, ma dalla Francia sono già arrivati i giganti quotati Korian e Orpea.
Da circa 15 anni l’Europa e il Canada hanno seguito gli Usa nella privatizzazione delle case per anziani. I governi hanno incoraggiato gli operatori privati attraverso i meccanismi di accreditamento. In Italia a fine 2017 nelle Rsa e Rsd (residenze per disabili) operavano 1.271 imprese, 702 delle quali private e profit, ma i quattro quinti del settore sono gestiti da istituzioni pubbliche e Onlus. L’offerta dei privati profit però è in costante crescita, trainata da rette mensili medie molto più alte di quelle del non profit poiché contengono la quota alberghiera. La retta sanitaria a copertura pubblica, che “pesa” tra il 30 e il 50% della retta totale, varia a livello regionale e vale dai 29 ai 64 euro al giorno.
Tra gli operatori italiani delle Rsa svetta Kos del gruppo Cir con il marchio “Anni Azzurri”. Gestisce 77 strutture in 10 regioni italiane, in Gran Bretagna e in India per oltre 7.300 posti letto: 48 Rsa, 12 centri di riabilitazione, 11 comunità terapeutiche psichiatriche, quattro cliniche psichiatriche, due ospedali, 24 sedi centri diagnostici e terapeutici, 23 centri ambulatoriali. Kos dà lavoro a oltre 6.400 persone, fattura 550 milioni e ha acquisito da poco la tedesca Charleston (48 Rsa, 4.200 posti, 3.800 dipendenti). I dati della Tosinvest della famiglia Angelucci, che conta alcune decine di Rsa col marchio San Raffaele, non sono noti a livello consolidato perché schermati dietro una holding lussemburghesi. Sereni Orizzonti (il cui fondatore Massimo Blasoni, arrestato a ottobre e tornato libero a gennaio, è accusato di truffa aggravata al Ssn proprio un’inchiesta sulle Rsa) tra Italia, Germania e Spagna ha 80 strutture con 5.600 posti letto e fattura 200 milioni (+150% in quattro anni), sta realizzando una ventina di nuove Rsa per 2.400 posti in cinque regioni con un investimento di 180 milioni e punta 30 milioni per acquisizioni in Ue.
Tra gli operatori esteri, dopo la fusione dell’agosto 2016 con la Aetas del gruppo Definancements, oggi il gruppo francese Korian in Italia conta 44 Rsa con circa 4.800 posti letto, otto centri diurni, 110 appartamenti per anziani con 200 posti letto, 12 case di cura riabilitative per 1.200 posti letto, tre servizi post acuzie, 19 centri ambulatoriali e diagnostici, tre comunità psichiatriche (65 posti), tre centri residenziali per disabili (200 posti) e due hospice. Il gruppo nel 2019 nel mondo aveva oltre 82.600 posti letto in 600 strutture, ricavi per 3,6 miliardi (+8,3% annuo), un utile netto di 136 milioni (+10,4%), con 353 milioni investiti nell’acquisto di 20 strutture e un portafoglio immobiliare di oltre 2 miliardi. Grazie alle acquisizioni, in Italia i suoi ricavi sono cresciuti del 9,3% e i clienti sono aumentati del 150% in tre anni. L’altro gigante è la francese Orpea, primo operatore mondiale con 96.577 posti letto autorizzati in 950 strutture di 14 Paesi tra Europa, Cina e Brasile. In Italia possiede 18 strutture, 1.980 posti letto e 1.422 collaboratori tra Rsa e cliniche di riabilitazione in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto e Sardegna. A livello consolidato nel 2019 ha realizzato un fatturato di 3,74 miliardi (+9,4%) e un utile netto di 245,9 milioni (+11,6%). Ha da poco acquisito le olandesi September e Allerzorg e la tedesca Axion con un portafoglio immobiliare da oltre 6 miliardi.
Proprio gli immobili delle Rsa, grazie agli affitti garantiti da rette sostenute dal settore pubblico, ingolosiscono la finanza che dal 2006 vi ha investito un miliardo. In Italia una ventina di Sgr e Sicaf hanno in portafoglio strutture sanitarie, tra cui 50 Rsa per circa 5.600 posti letto inserite in 21 fondi immobiliari. Secondo Il Sole 24 Ore a comprare c’è la Zaffiro del gruppo Mittel che ha preso sei immobili di Rsa già operative e punta ad acquisti per 120 milioni nei prossimi anni. Il Fondo innovazione salute di Cattolica Assicurazioni, gestito da Savills Investment Management, punta a comprare 10 Rsa per 800 posti letto investendo 150 milioni. Ream Sgr (fondi Geras) sta facendo acquisizioni e ha 1.300 posti letto di Rsa in portafoglio. Il motivo è semplice: l’affitto di immobili alle Rsa genera rendimenti medi lordi annuali tra il 6 e il 7,5% l’anno.
Nicola Borzi

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