Feti sepolti al cimitero Flaminio, la Procura di Roma apre un’inchiesta, 2 ottobre 2020

La Procura di Roma indaga sul caso del cimitero dei feti al Flaminio, su quel pezzetto di terra dove sono stati sotterrati i feti abortiti e di cui le mamme non avevano mai chiesto la sepoltura. Un camposanto in cui compaiono croci con su scritto il nome delle donne e la data dell’interruzione di gravidanza

«Dopo la denuncia della donna che su Facebook ha raccontato di aver trovato al cimitero Flaminio di Roma il feto abortito sepolto sotto una croce con il nome di lei, il Garante della Privacy ha aperto una istruttoria per indagare “sulla conformità dei comportamenti adottati dai soggetti pubblici coinvolti con la disciplina in materia di privacy”. Intanto anche un’altra donna ha denunciato, di nuovo su Facebook, un episodio identico: “Per tre volte ho chiesto all’ospedale che fine avesse fatto il feto e mi hanno sempre risposto che non lo sapevano. Poi ho trovato il mio nome su quella brutta croce gelida di ferro in quell’immenso prato brullo ed è stata un’altra profondissima pugnalata, un dolore infinito e una rabbia da diventar ciechi. Avete presente quella scena di Tarantino dove lei viene sepolta viva sotto terra? Ecco, io stanotte ho sognato quella roba là e mi sono tirata su di scatto congelata. Ora che conoscete i fatti, mi concedete di usare il termine tortura?”» [Baldi, Sta].

vedi le informazioni in rete

https://tinyurl.com/y34dh4o7

Cimitero dei feti
di Flavia AmabileLa StampaRoma. Riquadro 108, cimitero Flaminio. Seduta in un angolo una donna piange. Alla sua destra una distesa di trecento croci: le più moderne in ferro, le prime in legno. Si inizia dal 2016 e si va avanti fino al 15 settembre di quest’anno, due settimane fa. Tutte hanno una targa con un codice, una data e un nome e cognome di donna. È il cimitero dei feti abortiti negli ultimi quattro anni ma anche il cimitero delle madri che hanno abortito, una sorta di pubblica gogna come nei secoli più bui della storia.
La donna ha in mano due fogli. Il primo è un certificato dove è scritto il suo nome, Francesca Tolino, e alcune coordinate: Riquadro 108, fila 19, fossa 36. Il secondo è una mappa per individuare il campo, il riquadro e poi anche la sua fossa all’interno di 140 ettari di tombe, lapidi e croci.
Francesca è arrivata nel pomeriggio, dopo aver letto la denuncia di un’altra donna, Marta Loi, di aver scoperto il suo nome su una delle croci del riquadro 108 del cimitero Flaminio. Ha dovuto interrompere anche lei la sua gravidanza per una malformazione cardiaca emersa nel feto durante l’esame morfologico di rito. Il dolore, la perdita, il lutto. «Nessuno mi ha chiesto nulla sulla sepoltura, lo scopro ora», spiega quando riesce a farsi forza e a parlare. «È inammissibile che il nome delle madri appaia, che non ci sia difesa della loro privacy. Ed è paradossale che questo sia l’unico caso in cui viene riconosciuto il cognome della madre», commenta Livia Turco, ex ministra della Salute, da anni impegnata nella difesa della legge 194.
«Reagiremo con grande determinazione alla violazione dei nostri diritti umani e della libertà. Ci sarà una class-action», assicura Elisa Ercoli, presidente dell’associazione Differenza Donna.
Nel frattempo il Garante della Privacy ha aperto un’istruttoria e un numeroso gruppo di parlamentari e consiglieri regionali del Lazio ha presentato un’interrogazione parlamentare e un’altra, parallela, al presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. La questione è tutta da chiarire: per la sepoltura dei feti non esiste un regolamento regionale, si fa riferimento al Regolamento nazionale del 1990, che prevede che dalla 20ma settimana di gestazione la sepoltura possa avvenire su richiesta dei genitori oppure su disposizione delle Asl. In questi casi però non c’è stata alcuna richiesta e c’è un’evidente violazione della privacy oltre a un serio danno morale.
L’Ama, la municipalizzata che si occupa della sepoltura, sostiene che il cimitero di Prima Porta si è limitato «a eseguire la sepoltura a fronte di un consenso già dato per espresso» dalla Asl. La croce è il segno «tradizionalmente in uso» e l’epigrafe «deve riportare alcune indicazioni basilari per individuare la sepoltura». Ma anche l’ospedale dove è stato praticato l’aborto – il San Camillo di Roma (nel caso di Marta Loi, n.d.r.) – sostiene di non avere colpe: i feti vengono identificati con il nome della madre solo per la burocrazia legata al trasporto, spiegano, e le carte vengono consegnate ad Ama al momento della presa in carico dei feti. Da quel momento in poi «gestione e seppellimento sono di completa ed esclusiva competenza di Ama» e la violazione della privacy è avvenuta «all’interno del Cimitero Flaminio».Flavia Amabile

commenti:

Corrado Augias Quelle croci e il potere degli estremisti, in La Repubblica 2 ott 2020

Gentile dottor Augias,

ho letto la notizia del cimitero di Prima Porta che accoglie i feti abortiti. Sono rimasto basito. In base ad una legge fascista i feti vengono tumulati con una croce e su di essa il nome della donna. Senza rispetto per la privacy e, soprattutto, per il dolore. È inconcepibile. E poi: perché la croce?

Siamo cattolici d’ufficio? Personalmente non mi interessano i rimpalli tra Ama, Comune, Asl. Mi fa indignare il concentrato di ottusità burocratica, l’oscurantismo retrogrado che si nasconde dietro la legge di un’altra epoca. Il peggio, comunque, è la criminalizzazione di fatto delle donne che abortiscono per qualsiasi ragione e lo fanno in base ad una legge della Repubblica. Oltre al dolore profondo anche la beffa di essere arruolate “cattoliche d’ufficio” e di vedere il loro nome affisso come un ‘memento’. Una cosa che davvero non credevo possibile in questo XXI secolo, in un paese che — nonostante il Concordato — dovrebbe rispettare la sua laicità. Spero ci sia un eco che coinvolga chi di dovere, per eliminare quella legge o regolamento stabilendo regole certe nel rispetto della privacy e della dignità.

Piero Orrù

Mi ha colpito una frase nel servizio di Maria Novella De Luca dedicato a questo increscioso episodio ( Repubblica , Cronaca di Roma — 30.09): “Una simbologia donna-aborto-croce che ci catapulta indietro nel tempo quando l’aborto era clandestino, addirittura punito con il carcere e le donne morivano a migliaia di emorragie e di setticemia”. La scusante, il pretesto giuridico, per un gesto così oltraggioso sta nei regolamenti cimiteriali del 1939 mai più rivisti da allora. Nel frattempo però, la Repubblica ha approvato nel 1978 una legge nota come “la 194”, che prevede l’assoluto rispetto della riservatezza sull’identità di chi abortisce.

Anche inconcepibile l’imposizione d’ufficio di una croce sul tumulo. Il cattolicesimo non è più da decenni una religione di stato né di diritto (Concordato del 1984, Bettino Craxi) né di fatto in una società diventata multietnica con cittadini di diverse fedi o di nessuna. C’è insomma nel deplorevole episodio per fortuna venuto alla luce un misto di negligenza e di latente violenza che dovrà essere velocemente corretto. Non c’è però solo questo. Che la civilissima legge sull’aborto sia molto osteggiata lo dice l’alta (anomala) percentuale di medici antiabortisti nei reparti di Ginecologia. Lo dicono le frequenti proposte di rivedere o limitare la legge. Lo dice soprattutto un’atmosfera generale ormai diffusa largamente in Occidente. L’editoriale Luiss ha appena pubblicato un bel saggio di Cas Mudde (politologo olandese) dal titolo Ultradestra . Eloquente sottotitolo Radicali ed estremisti dall’antagonismo al potere .

La tesi di fondo, che tento di riassumere, è che confinare le spinte reazionarie nella nostalgia delle passate dittature del XX secolo (neofascismo), non aiuta a capire ciò che sta succedendo. Come scrive Caterina Froio nella prefazione, l’attuale pensiero di destra si nutre “delle debolezze delle democrazie liberali per eroderne il pluralismo e i diritti delle minoranze”. Non credo azzardato ipotizzare che i negligenti burocrati che hanno permesso l’oltraggio sarebbero stati più solerti nell’impedirlo se non avesse avvertito questa favorevole atmosfera.

Corrado Augias 

“Io umiliata dopo l’aborto. Quella croce col mio nome è una tortura infinita” articolo/intervista di Marina De Ghantuz Cubbe, in La Repubblica 2 ott 2020

in https://rep.repubblica.it/pwa/intervista/2020/10/01/news/io_umiliata_dopo_l_aborto_quella_croce_col_mio_nome_e_una_tortura_infinita_-269152678/?ref=fbpr&fbclid=IwAR0KvhVc-VwBekfFVnBt9oG3G0RcYjDR4Zl9KqwsL3sGkbFwu1tJ5TN8G4o

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