Cronologia storica e politica: dal PCI al PD, 1921-1991, da Robinson/La Repubblica, 16 gennaio 2020

Pci
di Filippo CeccarelliRobinsonCento anni di Pci, ma cosa è rimasto? Poco, pochissimo, forse niente e tra un po’ neanche le memorie. Peccato, perché è una storia ricca di insegnamenti nei suoi ricordi di impegno ed eroismo, ma anche di amarezza. I libri che Antonio Gramsci teneva in carcere sono custoditi, insieme ai Quaderni, in una sorta di museo, fortilizio, macchina del tempo, sacrario e ipogeo del quartiere Nemorense nel quale l’ex senatore Ugo Sposetti, amanuense rosso, continua a concentrare documenti, registrazioni, insegne, mobilio, sculture, pitture, bandiere. C’è anche quella primigenia, rimasta nascosta per anni dentro la fodera di un divano in Molise, che i compagni della frazione comunista si portarono dietro, al canto dell’Internazionale, dal teatro Goldoni al teatro San Marco dopo la votazione che li rese fiammeggiante minoranza rivoluzionaria l’ultimo giorno del congresso di Livorno.
Appena fuori dall’ufficio di Sposetti, all’interno di una vetrinetta vicino alla macchina del caffè, è come se danzassero al suono di Bandiera rossa in versione carillon una quantità di medagliette, nastrini, tessere, busti, tazzine, spille, coccarde e fiaschette, vistose reliquie vetero e tardo comunista, paccottiglia che da tutta Italia continuano a mandare in questo luogo non sai se di conservazione o di ribellione all’incuria del presente. In un buio seminterrato, la cassaforte delle Botteghe Oscure, un tempo generoso deposito di dollari e rubli, certamente milioni e milioni di lire, comprese magari alcune bustarelle sulle cui tracce si era messo Tonino Di Pietro, nonostante l’orgoglioso mutismo del “compagno G”, al secolo Primo Greganti.
E però nulla è restato nel palazzo da cui per tanto tempo si spinsero e si tennero a freno le masse dei lavoratori italiani. Nel “Bottegone”, che nel dopoguerra i fratelli Marchini costruirono per quel “Partito nuovo” che Togliatti paragonò poi a una giraffa e a un ragazzetto in forze e più che sveglio (puer robustus et malitiosus), si è insediata l’Associazione bancaria italiana, che ha incamerato pure l’installazione di Pomodoro con la bandiera della Comune di Parigi. La libreria al pianoterra, “Rinascita”, è diventata un supermarket; il più recente negozio di dischi un maxi parrucchiere. Sunt lacrimae rerum, viene da pensare a proposito di un partito che ospitò il maggior numero di latinisti, da Concetto Marchesi a tanti tignosissimi dilettanti: oltre a Togliatti, che citava le Egloghe a Tribuna Politica, Paolo Bufalini, gran traduttor d’Orazio, Alessandro Natta, Mario Pochetti, leggendario segretario del gruppo alla Camera. Mai come in questo anniversario la nascita del Pci (all’inizio Pcd’I) si confonde e si perde nella dissoluzione di un’esperienza storica conclusa senza riscatto né ricominciamento. Sono più di trent’anni dal ripudio o, se si vuole, dalla svolta del 1989; e comunque risuona come dall’aldilà il triste tango di Sergio Endrigo («Non c’è più il Pci / il Pci non c’è più»), paiono irreali le accaldate lacerazioni in presa diretta di Nanni Moretti ne La Cosa o i versi terribili di Fernando Bandini: «Non cade solo un muro, muore un lungo / Da-sein (esserci), il teso / elastico del secolo si spezza, / molti cuori si afflosciano…».
E non per infierire, ma è ancora prima – l’ultimo comizio di Berlinguer, l’odio e l’invidia per il craxismo, l’autolesionismo auto-satirico, il sabato pomeriggio al centro commerciale invece che in sezione – che s’affacciò l’atroce dubbio che questo benedetto comunismo non sarebbe mai arrivato. Donde il diabolico combinato – e dagli col latino – di horror vacui e cupio dissolvi, il presagio di un ordine che scorreva verso la propria rovina, una comunità ormai condannata a frantumarsi, e poi a ribaltarsi nel suo contrario.
E c’entrerà senz’altro la matrice originaria e la sudditanza all’Unione Sovietica, Gerusalemme celeste del socialismo reale in forma e sostanza di stalinismo. C’entreranno falsi ideali destinati a rivelarsi sciaguratissimi e poi a crollare di colpo, una certa doppiezza, un realismo un po’ ottuso nell’inseguire prima la Dc e poi i “nuovi soggetti sociali” sempre tenendo sotto i parenti socialisti; né ha giovato al Pci una certa arroganza culturale, così come quella superiorità moralistica spacciata per diversità antropologica, quando era solo un modo per nascondere strategie andate a male. Eppure, se mai c’è stato in Italia un partito che, oltre a rivendicarla, ha praticato giorno per giorno la serietà e quindi la dignità della politica, beh, è a questa vicenda che bisogna guardare – tanto più in un tempo cinico e meschino che ignora il ruolo di alfabetizzazione svolto fin nelle più lontane sezioni dell’Italia profonda, il valore di film come La terra trema di Luchino Visconti, l’aver evitato la guerra civile senza mai rinunciare alla lotta per dare una speranza e un orgoglio ai ceti più deboli, i quadri di Guttuso e di Schifano, la foto di Guido Rossa, militante comunista genovese crivellato di colpi dalle Brigate rosse.
Cent’anni. Le scuole organizzate fin dentro le carceri fasciste, il contributo militare e di sangue delle Brigate Garibaldi, i reietti delle officine punitive alla Fiat e i comizi per i braccianti di Di Vittorio. Ma poi e soprattutto: il costume, lo stile di vita dei dirigenti, entità di cui oggi si è smarrita addirittura la nozione: i silenzi di Longo, la libertà di Terracini, la lingua tagliente di Pajetta, il fragore che suscitavano le uscite di Amendola, la timida dedizione di Berlinguer, la leale signorilità di Napolitano, l’impuntatura di Nilde Iotti sulle donne e il divorzio, la cortese naturalezza con cui Ingrao rifiutò la cospicua borsa dell’andreottianissimo Premio Fiuggi.
Dov’è più tutto questo? «Veniamo da lontano – diceva il Migliore – e andiamo lontano». Ma dove, povero Togliatti? Verso la catastrofe, ecco dove andavano. Verso la fine del mondo, per giunta secondo le procedure codificate nelle apocalissi psichiatriche e culturali di Ernesto De Martino, un altro comunista. Un cataclisma che ha determinato la fine della vicenda del comunismo italiano e il cui esito è esso stesso, a sua volta, un cataclisma. Le Case del Popolo sfrattate dal Bingo, le scarpette da un milione, le vacanze sullo yacht del banchiere, la partita a scopone col capo della Fiat, il karaoke con i dignitari della Confindustria, l’ascesi al salotto Angiolillo, la festa di compleanno nel villone sull’Appia antica con la più alta percentuale di palazzinari per metro quadro, la serata a inviti per film su Berlinguer con Fini & Tulliani, Malagò, Lotito e altri della “Roma potentona”, come documentato sui Cafonal di Dagospia.
E adesso nemmeno ha senso farne una colpa a questo o quell’erede della severa tradizione del movimento operaio perché la degenerazione sta dentro i tempi, riguarda tutti e prescinde dalle volontà individuali; eppure resta la tentazione di chiedersi cosa ne avrebbe scritto Fortebraccio in quelle sue crudeli noterelle sulla prima dell’Unità; così come, a proposito, ci si interroga sull’assurda e quanto di assurdo e triste sorte dell’Unità e del suo fantastico archivio, pure fotografico, ostaggio di chissà chi.
«Cognosce quod immutabis », studia ciò che vuoi cambiare, era il motto della scuola quadri delle Frattocchie, anch’essa venduta e lottizzata in appartamentini dopo aver formato migliaia e migliaia di dirigenti forgiati a una vita di esaltazione e sacrificio. Tutto cambia, più spesso di quanto si pensi nel suo contrario. Così l’appartamento torinese di Gramsci è stato incluso in un albergo a quattro stelle di una multinazionale; per un pelo non lo si è chiamato “Hotel Gramsci”; e attorno alla sua tomba nel cimitero degli Inglesi a Roma – dove «il silenzio della morte è fede / di un civile silenzio di uomini / rimasti uomini» – si è svolta una battuta di caccia ai Pokemon.
Nel 1974 sempre Pasolini scrisse: «Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante…». Forse era già esagerato, ma senza tirare in ballo le ordinanze emesse da sindaci ex comunisti contro lavavetri e mendicanti o il segretario regionale che si faceva comprare cappotti di cachemire e scarpe Church dal ruffiano di Berlusconi, quel lontano Pci è stato davvero un mondo a parte; un mastodonte monolitico e insieme variegato, un’isola autosufficiente dotato di case, cliniche, medici, notai, avvocati, procuratori d’affari con l’Est, vigilanza, negozi di confezioni, servizi di pulizia, installatori di telefoni, case del libro, vacanze in Russia, sulla neve, in crociera.
Esistono documentari in cui, anni Cinquanta, si vedono sposini che venivano a farsi i proto-selfie sotto il Bottegone; a Natale e per i compleanni dei compagni più autorevoli piccole cerimonie fra i banchi di formica del Comitato centrale: come dono un taglio di stoffa, una valigia, un orologio, oltre a un articolo celebrativo sull’Unità. C’era un compagno, il mitico Zucconelli, che si occupava dei funerali.
Insomma: riti. Impossibile intendere a pieno il Pci senza considerarlo, per la maggior parte dei suoi cento anni, una fede, anche nell’aldilà, una religione, una chiesa con il suo Papa, i cardinali, i vescovi, i parroci, i santi, i martiri, e litanie, salmodie, sacramenti (i congressi di sezione, la vendita domenicale dell’Unità), oltre a eretici e Santa Inquisizione, «Dolce cuore di Baffone – si scherzava – ogni giorno un’espulsione».
Ma ora? Ora il contrario; ora gli ex pensano prima a se stessi e fanno il vino, fanno le super consulenze, fanno i film, i romanzi noir, la tv, fanno i lobbisti, i bed&breakfast e tra loro si chiamano “la ditta”. L’anniversario li coglie irrequieti, ma pronti e lesti ad acchiappare e cavalcare il rimbalzo mediatico. Alla Fondazione Gramsci, aspettando Sposetti, un compagno conferma che a Firenze, un giovane artista della Street Art, Jorit, ha dipinto il volto di Gramsci sulla superficie di un palazzo. Prima di iniziare il ritratto, come suo solito, ha scritto con enormi lettere sulla facciata bianca una frase dai Quaderni: «Anche quando tutto è o pare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando dall’inizio». Eh, pare facile! La memoria ha bisogno di silenzio.Filippo Ceccarelli

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