Il Pci e l’eredita di Turati di Paolo Franchi (La nave di Teseo), 2021

Antonio Carioti sul Corriere della Sera:

«Alle elezioni per la Camera del 1919, a suffragio universale maschile con il sistema proporzionale, il Partito socialista ottenne la maggioranza relativa, con il 32,3 per cento. La lista fascista presentata a Milano raggranellò invece un pugno di voti e Benito Mussolini fece una clamorosa figuraccia. Tre anni dopo però il leader delle camicie nere diventava capo del governo, con i marxisti italiani spaccati in tre formazioni diverse (massimalisti, riformisti, comunisti) e visibilmente allo sbando. Come era stato possibile? Il fatto è che la linea oltranzista adottata dal Psi, nell’illusione di imitare l’esempio dei bolscevichi russi, aveva di fatto impedito ai socialisti di fare politica, sterilizzando i loro seggi parlamentari in un atteggiamento di opposizione pregiudiziale e vociante non solo ai governi, ma allo stesso sistema rappresentativo, in attesa di una rivoluzione al posto della quale era arrivata a travolgerli la micidiale reazione dello squadrismo. Quell’amarissima lezione era ben presente a Palmiro Togliatti, quando il leader del Pci tornò in patria nel 1944 dopo l’esilio impostogli dal fascismo. E sin dall’inizio ebbe come assillo principale inserire il suo partito nel gioco politico, conferirgli un ruolo di responsabilità nazionale, aprirlo a strati sociali diversi dal proletariato industriale e agricolo, portarlo al dialogo con le altre forze e con la Chiesa cattolica. Tutto l’opposto, a ben vedere, delle premesse su cui il Partito comunista d’Italia era nato a Livorno nel gennaio 1921, scindendosi dal Psi, cioè con l’intento di costituire una compatta falange rivoluzionaria capace di guidare la classe operaia alla conquista del potere. Per giunta – questo è il dato fondamentale da cui parte Paolo Franchi nel suo bel libro Il Pci e l’eredità di Turati (La nave di Teseo) – nel Congresso di cento anni fa a contrapporsi erano state tre correnti, ma solo due linee politiche chiare. Da una parte c’erano i comunisti, determinati a staccarsi da chi predicava l’insurrezione, ma non faceva nulla per attuarla; dall’altra i riformisti guidati dal loro leader storico Filippo Turati, convinti che l’esperienza russa fosse inapplicabile in Italia e che la via al socialismo dovesse essere graduale e passare attraverso gli istituti della democrazia parlamentare. In mezzo i massimalisti, ampiamente maggioritari e indecisi a tutto, persi nel sogno della rivoluzione, ma indisponibili a espellere l’ala destra del partito, come reclamava da Mosca l’Internazionale comunista. Accadde così che Togliatti, argomenta Franchi, dovendo fare politica nell’Italia repubblicana ed evitare a ogni costo l’isolamento del Pci, si trovò a ripercorrere per molti versi le orme di Turati, a suo tempo bollato d’infamia come “socialtraditore”, che del resto era sempre rimasto marxista e non aveva mai abbandonato sul piano teorico l’obiettivo di superare il capitalismo».

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