dalla pagina facebook di Roberta Bruzzone
Quando il silenzio uccide prima del gesto
La lunga lettera d’addio.
Il cerotto sulle labbra…Il viaggio nel gelo, da sola.
La storia di Annabella Martinelli, 22 anni, non è un “caso”.È un sintomo.
Un sintomo grave, doloroso, che racconta una verità che come società (e come professionisti) non possiamo più permetterci di ignorare: il suicidio giovanile è in crescita costante e pericolosa.
Colpisce sempre più spesso ragazzi e ragazze che non appaiono fragili, che studiano, che vivono in famiglia, che non rientrano negli stereotipi “rassicuranti” del disagio evidente.
Ed è proprio questo che lo rende così letale.
Il suicidio non nasce all’improvviso
Nasce nella solitudine non vista
Dal punto di vista clinico, il gesto suicidario nei giovani raramente è impulsivo.È quasi sempre l’esito finale di un processo lungo, silenzioso, invisibile, fatto di:
* ipercontrollo emotivo
* vergogna del dolore
* senso di colpa per il proprio malessere
* percezione di essere un peso
* convinzione profonda di non avere diritto a chiedere aiuto
La lettera lasciata da Annabella non è solo un addio.È un tentativo estremo di dare senso a un dolore che non ha trovato ascolto prima.
Il cerotto sulle labbra è un dettaglio psicologicamente devastante.
Non serve a “non gridare”.Serve a non disturbare.
Ed è qui che la vicenda smette di essere individuale e diventa collettiva.
Giovani circondati da persone, ma emotivamente soli
Molti ragazzi oggi crescono dentro un paradosso clinico ormai evidente:
* adulti presenti fisicamente
* adulti assenti emotivamente
Genitori stanchi, spaventati, spesso convinti che “andrà tutto bene” per giustificare una sostanziale inerzia.
Scuole schiacciate sulla prestazione.Social network che amplificano il confronto, la vergogna, il senso di inadeguatezza.
Il risultato è una generazione che soffre in silenzio, perché ha interiorizzato un messaggio devastante:
“Se stai male, è un tuo problema.”
E quando il dolore non trova parole, diventa comportamento. Quando non trova uno sguardo adulto, diventa gesto estremo.
La vera domanda non è “perché si è uccisa”
La vera domanda è: dove erano gli adulti?
Il suicidio non è mai solo un fatto individuale. È un evento che interroga l’intero contesto.
Dove erano gli adulti quando:
* il ritiro emotivo è diventato isolamento?
* la stanchezza psichica è diventata rinuncia?
* la richiesta di aiuto è diventata muta?
Non basta dire: “Non avevamo segnali.” Molto spesso i segnali ci sono. Siamo noi a non saperli più leggere.
A chi oggi si trova nella stessa solitudine
Indicazioni pratiche, concrete, salvavita
A chi sta vivendo una condizione simile – o riconosce qualcuno che potrebbe esserci dentro – va detto con chiarezza:
Chiedere aiuto non è un fallimento. È una competenza.
Non devi “stare abbastanza male” per meritare ascolto.
Il pensiero di farla finita è un segnale clinico, non una colpa.
Come chiedere aiuto in modo funzionale:
Non aspettare di avere le parole giuste. Basta dire: “Non sto bene. Ho paura di me.”
Rivolgiti a un adulto che non minimizza. Se uno non ascolta, cercane un altro.
Usa i servizi dedicati, anche in anonimato.
In Veneto è attivo il Numero Verde Antisuicidi 800 334343, h24, con psicologi qualificati.
Telefono Amico risponde al 02 2327 2327 o via WhatsApp al 324 0117252, tutti i giorni.
Chiamare non significa “fare una scenata”.
Significa restare vivi abbastanza a lungo da cambiare traiettoria.
Se sei un genitore, un insegnante, un professionista:
non chiedere solo “come va?”chiedi “come stai davvero?”
E soprattutto resta, anche quando la risposta ti spaventa.
Perché l’amore, senza educazione emotiva e senza presenza reale, non basta.
E ogni volta che perdiamo un ragazzo o una ragazza, non perdiamo solo una vita. Perdiamo un’occasione mancata di esserci stati prima
