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Elezioni e complesso della Grande Madre mediterranea: ricordare Ernst Bernhard (1896-1965) , scheda di Paolo Ferrario

Speravo molto che nella campagna elettorale non si sarebbe usato l’argomento della “mamma”.

Invece ieri sera – in quel programma televisivo che si chiama il nido di vespe – Berlusconi, incalzato da una vespa che si lisciava le antenne (pardon le mani), ha estratto dal suo repertorio la terrificante immagine della sua mamma che torna a casa, entra nella sua camera da letto e gli dice: “devi entrare in politica”.

Da cui la sua missione.

Nella cultura italiana la “mamma” è una istituzione, non una concreta persona.

Da ancora prima del proverbiale incipit di Beniamino Gigli “Mamma son tanto felice, perchè ritorno da te (felice un c. !) della canzone di Cherubini, Bixio, Concina (1940, inizio della seconda guerra mondiale) e naturalmente anche per i decenni e secoli seguenti la mamma italiana, con la scusa della pastasciutta al ragù e delle mutande lavate e stirate, mantiene in uno stato di sudditanza emotiva il maschio italiano e trasmette alla femmina la retorica del compito generativo al sorriso Durbans.

Il culto della “mamma” è quanto di più bipartizan ci sia: dai comunisti italiani ai papisti il consenso è unanime.

La mamma è la “mamma”.

Ci voleva uno psicanalista  ebreo berlinese, che vedeva da fuori come un antropologo la cultura degli italiani, per elaborare questo preciso e fondamentale ritratto del “complesso della Grande Madre mediterranea”

Ernst Bernhard (1896-1965) in Mitobiografia, Adelphi, 1969 lo racconta così:

“La chiave che permette di schiudere l’enigma dell’anima italiana è la constatazione che in Italia regna la Grande Madre mediterranea, la quale non ha perduto nei millenni né di potenza né di influenza. Essa è la premessa archetipica che si ravviva in ogni singola donna italiana se si fa appello alle sue qualità materne.

Nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione; poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgerglisi maternamente. Essa accoglie ogni moto del ‘bambino’, afferra tutto, comprende tutto, perdona tutto, sopporta tutto. Quanto più bisognoso il bambino, più sofferente, più povero, più trascurato, tanto più vicino è al suo cuore.

La mancanza di puntualità e di fidatezza degli italiani si fonda in parte su questa fondamentale struttura psichica, poiché a chi è dominato dalla Grande Madre mancano capacità d’astrazione e di disciplina virili, o meglio queste soccombono inesorabilmente quando vengono a conflitto con la Grande Madre. Tutto ciò che è impersonale, per principio, essa cerca di trasformarlo in rapporto personale, attraverso il quale, come è noto, in Italia si può raggiungere quasi tutto.

Niente è più espressivo che l’interiezione “Pazienza!” che l’italiano pronunzia in modo quasi riflessivo quando qualcosa non è andato come doveva, a mo’ di rassegnazione e di conforto insieme, secondo quanto gli suggerisce la GrandeMadre consolatrice. … Poiché la rassegnazione contenuta in quel “Pazienza!” ha infine la propria radice in una genuina fiducia nel corso delle cose, in quella sicurezza che al figlio dà protezione materna, che giunge fino a quel ‘completo abbandono alla Provvidenza’ che è uno dei pilastri naturali della religiosità cristiana in Italia.

Ma la Grande Madre mediterranea in Italia è una madre primitiva. Essa vizia per lo più i suoi figli con la massima istintività, e i figli di conseguenza sono esigenti. Ma quanto più li vizia tanto più li rende dipendenti da sé, tanto più naturale le sembra la propria pretesa sui figli e tanto più questi si sentono ad essa legati e obbligati. A questo punto la buona madre nutrice e protettiva si trasforma nel proprio aspetto negativo, nella cattiva madre che trattiene e divora e che con le sue pretese ormai egoistiche impedisce ai figlie il raggiungimento dell’indipendenza e li rende inermi e infelici.

Spesso sono mogli e madri energiche, ricche di meriti, capaci, con un marito per lo più debole, senza interesse o capacità per le cose concrete, che creano e mantengono la posizione della  famiglia, che dirigono aziende, fabbriche, alberghi, negozi o perlomeno la carriera del marito … Oppure sono donne sofferenti, malate o malaticce, il più delle volte con un marito estroverso, che sono state impedite nella loro evoluzione spirituale e psichica … Ambedue i tipi di madre, l’attivo come il passivo, hanno un’influenza ugualmente forte sul destino dei componenti della famiglia.

Data la posizione dominante della madre nella psicologia italiana, è naturale che la maggior parte delle nevrosi sia determinata principalmente da complesso materno. Molto spesso noi troviamo nell’uomo turbe di potenza, dongiovannismo, omosessualità, disturbi del lavoro. Nella donna troviamo sfiducia nelle sue qualità femminili, mancanza di fiducia nei decorsi naturali, mestruazione, gravidanza, parto, sviluppo dei bambini con i relativi disturbi: resistenza sessuale, frigidità, lesbismo, ipercompensazione intellettuale. In generale: disturbi dei rapporti fra i sessi, difficoltà nella  ricerca del compagno, matrimoni infelici, angosce, depressioni, complessi d’inferiorità e un’infinita schiera di disturbi psicosomatici, dalla frequentissima emicrania alla colite, alla nevrosi cardiaca, all’asma, fino all’ulcera gastrica.

In una civiltà di stampo matriarcale l’elemento maschile rappresenta per definizione il lato indifferenziato, l’Ombra. Poiché la madre rappresenta l’inconscio nel suo aspetto predominante, l’uomo italiano è facilmente esposto ai suoi influssi e dispone di fronte a esso d’un Io relativamente debole; egli si identifica più o meno con l’Anima.

L’’identità con i lato positivo materno è evidente. E’ commovente vedere come i padri italiani sanno trattare coi loro bambini, come li sanno comprendere, proteggere, curare,. Sovente ridiventano bambini essi stessi, figli della Grande Madre, perché in fondo non hanno mai cessato di esserlo, compagni di gioco delle proprie figlie e dei propri figli, proprio come avviene presso i primitivi organizzati patriarcalmente, dove il posto del padre, con i suoi diritti e doveri, è preso dal fratello della madre, dallo zio materno. …

L’elemento maschile indifferenziato tende in linea di massima a fissarsi in una condizione di “figlio di mamma”, sovente nella forma di eterno Puer, cioè in una psicologia di pubertà. Questo produce per un verso l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa. …

Per altro verso questa psicologia di pubertà così caratteristica per l’uomo si manifesta positivamente come ribellione, ardimento, slancio, entusiasmo, intuizione creativa e schietto impulso all’avventura, negativamente come faciloneria, esibizionismo, vanità, gallismo o disprezzo della donna, spesso con tratti manifesti o latenti di omosessualità, e come tendenza a ogni possibile eccesso”

in Ernst Bernhard, Il complesso della Grande Madre. Problemi e possibilità della psicologia analitica in Italia, in Tempo Presente dicembre 1961, ripubblicato in Mitobiografia, Adelphi. 1969, pagg. 168-174

 

Nel nido di vespe di ieri sera appariva in tutta la sua luce mefitica l’archetipo della Madre Mediterranea quale potente simbolo generatore del probabile esito nefasto delle elezioni del 12 e 13 aprile 2008.

Sentivo riecheggiare queste parole di Bernhard: “l’attaccamento e la venerazione commoventi che l’uomo italiano ha per la propria madre, e con essi il suo tradizionalismo e il suo conservatorismo in tutti i domini, naturalmente anche nei confronti della Chiesa”.

Che la psicologia abbia strumenti ben più raffinati della politologia, della statistica elettorale e delle regole di voto per interpretare questa congiuntura storica e i detestabili prossimi anni,  lo dimostra anche quest’altro testo della psicanalista Silvia Vegetti Finzi:

Che cosa significa per un figlio ottantenne perdere la madre? «Significa prima di tutto — risponde la psicologa Silvia Vegetti Finzi, esperta di dinamiche familiari – che sei più preparato all’evento, dunque riesci a renderlo comprensibile e accettabile, perché sai che tua madre ha compiuto un percorso di vita completo e pieno». Intanto, però, hai compiuto anche tu un bel percorso. Il che significa che di fronte alla scomparsa di tua madre sei in grado di riflettere con cognizione di causa sulla caducità della vita. E magari anche della tua: «Sì, il contatto diretto, in età avanzata, con la morte della persona cara è un’occasione di riflessione anche etica. Però oggi un settantenne ha una vita ancora ben aperta al futuro». È improbabile che un evento del genere abbia conseguenze depressive? «A meno che la depressione non preesista». Non sembra il caso del Cavaliere: «A settant’anni hai una vita ben più complessa che nelle età precedenti e riesci a relatìvizzare meglio. Per esempio, il fatto di essere nonno ti mette di fronte alla nascita della vita, dunque il dolore si stempera grazie all’idea della ciclicità del tempo». Fatto sta che secondo Freud dietro un uomo di successo c’è sempre la predilezione della madre. Lo ricorda Finzi: «È come se il figlio, specie se primogenito, agisse nel mondo per mandato della madre, per cui realizzare una grande opera diventa una forma di restituzione della stima». E a settant’anni com’è che un uomo di successo può rimediare quando gli viene a mancare la figura primaria di questa stima? Morta la madre reale, rimane al Cavaliere la madre interiore: «Che sarà ancora più idealizzata, perché la figura materna nel ricordo perde gli aspetti negativi di quando era in vita». Con che conseguenze per il figlio settantenne, appunto? «È probabile che aumenti in lui il desiderio di consenso, l’ambizione di essere amato da tutti, perché la mamma ideale è più esigente e il compito di esserne all’altezza ancora più impegnativo». Specie per un uomo che ha sempre puntato molto, anche pubblicamente, sulla personalità della madre: «In personaggi come Berlusconi — prosegue Vegetti Finzi,   il riferimento alla madre indica un nuovo inizio, mentre il padre rappresenta la genealogia sociale, la continuazione: se ti presenti nel nome della madre sei un capostipite, il fondatore di un progetto il cui mandato ti è stato affidato appunto da tua madre». E che madre. Un carattere molto forte, a una forte componente virile e assegnano al figlio compimento della parte di sé che non hanno poi realizzare in prima persona». C’è da scommetter la morte di donna Rosa, in un futuro più o mene prossimo, «verrà proposta in pubblico da Berlusconi come esperienza esemplare, e il lutto come sentimento universale che tutti possono condividere sul piano retorico e immaginario». A proposito di immaginario l’analisi di Silvia Vegetti Finzi si spinge aintravedere nel rapporto tra Silvio e la madre defunta una dinamica quasi medievale, come avviene per tutti i figli di successo: «La genitrice diventa la regina. La logica è quella del cavaliere che parte per grandi imprese e al ritorno porta il trofeo alla regina. Con la morte il tutto viene enfatizzato». Eppure il rapporto stretto con la madre non era mai stato così esibito in  pubblico dai politici. Come si spiega? «Berlusconi sa bene che la relazione madre-figlio in Italia ha un effetto speciale grazie alla devozione diffusa per Madonna. Il richiamo frequente a sua madre ha contribuito ad avvicinarlo ai ceti più popolari e tradizionali, toccando le corde più sensibili degli affetti e delle pulsioni».

 

In Il Corriere della Sera 5 febbraio 2008

 

Conclusione: il problema politico  italiano non è Berlusconi, ma sono il 25% degli italiani che lo votano,  l’altro 15% che si apparentano e i restanti 60 % che , detestandolo o insultandolo, ne consolidano il dominio.

Ma ancora più nel profondo, ghigna la Madre Mediterranea.


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