Il politico ex comunista e ora giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di “difesa della vita” e di aborto, da lui equiparato all’ omicidio

Il politico ex comunista e ora giornalista Giuliano Ferrara ha voluto introdurre in queste elezioni un elemento di fortissimo e cruento conflitto in tema di “difesa della vita” e di aborto, da lui equiparato all’ omicidio.
Le parole ed i toni usati sono molto aggressivi e tipici di una persona che non conosce equilibrio e mezze misure. Con mia moglie, guardandolo e ascoltandolo alla televisione mercoledì sera, ci siamo detti: “è una grave crisi mistica da andropausa”. Aggiungerei che c’è anche un “effetto Rasputin”, dovuto alla evidente somiglianza somatica.
Sono un estimatore, a corrente alterna, di questo personaggio pubblico, che conosco in tutto il suo itinerario personale, essendo noi coetanei (1948 io, 1952 lui) ed avendo percorso – in parte – le stesse esperienze di partito.
Però questa volta i suoi argomenti sono estremanente contraddittori: verissimi per quanto riguarda l’uso eugenetico e sessista dell’aborto in Cina e India e falsissimi, invece, per quanto riguarda l’uso della interruzione volontaria di gravidanza all’interno del nostro ordinamento giuridico.
Fra il 1975 (legge sui consultori familiari) e il 1981 (referendum sulla legge 194) da militante locale ho attivamente partecipato a quella vicenda legislativa.
Faccio dunque un piccolo ripasso di storia delle istituzioni.

In tema di aborto e più precisamente di interruzione volontaria della gravidanza  si sono confrontate varie posizioni . Quella cattolica, che condanna moralmente qualsiasi aborto procurato e vieta anche la contraccezione, secondo cui l’embrione, dal concepimento, é ritenuto in possesso di   tutte le caratteristiche fondamentali dell’essere umano e quindi va trattato come una persona. Quella del Movimento per la vita, che si oppone all’aborto, ma lascia libertà di opinione sulla liceità morale della contraccezione ed ammette la possibilità dell’interruzione della gravidanza quando fosse necessario salvare la vita della donna. All’opposto di questi orientamenti, c’è la posizione per la liberalizzazione dell’aborto, sulla base della considerazione che esso è un problema privato della donna e deve essere risolto nella riservatezza del rapporto medico-paziente. Infine esiste la posizione per la legalizzazione dell’aborto, che lo ammette entro criteri, forme e procedure regolate dalla legge. Tutte le legislazioni su questo problema rientrano in tale categoria.

In Italia, il codice penale del 1932 collocava il reato di aborto nel capitolo “Dei delitti contro l’integrità e sanità della stirpe” e prevedeva le seguenti sanzioni: per l’aborto di donna consenziente da 2 a 5 anni di reclusione; per l’aborto procuratosi dalla donna da 1 a 4 anni; per l’istigazione all’aborto da 6 mesi a 2 anni. E’ da rilevare che se i fatti erano commessi “per salvare l’onore proprio e di quello di un prossimo congiunto” le pene potevano diminuire dalla metà ai due terzi. In tale contesto giuridico erano possibili solo:  a) l’aborto eseguito  in stato di necessità per “salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona”; b) l’aborto clandestino, che dimostrava l’inefficacia della legge repressiva e che avveniva in condizioni sanitarie di grande insicurezza e danno alla salute.

Una prima modifica di questa legislazione è avvenuta con una sentenza della Corte Costituzionale (Sentenza Corte Costituzionale n.27/1975), nella quale (pur ribadendo che la “tutela del concepito abbia fondamento costituzionale”) si considera  che “non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi é già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare”. Con tale sentenza veniva sostanzialmente confermata ed ampliata la possibilità dell’aborto per motivi terapeutici cioé “quando l’ulteriore gestazione implichi danno, o pericolo grave, medicalmente accertato […]per la salute della donna”.

La legge sull’interruzione volontaria della gravidanza è stata approvata, dopo vari tentativi iniziati dal 1972, con uno scarto minimo di voti: 308 alla Camera (contro 275); 160 al Senato (contro 148). I punti chiave della Legge 22 maggio 1978 n. 194, Norme per la tutela sociale della maternità e della interruzione volontaria della gravidanzasono i seguenti:

–         prevenzione : riconoscimento che l’interruzione volontaria della gravidanza (di seguito IVG) “non é mezzo per il controllo delle nascite” (art.1); rafforzamento del ruolo dei consultori che informano sui diritti spettanti alla donna, contribuiscono a “far superare le cause che potrebbero indurre la donna alla IVG” (art.2), garantiscono i necessari accertamenti medici in caso di IVG cercando anche le possibili soluzioni per i problemi connessi alla richiesta (art.5); la prescrizione  dei mezzi contraccettivi é consentita anche ai minori

 

–    caso di IVG entro i primi 90 giorni di gravidanza:

–         motivazioni: la donna si rivolge ad un consultorio, o ad una struttura socio-sanitaria abilitata dalla regione e dichiara le circostanze che inducono alla richiesta di IVG: serio pericolo per la salute fisica o psichica; condizioni economiche, o sociali o familiari; circostanze in cui è avvenuto il concepimento; previsioni di anomalie o malformazioni del concepito (art.4)

–         procedure di accertamento: in caso di urgenza il medico “rilascia immediatamente alla donna un certificato” che autorizza l’IVG; nei casi normali il medico “rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza”, trascorsi 7 giorni “la donna può presentarsi per ottenere la IVG” (art.5/III,IV)

–         sede dell’intervento: servizio ostetrico ginecologico dell’ospedale, case di cura autorizzate dalla regione, poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati (art.8)

–         obiezione di coscienza: il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie può sollevare obiezione di coscienza solo per le procedure connesse all’IVG ma non per “l’assistenza antecedente e conseguente l’intervento;

–    caso di IVG dopo i 90 giorni di gravidanza:

–         motivazioni: l’IVG può essere praticata solo in caso di grave pericolo per la vita della donna e per accertati processi patologici relativi al nascituro ed alla salute fisica o psichica della madre (art.6)

 

–         procedure di accertamento: effettuate dal medico del servizio ospedaliero che deve fornire documentazione sul caso ed informare il direttore sanitario; in caso di imminente pericolo di vita della donna l’intervento può essere praticato anche fuori delle strutture previste, dandone comunicazione alla USL (art.7)

–         caso di IVG di minorenni (art.12): a) entro i primi 90 giorni é richiesto l’assenso di chi esercita la potestà o la tutela, ma nei casi in cui ciò sia sconsigliabile é richiesto l’intervento e l’autorizzazione del giudice tutelare; in caso di urgenza a causa di un grave pericolo di vita, il medico rilascia certificato per ottenere l’intervento; b) dopo i 90 giorni vale la stessa normativa di cui sopra

 

–         caso di IVG di interdette (art.13): la richiesta può essere presentata oltre che da lei, anche dal tutore o dal marito non tutore; la richiesta deve essere trasmessa al giudice tutelare il cui provvedimento costituisce titolo per ottenere l’intervento

 

–         sistema informativo: ogni anno il Ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge

 

–         sanzioni penali: sono puniti le IVG che avvengono al di fuori delle procedure indicate; le pene sono aumentate se le IVG sono praticate da medici che hanno sollevato obiezione di coscienza.

 

La legge 194 é stata sottoposta nel 1981 a due referendum abrogativi: a) per la totale liberalizzazione dell’aborto (richiesto dal Partito Radicale), che é stato respinto con l’88,5% dei voti; b) per limitare l’aborto esclusivamente al tipo terapeutico (richiesto dal Movimento per la vita), che é stato respinto con il 67,9% dei voti.

Nel frattempo le IVG legalizzate sono passate da 187.752 nel 1979 a 227.809 nel 1984. E negli anni successivi è continuata la riduzione: 210.192 nel 1985; 138.354 nel 1998 (9,3 casi ogni 1000 donne residenti in età feconda).

Un particolare problema che si pone è quello della “recidività” del ricorso all’aborto (IVG ripetute)  quale indiretto indicatore che il modello organizzativo dei servizi non funziona proprio nei confronti di questa popolazione a rischio. In particolare viene messa in discussione l’ipotizzata relazione tra l’aumento delle pratiche contraccettive e la diminuzione dell’aborto. I due fenomeni non sono meccanicamente correlabili, perché dipendono da atteggiamenti psicologici fra loro opposti: attivo e preventivo per la contraccezione, passivo e come soluzione di urgenza a posteriori per l’aborto.

In ambito clinico, questo tema é analizzabile nel quadro delle  “resistenze alla contraccezione”. Il controllo della fecondità umana è influenzato da molti fattori di tipo socioculturale, psicologico ed affettivo. La sola informazione sui mezzi anticoncezionali spesso non é sufficiente a favorire atteggiamenti e comportamenti di tipo razionale o, come si dice, “consapevole”. In proposito la psicologa Silvia Vegetti Finzi osserva che “molte volte le ragazze non prendono sufficienti precauzioni contro la gravidanza perché inconsciamente hanno bisogno della conferma della propria identità sessuale” .

Le ricerche socio-demografiche mettono in evidenza che, a oltre 20 anni dalla legalizzazione della interruzione volontaria della gravidanza, le donne italiane considerano l’aborto indotto uno strumento di cui disporre se necessario, ma sempre con una certa cautela. In particolare si è osservato che la scelta di abortire, per una quota non irrilevante di donne, si connota comeun’esperienza molto personale e soggettiva che da un lato si aggancia a condizioni contingenti e dall’altro poggia su un sistema di valori (che potrebbe spiegare anche qualche cosa in merito al calo della fecondità nel nostro paese) che legittimano la maternità a condizione che ci sia una accettazione di fondo del nascituro da parte della madre.

Una ricerca dell’Istat  ha evidenziato queste tendenze:

–         la crescita del tasso di abortività delle minorenni

–         forte aumento delle interruzioni volontarie della gravidanza fra le donne nate all’estero residenti in Italia

–         forte riduzione dell’aborto clandestino

in : Paolo Ferrario, Politica dei servizi sociali, Carocci editore, Roma 2001, pagg. 257-261

Quanto sopra per fissare qualche criterio storico, legislativo e socio-culturale.

Ma l’aspetto più insidioso e manipolatorio è l’argomento della equiparazione, malevolmente posta da Ferrara, fra aborto ed omicidio e la conseguente divisione , da lui esasperata,  della opinione pubblica fra chi è “contro” la vita e chi è “per” l’accoglienza alla vita.

Dato che è questa una questione rilevante, faccio qui una specie di servizio culturale, riproponendo alcune pagine diLaura Conti ( l’intellettuale, la medichessa, la biologa, la storica, la politica … di cui ho spesso parlato qui) che scriveva così in un libro ormai introvabile di quegli anni:

La vita è un processo caratterizzato da una crescita invasiva.

Una modalità di organizzazione della materia che chiamiamo « vita » prese inizio circa tre miliardi di anni fa, con l’organiz­zazione di poco materiale che fluttuava a più di dieci metri sotto il livello del mare. Lentamente quel poco materiale che si era organizzato in maniera « vitale » reclutò i materiali che lo circondavano e li organizzò secondo il proprio modello. Via via che continuava questa crescita quantitativa le forme viventi si differenziarono sempre più e accanto ai modelli primitivi, si­mili ai nostri batteri, comparvero forme più grosse e comples­se, organismi ancora formati di una sola cellula ma dotati di cromosomi. Alcuni di essi si raggrupparono formando organi­smi multicellulari che via via si differenziarono lungo tre linee separate, la linea delle piante, quella dei funghi e quella degli animali che colonizzarono successivamente le terre emerse. I primi animali che tentarono la grande avventura abbandonan­do l’ambiente idrico furono gli scorpioni e alcuni molluschi, poi i pesci dotati di polmoni che dovevano dare origine agli anfibi e ai rettili. E poi dai rettili originarono due linee, quella degli uccelli e quella dei mammiferi, alla quale anche noi ap­parteniamo. A poco a poco, attraverso questa lunga storia, quantità sempre più grandi di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, fosforo, ferro, magnesio, sodio e potassio si organizza­rono in forma di organismi viventi occupando, dopo i mari e le acque dolci, estensioni sempre più vaste delle terre emerse.

Tutto questo è potuto avvenire grazie a un grande spreco di vite.

Moltissime delle alghe che furono lanciate sulle rive mo­rirono, prima che qualcuna di esse potesse abbarbicarsi e dare origine a un muschio. Moltissimi dei muschi che il vento por­tò un po’ più lontano dalla riva morirono, prima che qualcuno di essi potesse dare origine a una felce. Moltissimi dei pesci polmonati, trovatisi in pozzanghere che la siccità isolò rispetto al fiume, morirono prima che qualcuno di essi desse origine a un animale stabilmente capace di respirare aria, cioè a un ante­nato dei moderni anfibi (e nostroantenato).

La progressiva estensione del dominio della vita è stata possibile soltanto gra­zie allo spreco di vite.

Se credessimo a un Progetto, potremmo dire che il progetto globale (l’estensione del dominio della vita) ha potuto realizzarsi soltanto grazie all’interruzione precoce di molti progetti parziali (le vite degli individui che, nel passaggio da un ambiente a un altro, sono morti). Se non crediamo all’e­sistenza di un Progetto, ci esprimiamo diversamente: e dicia­mo che si sono evolute, dando origine a nuove specie viventi, soltanto quelle specie che avevano eccessi demografici da spre­care, quelle specie che avevano una tale esuberanza riprodutti­va da contare in ogni momento su un numero di nati tale da colmare tutta la nicchia ecologica d’origine e per di più da tra­boccarne al di fuori occupando nuovi ambienti e incontrando­vi — fra pochissime probabilità di vita — un’elevatissima proba­bilità di morte. Sopravvivere al di là dei limiti dell’ambiente nel quale si è avuta origine è stato sempre spaventosamente improbabile: le specie viventi vi sono riuscite solo perché ave­vano un’immensa capacità riproduttiva; il cui prezzo era sem­pre, in ogni momento, un’immensa mortalità.

Col procedere dell’evoluzione, col complicarsi degli apparati, delle funzioni organiche, delle esigenze dell’organismo, la capa­cità riproduttiva è andata diminuendo, pur rimanendo superio­re alle disponibilità dell’ambiente nel quale vive ogni specie. Gli uccelli hanno minore capacità riproduttiva degli insetti, i mammiferi ne hanno meno dei pesci. Perciò anche la morte ha un significato diverso per le diverse specie: la morte di un in­dividuo in crescita, di un uovo fecondato, è priva d’importanza per i pesci; è gravissima per gli scimpanzè e per i gorilla che hanno un potenziale riproduttivo molto basso.
La diminuzione della potenzialità riproduttiva che si è verificata lungo l’evoluzione biologica non è avvenuta per diminu­zione della potenzialità riproduttiva sia dei maschi che delle femmine, ma esclusivamente per diminuzione della potenzialità riproduttiva delle femmine. Sotto il profilo della potenzialità riproduttiva l’evoluzione biologica è un processo che coinvolge soltanto le femmine, perché l’organismo femminile è molto più impegnato dell’organismo maschile nel processo di riproduzio­ne  [ …]
Le centinaia di migliaia di uova presenti nell’ovaio umano al momento della nascita  sono  moltissime  rispetto  all’effettiva possibilità di procreazione da parte della donna, che non può portare a termine più di una ventina di gravidanze, ma sono pochissime rispetto ai miliardi di spermatozoi che si formano, lungo il ciclo vitale individuale, nell’organismo dell’uomo. È come se si manifestasse, accanto al « principio di spreco », un contrastante « principio di risparmio » (l’uovo « costa » più del­lo spermatozoo, quindi va risparmiato). Naturalmente potrem­mo parlare di « principi » solo se credessimo a un Progetto; ma se non crediamo a un Progetto (o se ci asteniamo dal supporlo,  il che forse  esprime più esattamente l’atteggiamento scientifico), allora possiamo dire che sono sopravvissute, evolvendosi, le specie capaci di spreco delle funzioni semplici e capaci di risparmio nelle funzioni complesse [ …]
Nella funzione riproduttiva il principio di risparmio non si manifesta soltanto con la diminuzione del numero delle cellule seminali lungo l’evoluzione dalle specie più semplici alle specie più complesse, e più specificamente con la diminuzione del nu­mero delle uova in confronto agli spermatozoi, ma anche in molti altri modi. In alcuni mammiferi (per esempio nel coni­glio) il principio di risparmio fa sì che la maturazione delle uova si completi soltanto dopo il coito: perché fare il lavoro di portare a termine la maturazione delle uova, se non ci sono spermatozoi in vista? Non si fanno lavori inutili…
[ …]
Anche l’aborto spontaneo è un aspetto del principio di ri­sparmio. Più o meno in tutte le specie di mammiferi, e anche nella specie umana, la maggior parte dei prodotti del concepi­mento che hanno qualche anomalia o malformazione vengono spontaneamente abortiti: molte donne hanno aborti spontanei dei quali non si accorgono perché li scambiano per  «semplici ritardi mestruali »; non si tratta di avvenimenti rari: sono invece frequentissimi. Nel caso dell’aborto spontaneo non c’è stato « risparmio » né di spermatozoi né di uova: però viene risparmiato l’organismo femminile dal peso e dal rischio di una gra­vidanza e di un parto che non sarebbero utili ai fini della specie in quanto porterebbero alla nascita di un  individuo incapace di sopravvivere. In certe specie l’aborto è una manifestazio­ne del principio di risparmio non in quanto evita la nascita di un individuo incapace di sopravvivere, e di procreare a propria volta, ma in quanto evita la nascita di individui meno adatti alla vita di altri individui che potrebbero nascere al loro posto.
[…]
Nessuna specie può servire da modello interpretativo per le altre, nemmeno fra specie piuttosto vicine nella scala evolutiva come sono gli uomini e i licaoni. Se mi sono soffermata su questi esempi di soluzioni trovate da specie diverse dalla no­stra, l’ho fatto solo per rilevare alcune poche grandi costanti che si ritrovano in tutte le specie viventi; non perché un Pro­getto le abbia dotate di alcune caratteristiche simili, ma perché sono sopravvissute soltanto le specie che le possedevano.
La grande costante fondamentale è la potenzialità riproduttiva esuberante rispetto alle risorse dell’ambiente.
Un’altra grande costante è la diminuzione della potenzialità riproduttiva che sopravviene con il complicarsi delle funzioni e degli apparati, e che nelle specie sessuate si verifica nel sesso femminile. [ …]
Dunque possiamo dire che nella specie umana un’alta frequenza di aborti – anche tre in un anno – è connessa con la mancanza di un estro vero e proprio. D’altronde alla mancanza di un estro vero e proprio è connessa, se­condo la maggior parte degli studiosi, tutta una serie di fatti che hanno portato all’homo sapiens e alle caratteristiche che gli conosciamo. Secondo questa con­cezione la continua disponibilità della donna all’accoppiamento ha creato saldi legami di coppia, il saldo legame di coppia ha reso possibile l’inibizione dell’aggressività tra maschi, e questo ha reso possibile una cooperazione più efficiente e una vita sociale più costruttiva   […] e connesso allo sviluppo di quei caratteri specifici della nostra specie che ci sembrano migliori: l’atteggiamento positivo verso i compa­gni di specie, la disponibilità all’aiuto reciproco, l’amore per il compagno ses­suale. In particolare, l’aborto provocato è un prezzo che si paga per quel preva­lere della corteccia cerebrale del quale siamo tanto orgogliosi. Ma non è un prezzo pagato dalla specie nel suo insieme: è un prezzo pagato dalle donne. Alle quali, per il fatto che pagano questo prezzo, ne vengono fatti pagare degli altri.
Le inibizioni all’ovulazione o alla fecondazione, come pure le morti di embrioni, di feti, di organismi giovani ancora incapaci di procreare, costituiscono forme diverse di diminu­zione della capacità riproduttiva. Non sembri strano parlare della morte di un bambino come di una « di­minuzione della potenzialità riproduttiva della specie ». Non significa ignorare il valore dell’esistenza individuale; significa soltanto rilevare che, tra la morte di un organismo che già si è riprodotto e la morte di un organismo che ancora non si è riprodotto, la seconda apre, a distanza di tempo, un più grande vuoto negli effettivi della specie. La vittoria sulle malattie infantili ha dato alla cresci­ta demografica un impulso molto maggiore che la vittoria su questa o quella malattia degli adulti  [ …]

Già prevedo molte delle obiezioni che verranno fatte alle pagine che ho scritto sin qui. Qualcuno dirà che mi sono rifat­ta alla biologia, all’etologia, alla socio-biologia e alle scienze af­fini; non intendo difendermi da questa accusa perché non la ritengo denigratoria. Qualcuno specificherà maggiormente e mi accuserà di aver « messo sullo stesso piano » l’uomo e gli altri animali. Ribatterò che non li ho messi sullo stesso piano ma ho cercato di studiarli col medesimo metro, perché soltan­to in questo modo si possono rilevare le differenze. Nessuno, per confrontare due lunghezze diverse, userebbe diverse unità di misura: è proprio l’impiego dell’identica misura che da con­to delle differenze. È comunque un po’ strano che, fra i molti che avversano gli etologi e i socio-biologi in nome del fatto che le determinanti della specie umana sarebbero storiche anzi­ché biologiche (se mi è lecito schematizzare così la polemica), non se ne sia levato uno solo, durante la campagna referenda­ria, a dire chiaramente che l’embrione, sul quale agiscono sol­tanto determinanti biologiche, non è da considerarsi « uomo » (altri, è chiaro, sono i motivi che inducono me a non conside­rarlo tale; gli avversari dell’etologia e della socio-biologia avrebbero dei motivi in più di quelli che ho io, ma non li han­no adoperati). Ma se a muovermi l’accusa di impiegare per  l’uomo e per gli altri animali i medesimi strumenti concettuali  sarà un cattolico, non avrò molto da ribattere: perché mi ren­do conto che, nella sua concezione, la diversità fra l’uomo e gli altri animali è fondamentalmente un diverso rapporto con Dio; il cattolico, nel confrontare al rapporto con Dio le acqui­sizioni delle scienze biologiche, psicologiche, etologiche, avrà probabilmente i suoi problemi: ma io non ne posso discutere perché i problemi miei sono altri. Aggiungerò che a tenermi lontana dal cattolicesimo è proprio soprattutto “questo, la negazione dell’unità del mondo vivente nel suo insieme, in nome di un rapporto con Dio che lo divide: di qua l’Uomo e di là il Resto.

In : Laura Conti, Il tormento e lo scudo, Mazzotta editore, Milano 1981, pagg.  9-21

Ritraduco in modo più semplice e sintetico: nel circuito della vita umana c’è un eccesso di spermatozoi e di ovuli.
Possiamo assumerci la responsabilità di governarli con giudizio.
Suggerisco degli ottimi preservativi, elastici e maneggevoli. Da usare in modo divertito, godendo della differenza sessuale.

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