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DIPAK R. PANT, ABITARE BENE LA TERRA, testo a cura di Paolo Ferrario, dagli appunti della lezione, 25 febbraio 2010

Un ottimo esempio di integrazione fra ricerca socio-economica e concrete azioni di politica locale è stata la lezione del professore di antropologia economica

DIPAK PANT

in tema di ABITARE BENE LA TERRA

Al ciclo di conferenze GEOPOLIS 2010, organizzato dal dipartimento Storia e Filosofia del Liceo Scientifico Paolo Giovio di Como in collaborazione con il Gruppo Giovani Industriali di Confindustria di Como, il 25 febbraio 2010

L’apprendimento basico tratto da questo formidabile “attore dello sviluppo locale” (anche come relatore) della nascita e radicamento di una nuova economia in sintonia alle sfide del tempo è che

“IL LOCALISMO E’ UN VALORE”

Se lo avesse detto un leghista nordico (anche a causa della loro antipatia personologica e violenza linguistica) ci sarebbe stata qualche resistenza fra quel pubblico, viste alcune presenze ideologizzate. Ma il fatto che a parlarne – con competenza e con i dati di un quarto di secolo di esperienze sul campo – sia stato un professore nato nel Nepal nel 1958 e docente all’Università Carlo Cattaneo (LIUC) di Castellanza (Varese) ha dato credibilità all’analisi ed ha fatto intravedere le formidabili potenzialità di quel pensiero.

Dopo questa premessa vengo alla mia schedatura della lezione, basata sugli appunti presi in aula.

Per chi volesse ascoltare la viva voce di Dipak Panta allegherò anche l’audio, raccolto col mio piccolo e prezioso Olympus.

1. IL PRINCIPIO DELLA SOSTENIBILITA’

Le terre impervie, estreme, marginali sono quelle che stanno al confine fra le zone molto antropizzate ed i luoghi vuoti, non ancora occupati dalla specie umana. Si tratta di territori del Nord America abitati da pochi pellirosse, delle Ande, dell’Amazzonia, del Lago Titicaca, dell’Asia centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya, del deserto dl Gobi. Ma anche delle nostre vicine Alpi.

Queste terre, le terre estreme, hanno molto da insegnare ai viventi dei territori civilizzati, congestionati, occupati dalla produzione e dall’urbanità che la produzione si porta con sé.

Qui l’uomo non è soggetto/padrone, ma deve imparare ad adattarsi alle condizioni fisiche, climatiche, topiche più avverse.

Rispondendo alla domanda “come hanno fatto e come fanno a sopravvivere?” si risponde anche alle possibilità di sopravvivenza futura nelle zone consumate dalla demografia umana.

In questi luoghi si è fatta esperienza di strategia adattiva per la sopravvivenza e la trasmissione culturale.

Da cui la parola-chiave sostenibilità e le azioni di sviluppo locale conseguenti.

“Sostenere” deriva dal latino “sustinere” a sua volta derivato da “tenere” col prefisso sus (variazione di sub, “sotto”).

Dice il Vocabolario della lingua italiana Treccani: “tenere una cosa o una persona in una determinata posizione sopportandone il peso”

Il principio della sostenibilità ha tre implicazioni

  1. la sostenibilità non è naturale. Non è automatica: dove c’è già stato l’intervento umano occorre agire consapevolmente per svolgere la funzione della sostenibilità ambientale e socioeconomica
  2. occorrono sforzi calibrati e conseguenti per fare sostenibilità
  3. la sostenibilità non è ricerca della perfezione, ma ormai è una strategia di prevenzione del collasso del sistema terra

Il principio della sostenibilità (riassunto come pensiero ecologico dei limiti delle risorse) è databile alla seconda metà degli anni ’80. Tuttavia in quel periodo si trattava di agire sugli stock delle risorse: suolo agricolo, riserve idriche, presenza ittica, patrimonio forestale.

Oggi il problema ha cambiato qualità: oggi la questione primaria è lo shock ambientale.

A questo rischio gli ambientalisti massimalisti e retorici rispondono con il linguaggio terroristico della paura. Drammatizzano ed estremizzano e così si mettono nelle condizioni di perdere le sfide, come è avvenuto a Copenhagen, dove l’esito decisionale è stato pari a zero.

Ci sono evidenze storico-metereologiche che i cambiamenti climatici sono stati ciclici: non è la prima volta che aumenta la temperatura, le tendenze al cambiamento non vanno per sempre nella stessa direzione. La terra e la biosfera seguono il ritmo delle pulsazioni, piuttosto che quello delle sirene.

Sulle Alpi le comunità Walzer coltivavano grano e miglio a 1200 metri sul livello del mare. Dunque la temperatura doveva essere più alta. E lì non c’erano solo i ghiacciai, ma terre verdi.

Dunque: l’allarmismo degli ambientalisti massimalisti non solo è scientificamente sbagliato, ma lo è anche agli effetti pratici. Le loro invocazioni alla riduzione globale delle emissioni al fine di ridurre la temperatura non sortiscono effetti.

Insomma Dipak Pant è scettico sulle soluzioni globali e queste visioni così generaliste contrappone progetti locali dentro sagge e ragionevoli proposte di sviluppo e salvaguardia dei valori locali, che già hanno dimostrato le loro virtù.

Certo nell’epoca attuale c’è un sovrappiù di disequilibrio (in primo luogo la bomba demografica dei sei miliardi e mezzo di abitanti umani), c’è un’accelerazione che va affrontata. Anche perché uno sviluppo futuro con i consumi dell’occidente degli stati nazionali è la distruzione della terra stessa.

2. LE STRATEGIE DELLA SOSTENIBILITA’

Questo Grafico va a rappresentare i temi chiave della sostenibilità

La sostenibilità è una mediazione fra tre fattori:

  1. Equità nella distribuzione delle risorse. Equità non vuol dire eguaglianza, bensì spalmare i costi su una pluralità di attori, risparmiando sulle cose inutili (spese di rappresentanza, automobili costose, stipendi eccessivi, privilegi per i boiardi di stato …). Questo evidentemente è un compito dello Stato. Il principio da affermare è che: “la legalità è conveniente” e che senza equità nulla è sostenibile. Sono le leadership culturali che debbono dare l’esempio, come Bill Gates, che ha vincolato ad una fondazione l’80% delle sue risorse economiche di prevecchiaia.
  2. Sicurezza: anche questo è un compito sia dei governi sia dei mercati. Il principio “legge e ordine” non è affatto conservatore o autoritario, bensì mira a offrire con buone condizioni alle persone le risorse per i loro bisogni primari, ad esempio l’accesso all’acqua, al gas, al cibo.
  3. La qualità dell’ambiente: ci si riferisce alla “godibilità del paesaggio” che deve essere bello, ma soprattutto fruibile. La sola bellezza senza la possibilità di utilizzarla non è qualità ambientale. Si può fare l’esempio di città come Copenhagen che, anche se collocate in ambiente molto freddo, sanno mediare con intelligenza e concretezza fra esigenze di mobilità, residenza, produzione, tempo libero. Non si può dire altrettanto purtroppo di un paese come l’Italia, che indubbiamente è molto bella, ma spesso poco fruibile.

3. LE “TERRE ESTREME” COME METAFORA DELLA SOSTENIBILITA’

DipaK Pant ha non solo visitato ma ha realizzato progetti in zone del Nord America, delle Ande,

dell’Amazzonia,

del lago Titicaca,


dell’Asia Centrale, del Caucaso, dell’Armenia, dell’Himalaya,

della Mongolia,

della Taiga siberiana,


della Cina occidentale  e anche delle Alpi europee. Per terre estreme intende zone non ancora distrutte dalla modernizzazione degli Stati nazione. Si tratta di luoghi da preservare in quanto insegnano e trasmettono grandi valori. Tali luoghi che potremmo definire di un “Altro mondo” rischiano sempre di diventare “Terzo mondo” sotto le spinte di una modernizzazione vorace e distruttiva.

Perché sono rilevanti questi luoghi?

Perché insegnano che oggi le azioni “globali” possono e devono partire dalle situazioni territoriali locali: “il locale è globale”. Le terre estreme sono una potente metafora della possibilità di migliorare la nostra geo-economia. Questo perché sono depositari di biodiversità e di comportamenti umani e produttivi necessariamente virtuosi e rispettosi delle condizioni ambientali. Si può fare l’esempio della lana cachemire che arriva dalle steppe della Mongolia. E’ la capra hircus laniger, il cui sottopelo costituisce la materia prima delle pregiatissime lane cachemire che vengono vendute nei negozi più chic del mondo.


E’ evidente che se si indeboliscono le loro condizioni ambientali, se si provoca una moria del loro bestiame, se si mutano drasticamente le loro condizioni di vita, questi popoli che producono un bene unico e pregiato, diventano dei profughi. Altri esempi di ottime produzioni delle terre estreme sono alcune erbe farmaceutiche, pietre preziose, …

Ma quali sono i criteri che ci consentono di definire un luogo estremo?

Sono questi:

  1. la marginalità. Le politiche non si occupano di loro. Il turismo non ne fa un’attrazione. Non creano lobbies e gruppi di pressione.
  2. Si trovano sempre in posizioni di frontiera, cioè fra le zone di anche blanda civilizzazione e quelle ancora oggi totalmente non abitate dall’uomo e dunque totalmente selvagge
  3. difficoltà fisica: qui ogni atto dei viventi è difficile. E’ difficile piantare una tenda, coltivare, costruirsi una casa. E’ persino difficile talvolta respirare.
  4. vulnerabilità: sono zone attualmente “protette” (nel senso che si auto proteggono per la loro impervietà), ma rischiano sempre di essere danneggiate dalla modernizzazione.

Quest’ultimo punto porta a fare una considerazione sulle calamità naturali e loro conseguenze. Il disastro di per se stesso non discrimina fra gruppi sociali, tuttavia un disastro naturale diventa danno rilevante per cause umane. Il disastro è naturale, mentre i suoi esiti negativi sono sociali.

Pensiamo ai due recenti esempi dei terremoti di L’Aquila ed Haiti. Nella città di L’Aquila c’è un’istituzione che ha funzionato (la Protezione Civile). Oggi ci sono polemiche su questa istituzione, ma ha funzionato. C’è stata mobilità sociale, sono intervenuti volontari, gruppi, aiuti economici. Ha funzionato la coesione sociale. I danni sono stati contenuti. Dunque il disastro c’è stato ma le conseguenze sono state affrontate. Ad Haiti è successo esattamente il contrario: c’è stato solo il disastro, senza alcuna progettazione e preventiva e capacità organizzativa di contenimento del danno. L’esempio dimostra che è vero che le calamità sono naturali, ma che le conseguenze complessive sulle persone, gli animali, l’ambiente sono solo causate da una politica irrazionale e che non ha a cuore il bene della terra.

Cosa si impara nelle terre estreme? Sono tanti gli apprendimenti che si possono effettuare in questi luoghi:

  1. la postura interiore (inward posture) ossia la capacità di concentrarsi sulla propria interiorità
  2. la “creazione di una narrativa” (outward vigilance): in questi luoghi si interpretano i segni del mondo perché è tenendo conto di questi segni che si può sopravvivere. Lì ogni essere umano è una sentinella del luogo e quindi il tempo, l’aria, i rumori vengono ascoltati allo scopo di auto correggere i propri comportamenti e prevedere il futuro
  3. minimalismo: questo vuol dire “fare molto con meno”, e “fare bastare poco”
  4. non medicalizzazione dell’invecchiamento (well-aging and well-dying). In questi luoghi l’autunno della vita è un processo graduale. La società diventa gradualmente compensativa della riduzione delle capacità individuali delle persone che invecchiano
  5. solidarietà a tre dimensioni: intendiamo la solidarietà orizzontale, ossia fra contemporanei: ciò che vuol dire aiutarsi l’un con l’altro per sopravvivere in un ambiente tendenzialmente ostile. Ma si manifesta con intensità anche la solidarietà intergenerazionale: l’atteggiamento dei padri è sempre quello di lasciare risorse fruibili ai loro figli e nipoti. E’ molto sviluppata la consapevolezza che l’ambiente deve essere preservato sia per il presente sia per il futuro. E infine si manifesta anche una solidarietà biocosmica, ossia un rapporto intenso con la terra, l’acqua, gli animali.

4. LA NUOVA GEO- ECONOMIA

Siano abituati nella nostra cultura a mettere quasi in una prospettiva piramidale: le zone del benessere, le periferie e le terre estreme. Occorrerebbe invece rovesciare la prospettiva e mettere al centro le terre estreme e sviluppare una politica di preservazione locale  dei valori di questi luoghi. Molto all’esterno di queste limitate terre estreme esistono le periferie antropizzate ed esauste per l’eccesso produttivo. Queste periferie tendono a crescere e alla lunga a danneggiare le condizioni di vita nelle zone di benessere. Anche perché fra le cosiddette terre estreme e le periferie esistono le zone che vengono sfruttate per ricavare risorse energetiche. Noi tendiamo a manomettere anche le zone di sopravvivenza. La geo-economia ci mostra che sono finite le guerre degli Stati Nazione che erano finalizzate al dominio e alla estensione degli Stati. Oggi il problema non è più quello dei confini, bensì quello dello sfruttamento delle risorse energetiche.

Anche i criteri di analisi della economia vengono messi in crisi da questa prospettiva. Ad esempi il PIL prodotto interno lordo è una misura molto grossolana che è capace di misurare solo le quantità e non la qualità della vita. Un esempio è dato dalla sottovalutazione del lavoro di cura fatto da nonne nonni ai loro figli e nipoti, completamente assorbiti dal lavoro e dall’organizzazione della vita quotidiana. Il baby care dei nonni non è misurato dal PIL, non compare neppure come misura economica, eppure è di sicuro un prodotto di valore. Occorre sostituire al grossolano PIL (e non è facile per una scienza economica che comunque continua ad utilizzare queste misure ormai sempre meno efficaci) con altri criteri. Dipak Pant si sforza, nella sua ricerca, di elaborare altri indicatori, come gli “indici del valore di un luogo” basati sulla bellezza, fruibilità, facilità dell’accesso, sobrietà nel consumo ambientale.

5. PROGETTI E PROPOSTE

Due esempi di ricerca-intervento.

Invece che organizzare centri di formazione nelle città (azione che incentiverebbe una mobilità che provoca la fuga) nella steppa hanno sperimentato “scuole – carovana” che seguono i movimenti delle persone e nello stesso tempo trasferiscono saperi e materiali utili per mantenersi in vita e in produzione in queste zone impervie.

Un secondo esempio è un “centro servizi” molto tecnologico e di alta qualità (ma spartana) che sul grande lago Titicaca (fra Bolivia e Perù).

Stanno progettando azioni di “ritorno” sui  monti europei abbandonati per le valli.

Nei primi due casi si tratta di sviluppo locale. Nell’ultimo caso si tratta di rinascita.

Forse la recessione globale sta dando più opportunità per queste scelte di sviluppo: il recupero dei valori delle civiltà contadine “stanno tornando di moda”

Sono scelte che non implicano un’abiura dei valori della cultura europea.

Anzi: prima occorre decidere di investire sui valori resistenti che qui sono nati e cresciuti.

È importante difendere l’ assetto identitario di ogni luogo: innanzitutto decidere che è importante e conseguentemente tutelarlo. In primo luogo il valore della sfera privata.

Dunque sviluppo locale orientato alla sostenibilità e tolleranza zero nei confronti delle lotte identitarie è una strategia applicabile in ogni situazione .

Scheda rielaborata da Paolo Ferrario tratta dagli appunti scritti in aula

che ringrazio moltissimo per il suo insegnamento e la sua intelligenza progettuale comunicata con verve e in perfetta lingua italiana.

Vedi anche:

Il nuovo “Rinascimento” italiano ricomincia dai piccoli centri: Dipak Pant illustra il concetto di Bussola Eco-Tech

Professor Dipak R. Pant Ph.D.,

Direttore – Unità di Studi Interdisciplinari per l’Economia Sostenibile  (Head, Interdisciplinary Unit for Sustainable Economy)

Docente-titolare di Economia Sostenibile e di Sistemi Economici Comparati  (Professor, Sustainable Economic Policy and Management and Comparative Economics)

Universita’ Carlo Cattaneo (LIUC)

Corso Matteotti – 22

21053 Castellanza (VA)

ITALY

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4 commenti

  1. franco gerosa ha detto:

    mi piacerebbe conoscrlo. Sarà possibile?
    ciao
    franco

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  2. ha parlato nella sala della unione industriali di como , all’interno del corso organizzato dal liceo scientifico. è davvero bravo. mi sembra che lo invitino ogni anno. se ricapita ti invio un avviso. Ma dipak panta gira il mondo. lo troveresti più facilmente sul lago titicaca ciao franco
    Paolo

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