Laboratorio di scrittura autobiografica poetica a Genova 25-27 marzo 2011

LO SPAZIO POETICO COME SPAZIO INTERIORE: LA SCRITTURA TRA PAROLA E SILENZIO

Laboratorio di scrittura autobiografica poetica a cura di Leonora Cupane, psicologa e formatrice esperta in metodologie autobiografiche, docente della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari.

Date: 25, 26, 27 marzo 2011

Orari: venerdì 15.30-19.30; sabato 10-13.30 e 15 – 19.00; domenica 9.30 -13.30

Sede: c/o Laboratorio Migrazioni – salita della Fava Greca 8, Genova

Costo: 100 euro

Numero massimo partecipanti: 18

Per informazioni e iscrizioni tel. 333 9848206

Mail marinaolivari@libero.it

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La poesia sceglie di fondarsi sulla sottrazione, recuperando la funzione essenziale  del vuoto, e sulla musica interiore, forgiando il linguaggio secondo il suono profondo che è l’armonia dell’universo.
(Lao Tzu)

La parola è un’ala del silenzio (Pablo Neruda)

Venne, venne./Venne una parola, venne,/ venne attraverso la notte,/ voleva luccicare, luccicare. (Paul Celan)

La poesia è un linguaggio autobiografico “totale”: non considera la parola solo nel suo aspetto concettuale ma anche nella sua sonorità, nel suo spessore e colore, restituendole il corpo (Merleau Ponty). È, quella poetica, una parola etica, perché lascia spazio alle parole  per essere ciò che sono, senza costringerle nella gabbia angusta del significato.

La poesia lascia spazio alle parole ma anche tra le parole: ogni verso termina nel bianco della pagina e lascia le parole sospese sull’abisso del silenzio, col quale intessono un dialogo intimo, e solo così possono emergere in tutta la loro preziosità ed essenzialità. Senza silenzio, infatti, senza pause, non si avrebbe il ritmo, cuore pulsante della poesia, che la rende linguaggio corporeo, vivente, integrato. Ognuno ha il suo ritmo, il suo particolare rapporto col silenzio e col vuoto, nella poesia come nella vita, e tende a lasciare più o meno fiato alle parole e ai gesti, a riempire più o meno le sue pagine esistenziali. Non si può fare poesia se non si è disposti al dialogo col vuoto. Poiché intendiamo la poesia come un linguaggio autobiografico, una delle possibili direzioni di senso del laboratorio sarà comprendere meglio la storia del nostro rapporto col silenzio e con gli spazi vuoti, che possono avere rappresentato per noi baratri, carestie e deserti o bagni purificatori, o pause, transizioni, attese, gestazioni, grembi da fecondare, campi lasciati a maggese.

In questo laboratorio la scrittura poetica diverrà, quindi, creazione di uno spazio interiore da nutrire e ampliare, uno spazio dotato di caratteristiche uniche, che lo rendono generativo, trasformativo e auto-curativo. Uno spazio dotato di confini (la forma poetica è un argine prezioso) ma  internamente poroso, insaturo, la cui struttura portante è l’intreccio di pieni e vuoti, di parola e silenzio. Il foglio dove la nostra poesia vedrà la luce sarà quindi stanza vuota da riempire senza mai saturarla, spazio bianco dove tracciare percorsi di parole che come gemme buchino il campo innevato, e che richiedono, per prendere forma e direzione, un ascolto profondo, delicato e sottile, una luce graduale, un tempo lento.

Le scritture autobiografiche – individuali, in coppie, in terzetti, in gruppo – saranno sollecitate da alcune immagini suggestive – il foglio bianco, le impronte sulla neve, le stanza vuota, la pagina cancellata, il ponticello sospeso sul nulla, il sentiero che termina sull’abisso, la radura luminosa, la nascita del cosmo, la fioritura, la soglia, lo schiudersi dell’uovo, il diradarsi della nebbia – tra le quali costruiremo legami metaforici e da cui nasceranno i nostri testi poetici, secondo un doppio movimento:  proveremo sia a creare radure (“chiari del bosco”, per Maria Zambrano) nella selva di parole che di solito ci riempie, sia a far germinare parole dal deserto, dal vuoto bianco. In entrambi i casi cercheremo le parole veramente necessarie e le aiuteremo a dischiudersi e mettere le ali, come uova di senso adagiate in nidi di silenzio. Le assaporeremo fino in fondo, prima di lasciarle volare via.

Il ruolo del gruppo sarà fondamentale, specialmente alla fine del percorso: apriremo porte e finestre per fare comunicare le nostre “stanze” fra loro e scambiare i sapori delle nostre scritture costruendo un poema collettivo, una casa fatta di parole dove le immagini e i luoghi interiori di tutti possano risuonare e intrecciarsi in una contaminazione fertile e nutriente, dando una forma unitaria all’esperienza.

Il percorso sarà arricchito dalla lettura di poesie d’autore sui temi dello spazio e del silenzio, e di brevi passi tratti da “La poetica dello spazio” di Gaston Bachelard e “Chiari del bosco” di Maria Zambrano. La riflessione filosofica di Gaston Bachelard sulla valenza generativa delle immagini poetiche di spazi interiori è una delle fonti ispiratrici di questo laboratorio.

 

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