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Noi acquistammo coscienza di noi stessi quando già si era in piena guerra, e sin dal primo giorno vedemmo le nostre possibilità ridotte al minimo, la nostra attività frenata da cento ostacoli. Iniziammo i nostri studi e il nostro lavoro quando già cominciava a diventare difficile, in Italia, trovare tutti i libri di cui si poteva avere bisogno, quando già erano soppressi gli scambi con l’estero, quando i giovani più avanzati ed esperti di noi, che avrebbero potuto guidarci illuminarci aiutare la nostra formazione, erano lontani, dispersi sui campi di battaglia, quando l’attività culturale e letteraria italiana diventava sempre più ristretta e la stampa e l’editoria sempre più limitate ed oppresse. La vita si faceva poi sempre più dura: alle privazioni materiali, col passare del tempo, si aggiunse l’orrore di mesi e mesi di bombardamento.
Non conoscemmo più calma, divenne impossibile trovare la serenità necessaria per prendere un libro tra le mani, per studiare.
Ma questo mio racconto sarà certamente incompleto se non ricorderò l’atteggiamento da noi preso di fronte alla più complessa ed importante delle questioni che noi avemmo da affrontare: la nostra situazione nazionale. In tanto sbandamento e in tanta incertezza, sentimmo nondimeno il bisogno di prender posizione di fronte ai fatti in mezzo a cui vivevamo, di fronte agli avvenimenti che andavano decidendo della sorte del Paese e di noi tutti.
Pur non avendo allora alcun interesse per i problemi politici né alcuna preparazione specifica, tuttavia non mi fu difficile giungere alla conclusione (e a questa intelligenza della situazione mi portarono tanto la mia educazione culturale quanto gli scambi di idee con amici, giovani e non giovani, più maturi e preparati di me) che la sconfitta, la disfatta completa era l’unico mezzo che ormai ci restava per liberarci dall’oppressione volgare e spietata che aveva privato il Paese della sua dignità, che teneva l’Italia lontana da ogni forma di progresso politico sociale culturale, che l’aveva precipitata in un vergognoso abisso morale. La sconfitta, la disfatta: questa l’unica salvezza, che ci sarebbe costata — lo sapevamo — sangue, rovine, umiliazioni senza nome. … segue
tutta la lettera qui: Giorgio Napolitano, sogni di ventenne – Napoli – Repubblica.it.
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