Nicoletta TEODOSI, Riflessioni sulla pandemia a partire dalla vita vissuta, sia come attivista dei diritti sociali, sia come assistente sociale. Pubblicato nel gruppo facebook.com/groups/ferrariopolser/ e autorizzato dalla autrice, 1 febbraio 2021

Pubblicato su : https://www.facebook.com/groups/ferrariopolser/

Scrivere qualcosa di non affrontato o non detto quando ci si rivolge ad un pubblico come il lettore di questa pagina non è semplice, per questo partirò dalla vita vissuta sia come attivista dei diritti sociali, sia come assistente sociale che lavora da lungo tempo negli ambiti sociali. Due punti di vista, quindi, che mi hanno dato, l’opportunità di vedere gli effetti delle politiche, non solo sociali, sulla vita delle persone.

La pandemia del 2020, trasferita nel 2021, cosa ci ha insegnato: che non tutti siamo nella stessa barca, anche perché le barche non sono tutte uguali: gozzi, barche a vela, motoscafi, yacht. I proprietari di queste imbarcazioni hanno patrimoni e redditi diversi e affrontano la navigazione stando sotto costa o in alto mare. La livella ha colpito i cittadini di serie A e quelli di serie B, perché così è ripartita la popolazione. Aggiungo un’altra serie la C, quella di chi non è neanche cittadino con diritti e non mi riferisco agli apolidi o a chi non ha la cittadinanza italiana, ma proprio a coloro che non riescono neanche ad accedere ai diritti più elementari, come la residenza perché una casa non ce l’ha. La sola uguaglianza nelle conseguenze da Covid-19 di chi si è ammalato è che le patologie sono state simili: letali, gravi, medie e lievi.

Mi fermo qui. Non ci sono altre similitudini.

In un sistema paese estremamente fragile come quello italiano, è sufficiente una crisi anche piccola per mettere a rischio la vita di migliaia di famiglie e di persone e la pandemia da Covid-19 di certo piccola non è. In Europa in questa condizione ci sono molti Stati membri, basta guardare le statische rispetto alla media, l’Italia si colloca sempre ai penultimi posti, insieme a Grecia e Romania, ben distante da Germania o Francia.Se nel 2019 la popolazione a rischio di povertà ed esclusione era pari al 25,6% (- 1,7% rispetto al 2018), dobbiamo aspettare i dati del 2020 per capire cosa “scientificamente” sia successo.

Perché empiricamente lo sappiamo: interi settori del terziario sono stati bloccati, chi lavora in nero non rientra nelle statistiche per ricevere i ristori e quindi ha avuto accesso solo alla beneficienza e ai sussidi nazionali e regionali: buoni spesa, collette alimentari, Fead (fondo europeo aiuti agli indigenti) dove non sono previste condizionalità.

Questa situazione dovrebbe far capire ai lavoratori e datori di lavoro quanto sia importante la regolarizzazione, la registrazione dei ricavi, perché solo così si esce dall’invisibilità e si accede al sistema della protezione sociale, che pur debole comunque c’è. Riportiamo storia di vita vissuta: Michela 61 anni, domestica che per anni ha lavorato in nero “nelle case dei signori”, perché tanto non avrebbe avuto una pensione superiore alla pensione sociale. Circa 15 anni fa, qualche “signore” la mette in regola. Durante il lockdown ha potuto ricevere ugualmente il suo stipendio, nel frattempo ha perso il lavoro da tre famiglie che negli anni l’avevano regolarizzata e può usufruire della Naspi. È così uscita dall’invisibilità, non ha chiesto il Reddito di emergenza perché ha usufruito di un diritto. Il versamento dei contributi non è solo limitato alla pensione, questa è solo uno dei “benefici” del sistema di protezione sociale, fatto anche dalla cassa integrazione, oggi Naspi. E quindi qualora si perdesse il lavoro si entra appunto nel “sistema”.

Quello che si sa, sempre empiricamente, è che sono emersi nuclei familiari che vivono di lavoro sommerso, che dopo l’erogazione di questi buoni non si sono più rivolti ai servizi sociali a testimonianza del fatto che seppur lavorando in nero, hanno una propria autonomia dai servizi e dallo Stato che in qualche modo “riconosce” le modalità improprie di lavorare. Il lockdown ha colpito lavoratori del turismo, della cultura, badanti, collaboratrici domestiche, camerieri, estetiste, parrucchieri, chi lavora nei ristoranti, bar, alberghi, chi lavora nelle campagne e non sono coperti dal sistema di protezione sociale, ma che generalmente riescono a sostenersi autonomamente. Questa crisi ha impedito loro di lavorare, i dati fanno emergere quello che i servizi sociali implicitamente sanno: i nuclei familiari si sostengono lavorando in maniera irregolare, loro malgrado. Quanto è accaduto però deve far riflettere tutti i lavoratori e datori di lavoro quanto sia importante lavorare e far lavorare con le tutele previste dai contratti. Solo così è possibile accedere alla Naspi e alle prestazioni sociali previste dallo Stato per poter vivere in maniera dignitosa o non cadere nella povertà assoluta, come è successo a Michela.Il Covid-19 dovrebbe far capire, quindi, che lavorare in nero non conviene a nessuno, principalmente ai lavoratori del terziario che non hanno potuto beneficiare della protezione sociale pur prevista dal nostro sistema previdenziale; che ai commercianti, ristoratori, artigiani conviene dichiarare quello che ricavano perché solo così è possibile accedere ai ristori, ai prestiti e contributi, visto che l’indicatore previsto riporta a quanto si è incassato l’anno precedente; che è bene avere un commercialista e un consulente del lavoro tra i propri fornitori perché conoscono le tante e non sempre chiare procedure relative alla fiscalità, ai benefici, alle prestazioni previdenziali.

Se il Covid-19 ha colpito le famiglie e le persone con bassa o nulla intensità di lavoro, precarietà e appartenenza al settore produttivo e del terziario, le conseguenze della pandemia non hanno risparmiato il sistema educativo. Senza entrare nel dettaglio, l’accesso all’istruzione ha visto un aumento della povertà educativa proprio degli alunni e studenti che vivono in famiglie fragili.

La DaD non è accessibile a tutti, così riferisce Ciro, 4 figli “Le scuole hanno cominciato ad utilizzare una varietà di piattaforme digitali, registri elettronici e altre modalità online per fare didattica a distanza senza preoccuparsi di chi sapeva e chi non sapeva utilizzare tali piattaforme per garantire ai figli un’istruzione a distanza; si è sproporzionatamente allargato il divario tra chi aveva le competenze informatiche per aiutare i figli e chi no, tra chi sapeva usare le piattaforme digitali istituzionali per adempiere e inviare le pratiche per ricevere gli aiuti governativi e chi no, tra chi conosceva l’inglese e chi no, tra chi conosceva solo la lingua del paese di origine e chi conosceva bene anche l’italiano, tra chi aveva un identità digitale con la quale poteva accedere a qualsiasi servizio sulle piattaforme istituzionali e chi non sapeva che fine stava facendo la propria dignità personale minacciata da un senso di impotente inutilità e abbandono istituzionale, tra chi aveva l’amico commercialista che gli istruiva le pratiche per i bonus elargiti dall’INPS e chi non conosceva nessuno e non sapeva a chi rivolgersi e per questo rimaneva indietro, escluso, tra chi aveva tre computer in casa e chi si è visto costretto a far fare la Didattica a Distanza al proprio figlio dal proprio telefonino. Cosa è mancato? E’ mancata una rete istituzionale di prossimità di vicinanza e accompagnamento istituzionale alle famiglie più vulnerabili, si sono evidenziati nuovi bisogni non più legati ai beni di prima necessità, si sono acuite nuove forme di esclusione anche sul piano digitale che sono state devastanti per chi non aveva strumenti e competenze che oltre all’isolamento e all’esclusione da ogni tipo di relazione umana con l’esterno ha sperimentato sulla propria pelle anche questa nuova forma di esclusione digitale”.

Parlare di povertà educativa, legata solo alla DaD o alla pandemia crediamo sia fuorviante. La povertà minorile, non nasce nel 2020, viene da più lontano: «il 12,3% degli studenti non possiede un pc o un tablet. In Italia vivono 9,6 milioni di minori. Durante il lungo lockdown 8 milioni e mezzo di bambini e ragazzi sono rimasti a casa. Uno scenario che ha acuito una serie di disagi preesistenti. Dal recente report della Fondazione Con i Bambini si apprende che il 41,9% dei minori vive in una abitazione sovraffollata e il 7% affronta anche un disagio abitativo (problemi strutturali). La povertà cresce al diminuire dell’età (la fascia 0-17 anni è quella dove l’incidenza della povertà assoluta resta maggiore) e, parallelamente, cresce all’aumentare del numero di figli: più una famiglia è numerosa (3+ figli), più è probabile che si trovi in povertà assoluta. Ai già noti fattori di disuguaglianza, si devono sommare quelli legati al divario digitale: il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non possiede un pc o tablet a casa, quota che aumenta considerevole al Sud (20%).

Questi numeri attestano dunque che non tutti gli studenti hanno avuto la possibilità di partecipare virtualmente alla didattica.Mentre l’Europa si prepara alla sfida della gigabit society, partendo non a caso proprio dai luoghi dove si formano le conoscenze di bambini e ragazzi per realizzare una società sempre più interconnessa, l’Italia è agli ultimi posti delle classifiche europee. Siamo al 25esimo posto su 28 nella classifica DESI 2020 (Indice di digitalizzazione dell’economia e della società) seguiti solo da Romania, Grecia e Bulgaria. Il nostro paese è al 22esimo posto su 28 nella quota di famiglie con accesso a internet da casa nel 2019, mentre il 2% delle famiglie con figli non ha internet per motivi legati al costo. Il doppio della media Ue».[1]Nei primi anni ’90 l’Italia rientrava tra i paesi “periferici”, ossia non continentali e quindi in compagnia di Irlanda e Spagna. Ancora era lontano l’allargamento ad Est. Eppure l’Italia è stata tra i paesi fondatori delle varie Comunità europee, a partire dalla Ceca (Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio) nel 1951, ma essere fondatrice di trattati e statuti non dà diritto a nulla, se non il riconoscimento da parte di chi sa cosa significhi Europa, soprattutto dal punto di vista emozionale: ripensandoci e guardando indietro (perché ogni tanto fa bene) quanta empatia ci vuole per capire, comprendere, condividere processi, progetti, partenariati che hanno costruito e anche distrutto il modello sociale europeo.

A conclusione, sappiamo quale dovrebbe essere il ruolo del servizio sociale professionale e il ruolo degli assistenti sociali inseriti in un sistema adeguato e strutturato della rete dei servizi di prossimità, in grado di intercettare il bisogno e di determinare i modi per uscirne. Sappiamo anche quanto tali ruoli siano mortificati, marginali e relegati solo alle prese in carico a scapito di un altrettanto importante lavoro nella comunità allargata fatta non solo di persone, ma di politiche sanitarie, educative, occupazionali…di coinvolgimento della cittadinanza, di un empowerment delle fragilità, di presa di parola di chi la parola non ce l’ha mai avuta, di politici consapevoli e responsabili, in altre parole c’è bisogno di una programmazione partecipata e integrata.

A fronte di tutto questo lo slogan di questi mesi, “nessuno può farcela da solo” rischia di restare solo uno slogan.[1] Cilap Eapn Italia, Poverty Watch, l’Abc della povertà in Italia e in Europa, Cilap Eapn Italia 2020

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