Concetto Base: il principio della separazione dei poteri
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Un passaggio della requisitoria del Pm Ilda Boccassini nel caso Ruby che vede nel processo di Milano il Cavaliere imputato per prostituzione minorile e concussione.
Memoria storica delle ex moglie Veronica Lario (l’unica che lo ha veramente liquidato)
“Non posso stare con un uomo che frequenta le minorenni“
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Massimo Cacciari, ancora una volta sui festini di Berlusconi:
“Che quelle donne siano prostitute o meno, cosa importa? Un responsabile politico non si comporta così. Non fa le festicciole a casa sua, reclutando ventenni“. Daniela Santanchè lo interrompe a più riprese, ma il filosofo non demorde: “Non mi interessa discutere con lei di queste cose, per carità. Discutiamo dei problemi di questo Paese, non delle serate del bunga bunga. Non me ne frega niente di quello che Berlusconi ha fatto” – continua – “in qualsiasi Paese civile, lo sanno tutti, Berlusconi sarebbe stato massacrato e non se ne parlerebbe più“. “Poteva partecipare alla manifestazione a Brescia assieme a Sel e al Movimento 5 Stelle“, replica la pasionaria del Pdl. Ma Cacciari rincara: “Lasci perdere la Boccassini e la colpevolezza di Berlusconi dal punto di vista legale. E’ un giudizio morale, etico, culturale. Io sto parlando dei comportamenti, quelli palesi e dichiarati dallo stesso Berlusconi”. E conclude: “Ha detto lui che aveva in casa ad Arcore le ragazze per le festicciole, ma le pare che un leader politico si comporti così?
Dunque le cosiddette olgettine sono vittime?
“Ruby è l’ultima persona con la quale me la prenderei. Queste ragazze minorenni, senza famiglia, sono culturalmente incoraggiate alla prostituzione dagli adulti che danno un pessimo esempio e sono i veri responsabili. Hanno costruito un sistema dove tutto è mercato e anche il sesso si può vendere e si può comperare. La colpa è anche della televisione e Berlusconi ha contribuito enormemente con le sue emittenti a creare un clima culturale dove i soldi sono al centro di tutto e il corpo delle donne viene umiliato”.
Eppure Berlusconi non è l’unico uomo a comperare il sesso.
Certamente non è l’unico ma ha trasformato tutto il suo campo di azione in un grande mercato. Ha comperato senatori, deputati, donne: tutto questo è gravissimo. Il fatto di dare cinquemila euro alle ragazze di Arcore per una sola serata dà la misura di quanto disprezzo nutra per il denaro guadagnato onestamente. So bene che Berlusconi non ha inventato il mercato del sesso, ma sono sempre stata contraria alla prostituzione perché il sesso è una cosa bella e delicata, anche quando è slegato dall’amore, e dovrebbe essere un piacere reciproco gratuito.
Molte delle ragazze come Ruby sono stipendiate regolarmente dall’ex premier. Cosa ne pensa?
“Questo è un fatto gravissimo. E’ la corruzione suprema e mina totalmente la credibilità di Berlusconi. Può ripetere di non avere mai fatto sesso con queste ragazze durante le serate di Arcore, ma come è possibile credergli quando sta pagando le testimoni affinché mantengano la sua versione dei fatti? La credibilità è una conquista, e nel suo caso siamo molto lontani”.
A Berlusconi le donne di Arcore chiedevano in cambio non soltanto soldi ma visibilità in televisione, persino poltrone. Non vede in questo un atteggiamento molto attivo da parte loro?
“So bene che le ragazze sono in parte responsabili e molto probabilmente non sono state obbligate a prostituirsi. La loro dunque è una libera scelta. Ma nella mia visione in quel contesto il potere stava da una parte sola. Se c’è qualcuno disposto a comperare allora sorge qualcuno disposto a vendere, e tendo ad addossare maggiore colpa a coloro che detengono il potere economico e politico. La corruzione per mezzo del denaro e del sesso genera sempre umiliazione, schiavitù, servilismo”.
Risulta dall’ analisi dei dati elettorali che la sola categoria di elettori nella quale il partito di Bersani ha preso più voti degli altri partiti maggiori è quella dei pensionati. Anche la Cgil è la confederazione sindacale che ha più pensionati tra i suoi tesserati. Forse, però, questo sarebbe stato un buon motivo per non scegliere come nuovo segretario del PD proprio l’ex-segretario della Cgil
Giorno dopo giorno, stiamo vivendo una storia surreale che vale la pena di ricordare in estrema sintesi. Febbraio 2103: elezioni senza un risultato certo. Inutili tentativi del Pd, nella persona di Bersani, per costituire un governo con Grillo. Il Palazzo precipita nel marasma. Grazie a Santa Scarabola, la santa delle imprese impossibili, al Quirinale c’è Napolitano. Ha già preparato il trasloco, ma accetta di farsi rieleggere. E impone la nascita di un governo che veda insieme il Pd e il Pdl, o se vi piace di più il Pdl e il Pd.
A Palazzo Chigi arriva Enrico Letta. Qui debbo fermarmi per ribadire la mia gratitudine di italiano a questo leader politico coraggioso che ha deciso di non tirarsi indietro e di accettare un compito quasi impossibile. Non è soltanto quello di impedire il crac economico e sociale dell’Italia, ma di aiutare il paese a ritrovare un minimo di pacificazione e di concordia. Per non precipitare nel baratro dell’anarchia e del disordine senza scampo.
«Le elezioni sono andate come sappiamo, per colpa di una legge elettorale balorda si è creata ingovernabilità e va cambiata per non tornare a votare con una legge elettorale assurda». Secondo il premier: «Al più presto si deve abrogare la legge elettorale che c’è e tornare alla precedente, si può fare con una legge ordinaria ma la riduzione del numero dei parlamentari va fatto con una legge costituzionale quindi la procedura è più lunga. Volendo bastano 7-8 mesi ma bisogna farla con la maggior determinazione possibile».
il metodo delle politiche sociali applicato alla politica italiana:
1 CRITERI CULTURALI DI RIFERIMENTO (da parte delle persone e delle formazioni sociali, fra cui anche i partiti)
2 OBIETTIVI E RISULTATI ATTESI
3 AZIONI E REALIZZAZIONE
4 VERIFICA, ossia analisi dei dati per capire cosa è successo
5 VALUTAZIONE dei risultati (durante e alla fine) in base ai CRITERI CULTURALI
Una rapida ricostruzione degli ultimi 5 mesi
- il pdl fa cadere il governo monti
- campagna elettorale
- risultati elettorali: PD: 24,5%; PDL 21,56%; partito del comico grillo 25,55%;
SCELTA CIVICA CON MONTI 8,30 %
- azione: IL RUOLO DI GIORGIO NAPOLITANO
- governo: La Camera ha votato la fiducia al Governo con 453 voti a favore,
153 contrari. Gli astenuti sono stati 17
questi i nudi fatti
il resto sono chiacchere da bar
Paolo Ferrario
IL PESO DELLA CASA. MOLTE MAIL SULLA “BATTAGLIA DELL’IMU”. FRANCO FA DEGLI ESEMPI: L’Imu, e prima l’Ici, sono quelle cose che hanno determinato le fortune politiche di Berlusconi e di tutto il Pdl, difatti tutti i media di regime ci hanno strombazzato sulla necessità di toglierlo, descrivendolo come il male assoluto della nazione e sono molti i creduloni che hanno abboccato a questa frottola propinataci da Silvio. Angelino Alfano n’è ha fatto una pregiudiziale per formare il nuovo governo e l’ex ministro della repubblica Brunetta ha addirittura minacciato le dimissioni , nel caso di non abolizione.
A questo punto corre l’obligo di capirci meglio:
Una famiglia con un introito lordo di 30000 euro l’anno (quindi un buon campione), spende il 19% di reddito in irpef, l’11 % in previdenza, il 6 % in accise e l’1 % in Imu.
Il 100% delle famiglie è tassato da Irpef , previdenza e accise, il 70 % da Imu.
Quindi sembrerebbe che questi luminari in economia targati PDL , luminari, che dovrebbero guardare le cose in ottica globale, si sono accaniti sul particolare di una tassa che oltre ad incidere poco sul reddito delle famiglie, è pagata da solo una parte degli Italiani.
Alla fine forse dovremmo dire a quel partito che ci ha governato per anni, che forse sarebbe meglio ridurre quelle tasse che più incidono sul reddito e gravano sulla totalità dei cittadini, in modo che anche un disagiato che non ha casa , potrà godere di una eventuale riduzione fiscale.
Dichiarazione del Presidente Napolitano al termine dell’incontro con il Presidente incaricato Enrico Letta
Palazzo del Quirinale, 27/04/2013
Vorrei dire solo semplicissime parole a commento della presentazione del governo fatta dal Presidente Enrico Letta. Innanzitutto non c’è bisogno di alcuna formula speciale per definire la natura di questo governo : è un governo politico, formato nella cornice istituzionale e secondo la prassi della nostra democrazia parlamentare; è un governo nato dall’intesa politica fra le forze parlamentari che insieme potevano garantire e garantiranno al governo la fiducia nelle due Camere, come prescrive la nostra Costituzione; era ed è l’unico governo possibile, un governo la cui costituzione non poteva tardare oltre nell’interesse del nostro paese e nell’interesse dell’Europa; infine è il frutto di uno sforzo paziente e tenace del Presidente incaricato e dei leader delle forze politiche che hanno scelto la strada della collaborazione, nonostante tutte le difficoltà incontrate e prevedibili, e nonostante l’indispensabile supplemento di volontà di seria collaborazione da tutte le parti.
Le caratteristiche di novità, di freschezza, di competenza che questo governo offre vi sono state già rappresentate dall’Onorevole Letta. Voglio ringraziarlo vivamente, perché è stato il Presidente incaricato l’artefice della nascita di questo governo, e ho assecondato il suo tentativo, il suo impegno, dopo averne dato le motivazioni nel mio discorso dinanzi alle Camere riunite lunedì scorso.
Concludo con un auspicio che è anche una certezza, non soltanto un atto di fiducia: l’auspicio che questo governo si metta a lavorare rapidamente in spirito di fervida coesione. Credo che tutte le persone chiamate a farne parte diano a noi tutti la garanzia di voler lavorare insieme, senza conflittualità pregiudiziali e con il massimo impegno a trovare le soluzioni giuste ai problemi, rispondenti all’interesse generale. A ciascuno spetterà dare il contributo dal proprio punto di vista, ma – ripeto – in uno spirito di assoluta indispensabile coesione e reciproco rispetto.
Grazie, buon lavoro a tutti, e buon lavoro soprattutto al Presidente del Consiglio, Onorevole Enrico Letta.
Il 28 aprile al Quirinale il giuramento dei componenti il nuovo governo
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto al Palazzo del Quirinale, l’onorevole Enrico Letta, il quale, sciogliendo la riserva formulata il 24 aprile, ha accettato di formare il nuovo Governo. Il giuramento dei componenti il Governo avrà luogo il 28 aprile alle ore 11.30 al Palazzo del Quirinale
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio - Filippo Patroni Griffi Interni e Vicepremier- Angelino Alfano Difesa - Mario Mauro Esteri - Emma Bonino Giustizia - Anna Maria Cancellieri Economia - Fabrizio Saccomanni Riforme istituzionali - Gaetano Quagliariello Sviluppo - Flavio Zanonato Trasporti Infrastrutture - Maurizio Lupi Poliche Agricole - Nunzia Di Girolamo Istruzione, Università e ricerca- Maria Chiara Carrozza Salute - Beatrice Lorenzin Lavoro e Politiche sociali - Enrico Giovannini Ambiente - Andrea Orlando Beni culturali e Turismo- Massimo Bray Coesione territoriale - Carlo Trigilia Affari europei - Enzo Moavero Milanesi Affari regionali - Graziano Delrio Pari opportunità, sport, politiche giovanili - Josefa Idem Rapporti con il Parlamento - Dario Franceschini Integrazione - Cecile Kyenge
La voce rotta di Giorgio Napolitano nel suo discorso al Parlamento, asciutto, duro e politico, tranne che per quel bicchier d’acqua in più, per quel cedimento veloco alla commozione, ha liberato anche la nostra possibilità di lacrime.
E a ha reso inutile, ma significativa, quella precisazione stizzita della moglie di Pierluigi Bersani che, in un silenzio durato anni, ha deciso di parlare quest’unica volta soltanto per chiarire che suo marito non stava affatto piangendo quando aveva la testa fra le mani alla rielezione di Napolitano; perché certe cose lui non le ha mai fatte in tutta la vita, “ha le spalle larghe, è della montagna”; ha detto Daniela Ferrari al Corriere della Sera.
Come se le lacrime di sconfitta fossero disonorevoli, poco di montagna, forse femminili, quindi per forza prodotto di una malignità; anche se la evidente commozione di Bersani da Bruno Vespa quando ancora c’era la speranza di una vittoria, fatta con quello stesso gesto delle mani sugli occhi, non aveva suscitato lo stesso sdegno.
Perché le lacrime sono un problema femminile: gli uomini piangono e basta (Barack Obama, Tony Blair, un’infinita serie di sportivi, Antonio Di Petro al pensiero della propria incompresa grandezza e perfino il 5 Stelle Alessandro Di Battista, alle parole del suo leader Beppe Grillo (“dopo due mesi che non dormo”), le donne invece vengono fraintese, devono giustificarsi e subito arrivano le critiche, i sorrisetti, come accadde per le lacrime di Elsa Fornero, ministro del Lavoro quando annunciò la deindicizzazione delle pensioni, i sacrifici degli italiani. Poco professionale, perturbante, segno di debolezza e manipolatorie: sono le reazioni degli uomini, secondo una ricerca dell’Università della California, alle lacrime delle donne sul lavoro e in occasioni pubbliche.
C’è sempre un secondo fine da smascherare, o il romanzo di un’inadeguatezza da costruire, e a Margareth Thatcher furono concesse soltanto le lacrime di addio. Quando lasciò Downing Street. Giorgio Napolitano invece si è commosso ringraziando per il largo suffragio, si è commosso di nuovo per “il senso antico e radicato di identificazione con le sorti del Paese” che lo muove, poi ricordando il suo primo ingresso alla Camera da deputato, a 28 anni, e infine giurando fedeltà alla Repubblica.
Laura Boldrini, presidente della Camera, seduta accanto a lui e poi in piedi ad applaudire, ha fatto di tutto per restare imperturbabile, per non lasciarsi contagiare dalla commozione, perché le lacrime femminili sarebbero suonate fastidiose, fuori luogo. Le lacrime di Napolitano, invece, hanno dato più forza alla severità, a quel monito: “nessuna auto-indulgenza”, e alla richiesta di fare i conto con la realtà, alla speranza ch sia finalmente arrivato il tempo della maturità. “Fino a quando le forze me lo consentiranno”, ha detto Napolitano. Fino ad allora le lacrime non saranno più un segno di debolezza.
Paolo Valentino: «Ci sono discorsi che cambiano la storia di un Paese.
Come quello di Abraham Lincoln nel 1863 a Gettysburg … O come Lyndon Johnson, che nel 1964 pronuncia il celebre we shall over come e chiude la segregazione razziale…
Il discorso di Giorgio Napolitano ha la forza retorica, l’altezza d’ispirazione e la dirompenza politica che lo rendono già un’opera prima… ha aperto una nuova pagina, restituendo dignità alla parola e regalandoci un testo di etica pubblica senza precedenti nella storia repubblicana. In un altro Paese, lo farebbero studiare nelle scuole»
Audio di Prima Pagina di Radio 3 del 23 aprile 2013:
Paolo Valentino: «Ci sono discorsi che cambiano la storia di un Paese. Come quello di Abraham Lincoln nel 1863 a Gettysburg … O come Lyndon Johnson, che nel 1964 pronuncia il celebre we shall over come e chiude la segregazione razziale… Il discorso di Giorgio Napolitano ha la forza retorica, l’altezza d’ispirazione e la dirompenza politica che lo rendono già un’opera prima… ha aperto una nuova pagina, restituendo dignità alla parola e regalandoci un testo di etica pubblica senza precedenti nella storia repubblicana. In un altro Paese, lo farebbero studiare nelle scuole»
Omissioni, guasti, irresponsabilità, lentezze, esitazioni, calcoli strumentali, tatticismi, sperimentalismi, sterilità, autoindulgenza, nulla di fatto, corruzione, sordità e dispute banali. Sono le precise parole usate da Giorgio Napolitano per definire l’operato della classe politica, nell’ordine in cui sono state pronunciate.
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Signora Presidente, onorevoli deputati, onorevoli senatori, signori delegati delle Regioni,
Lasciatemi innanzitutto esprimere – insieme con un omaggio che in me viene da molto lontano alle istituzioni che voi rappresentate – la gratitudine che vi debbo per avermi con così largo suffragio eletto Presidente della Repubblica. È un segno di rinnovata fiducia che raccolgo comprendendone il senso, anche se sottopone a seria prova le mie forze: e apprezzo in modo particolare che mi sia venuto da tante e tanti nuovi eletti in Parlamento, che appartengono a una generazione così distante, e non solo anagraficamente, dalla mia.
So che in tutto ciò si è riflesso qualcosa che mi tocca ancora più profondamente : e cioè la fiducia e l’affetto che ho visto in questi anni crescere verso di me e verso l’istituzione che rappresentavo tra grandi masse di cittadini, di italiani – uomini e donne di ogni età e di ogni regione – a cominciare da quanti ho incontrato nelle strade, nelle piazze, nei più diversi ambiti sociali e culturali, per rivivere insieme il farsi della nostra unità nazionale. Come voi tutti sapete, non prevedevo di tornare in quest’aula per pronunciare un nuovo giuramento e messaggio da Presidente della Repubblica.
Avevo già nello scorso dicembre pubblicamente dichiarato di condividere l’autorevole convinzione che la non rielezione, al termine del settennato, è “l’alternativa che meglio si conforma al nostro modello costituzionale di Presidente della Repubblica”. Avevo egualmente messo l’accento sull’esigenza di dare un segno di normalità e continuità istituzionale con una naturale successione nell’incarico di Capo dello Stato.
A queste ragioni e a quelle più strettamente personali, legate all’ovvio dato dell’età, se ne sono infine sovrapposte altre, rappresentatemi – dopo l’esito nullo di cinque votazioni in quest’aula di Montecitorio, in un clima sempre più teso – dagli esponenti di un ampio arco di forze parlamentari e dalla quasi totalità dei Presidenti delle Regioni. Ed è vero che questi mi sono apparsi particolarmente sensibili alle incognite che possono percepirsi al livello delle istituzioni locali, maggiormente vicine ai cittadini, benché ora alle prese con pesanti ombre di corruzione e di lassismo. Istituzioni che ascolto e rispetto, Signori delegati delle Regioni, in quanto portatrici di una visione non accentratrice dello Stato, già presente nel Risorgimento e da perseguire finalmente con serietà e coerenza.
È emerso da tali incontri, nella mattinata di sabato, un drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del Capo dello Stato.Di qui l’appello che ho ritenuto di non poter declinare – per quanto potesse costarmi l’accoglierlo – mosso da un senso antico e radicato di identificazione con le sorti del paese.La rielezione, per un secondo mandato, del Presidente uscente, non si era mai verificata nella storia della Repubblica, pur non essendo esclusa dal dettato costituzionale, che in questo senso aveva lasciato – come si è significativamente notato – “schiusa una finestra per tempi eccezionali”.
Ci siamo dunque ritrovati insieme in una scelta pienamente legittima, ma eccezionale. Perché senza precedenti è apparso il rischio che ho appena richiamato : senza precedenti e tanto più grave nella condizione di acuta difficoltà e perfino di emergenza che l’Italia sta vivendo in un contesto europeo e internazionale assai critico e per noi sempre più stringente. Bisognava dunque offrire, al paese e al mondo, una testimonianza di consapevolezza e di coesione nazionale, di vitalità istituzionale, di volontà di dare risposte ai nostri problemi : passando di qui una ritrovata fiducia in noi stessi e una rinnovata apertura di fiducia internazionale verso l’Italia.
È a questa prova che non mi sono sottratto. Ma sapendo che quanto è accaduto qui nei giorni scorsi ha rappresentato il punto di arrivo di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità. Ne propongo una rapida sintesi, una sommaria rassegna.
Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti – che si sono intrecciate con un’acuta crisi finanziaria, con una pesante recessione, con un crescente malessere sociale – non si sono date soluzioni soddisfacenti : hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento.
Quel tanto di correttivo e innovativo che si riusciva a fare nel senso della riduzione dei costi della politica, della trasparenza e della moralità nella vita pubblica è stato dunque facilmente ignorato o svalutato : e l’insoddisfazione e la protesta verso la politica, i partiti, il Parlamento, sono state con facilità (ma anche con molta leggerezza) alimentate e ingigantite da campagne di opinione demolitorie, da rappresentazioni unilaterali e indiscriminate in senso distruttivo del mondo dei politici, delle organizzazioni e delle istituzioni in cui essi si muovono. Attenzione: quest’ultimo richiamo che ho sentito di dover esprimere non induca ad alcuna autoindulgenza, non dico solo i corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma nemmeno i responsabili di tanti nulla di fatto nel campo delle riforme. Imperdonabile resta la mancata riforma della legge elettorale del 2005.
Ancora pochi giorni fa, il Presidente Gallo ha dovuto ricordare come sia rimasta ignorata la raccomandazione della Corte Costituzionale a rivedere in particolare la norma relativa all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che sia raggiunta una soglia minima di voti o di seggi.La mancata revisione di quella legge ha prodotto una gara accanita per la conquista, sul filo del rasoio, di quell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento.Ed è un fatto, non certo imprevedibile, che quella legge ha provocato un risultato elettorale di difficile governabilità, e suscitato nuovamente frustrazione tra i cittadini per non aver potuto scegliere gli eletti.
Non meno imperdonabile resta il nulla di fatto in materia di sia pur limitate e mirate riforme della seconda parte della Costituzione, faticosamente concordate e poi affossate, e peraltro mai giunte a infrangere il tabù del bicameralismo paritario.
Molto si potrebbe aggiungere, ma mi fermo qui, perché su quei temi specifici ho speso tutti i possibili sforzi di persuasione, vanificati dalla sordità di forze politiche che pure mi hanno ora chiamato ad assumere un ulteriore carico di responsabilità per far uscire le istituzioni da uno stallo fatale. Ma ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese.
Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.
Parlando a Rimini a una grande assemblea di giovani nell’agosto 2011, volli rendere esplicito il filo ispiratore delle celebrazioni del 150° della nascita del nostro Stato unitario : l’impegno a trasmettere piena coscienza di “quel che l’Italia e gli italiani hanno mostrato di essere in periodi cruciali del loro passato”, e delle “grandi riserve di risorse umane e morali, d’intelligenza e di lavoro di cui disponiamo”. E aggiunsi di aver voluto così suscitare orgoglio e fiducia “perché le sfide e le prove che abbiamo davanti sono più che mai ardue, profonde e di esito incerto.
Questo ci dice la crisi che stiamo attraversando. Crisi mondiale, crisi europea, e dentro questo quadro l’Italia, con i suoi punti di forza e con le sue debolezze, con il suo bagaglio di problemi antichi e recenti, di ordine istituzionale e politico, di ordine strutturale, sociale e civile.”Ecco, posso ripetere quelle parole di un anno e mezzo fa, sia per sollecitare tutti a parlare il linguaggio della verità – fuori di ogni banale distinzione e disputa tra pessimisti e ottimisti – sia per introdurre il discorso su un insieme di obbiettivi in materia di riforme istituzionali e di proposte per l’avvio di un nuovo sviluppo economico, più equo e sostenibile.
È un discorso che – anche per ovvie ragioni di misura di questo mio messaggio – posso solo rinviare ai documenti dei due gruppi di lavoro da me istituiti il 30 marzo scorso. Documenti di cui non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e concretezza. Anche perché essi hanno alle spalle elaborazioni sistematiche non solo delle istituzioni in cui operano i componenti dei due gruppi, ma anche di altre istituzioni e associazioni qualificate.Se poi si ritiene che molte delle indicazioni contenute in quei testi fossero già acquisite, vuol dire che è tempo di passare, in sede politica, ai fatti; se si nota che, specie in materia istituzionale, sono state lasciate aperte diverse opzioni su varii temi, vuol dire che è tempo di fare delle scelte conclusive.
E si può, naturalmente, andare anche oltre, se si vuole, con il contributo di tutti.
Vorrei solo formulare, a commento, due osservazioni. La prima riguarda la necessità che al perseguimento di obbiettivi essenziali di riforma dei canali di partecipazione democratica e dei partiti politici, e di riforma delle istituzioni rappresentative, dei rapporti tra Parlamento e governo, tra Stato e Regioni, si associ una forte attenzione per il rafforzamento e rinnovamento degli organi e dei poteri dello Stato. A questi sono stato molto vicino negli ultimi sette anni, e non occorre perciò che rinnovi oggi un formale omaggio, si tratti di forze armate o di forze dell’ordine, della magistratura o di quella Corte che è suprema garanzia di costituzionalità delle leggi.
Occorre grande attenzione di fronte a esigenze di tutela della libertà e della sicurezza da nuove articolazioni criminali e da nuove pulsioni eversive, e anche di fronte a fenomeni di tensione e disordine nei rapporti tra diversi poteri dello Stato e diverse istituzioni costituzionalmente rilevanti. Né si trascuri di reagire a disinformazioni e polemiche che colpiscono lo strumento militare, giustamente avviato a una seria riforma, ma sempre posto, nello spirito della Costituzione, a presidio della partecipazione italiana – anche col generoso sacrificio di non pochi nostri ragazzi – alle missioni di stabilizzazione e di pace della comunità internazionale.
La seconda osservazione riguarda il valore delle proposte ampiamente sviluppate nel documento da me già citato, per “affrontare la recessione e cogliere le opportunità” che ci si presentano, per “influire sulle prossime opzioni dell’Unione Europea”, “per creare e sostenere il lavoro”, “per potenziare l’istruzione e il capitale umano, per favorire la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese”.
Nel sottolineare questi ultimi punti, osservo che su di essi mi sono fortemente impegnato in ogni sede istituzionale e occasione di confronto, e continuerò a farlo. Essi sono nodi essenziali al fine di qualificare il nostro rinnovato e irrinunciabile impegno a far progredire l’Europa unita, contribuendo a definirne e rispettarne i vincoli di sostenibilità finanziaria e stabilità monetaria, e insieme a rilanciarne il dinamismo e lo spirito di solidarietà, a coglierne al meglio gli insostituibili stimoli e benefici. E sono anche i nodi – innanzitutto, di fronte a un angoscioso crescere della disoccupazione, quelli della creazione di lavoro e della qualità delle occasioni di lavoro – attorno a cui ruota la grande questione sociale che ormai si impone all’ordine del giorno in Italia e in Europa. È la questione della prospettiva di futuro per un’intera generazione, è la questione di un’effettiva e piena valorizzazione delle risorse e delle energie femminili.
Non possiamo restare indifferenti dinanzi a costruttori di impresa e lavoratori che giungono a gesti disperati, a giovani che si perdono, a donne che vivono come inaccettabile la loro emarginazione o subalternità.Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano. Misurarsi su quei problemi perché diventino programma di azione del governo che deve nascere e oggetti di deliberazione del Parlamento che sta avviando la sua attività. E perché diventino fulcro di nuovi comportamenti collettivi, da parte di forze – in primo luogo nel mondo del lavoro e dell’impresa – che “appaiono bloccate, impaurite, arroccate in difesa e a disagio di fronte all’innovazione che è invece il motore dello sviluppo”. Occorre un’apertura nuova, un nuovo slancio nella società ; occorre un colpo di reni, nel Mezzogiorno stesso, per sollevare il Mezzogiorno da una spirale di arretramento e impoverimento.Il Parlamento ha di recente deliberato addirittura all’unanimità il suo contributo su provvedimenti urgenti che al governo Monti ancora in carica toccava adottare, e che esso ha adottato, nel solco di uno sforzo di politica economico-finanziaria ed europea che meriterà certamente un giudizio più equanime, quanto più si allontanerà il clima dello scontro elettorale e si trarrà il bilancio del ruolo acquisito nel corso del 2012 in seno all’Unione europea. Apprezzo l’impegno con cui il movimento largamente premiato dal corpo elettorale come nuovo attore politico-parlamentare ha mostrato di volersi impegnare alla Camera e al Senato, guadagnandovi il peso e l’influenza che gli spetta : quella è la strada di una feconda, anche se aspra, dialettica democratica e non quella, avventurosa e deviante, della contrapposizione tra piazza e Parlamento.
Non può, d’altronde, reggere e dare frutti neppure una contrapposizione tra Rete e forme di organizzazione politica quali storicamente sono da ben più di un secolo e ovunque i partiti.
La rete fornisce accessi preziosi alla politica, inedite possibilità individuali di espressione e di intervento politico e anche stimoli all’aggregazione e manifestazione di consensi e di dissensi. Ma non c’è partecipazione realmente democratica, rappresentativa ed efficace alla formazione delle decisioni pubbliche senza il tramite di partiti capaci di rinnovarsi o di movimenti politici organizzati, tutti comunque da vincolare all’imperativo costituzionale del “metodo democratico”.
Le forze rappresentate in Parlamento, senza alcuna eccezione, debbono comunque dare ora – nella fase cruciale che l’Italia e l’Europa attraversano – il loro apporto alle decisioni da prendere per il rinnovamento del paese. Senza temere di convergere su delle soluzioni, dal momento che di recente nelle due Camere non si è temuto di votare all’unanimità.
Sentendo voi tutti – onorevoli deputati e senatori – di far parte dell’istituzione parlamentare non come esponenti di una fazione ma come depositari della volontà popolare. C’è da lavorare concretamente, con pazienza e spirito costruttivo, spendendo e acquisendo competenze, innanzitutto nelle Commissioni di Camera e Senato. Permettete che ve lo dica uno che entrò qui da deputato all’età di 28 anni e portò giorno per giorno la sua pietra allo sviluppo della vita politica democratica.Lavorare in Parlamento sui problemi scottanti del paese non è possibile se non nel confronto con un governo come interlocutore essenziale sia della maggioranza sia dell’opposizione. A 56 giorni dalle elezioni del 24-25 febbraio – dopo che ci si è dovuti dedicare all’elezione del Capo dello Stato – si deve senza indugio procedere alla formazione dell’Esecutivo. Non corriamo dietro alle formule o alle definizioni di cui si chiacchiera. Al Presidente non tocca dare mandati, per la formazione del governo, che siano vincolati a qualsiasi prescrizione se non quella voluta dall’art. 94 della Costituzione : un governo che abbia la fiducia delle due Camere. Ad esso spetta darsi un programma, secondo le priorità e la prospettiva temporale che riterrà opportune.E la condizione è dunque una sola : fare i conti con la realtà delle forze in campo nel Parlamento da poco eletto, sapendo quali prove aspettino il governo e quali siano le esigenze e l’interesse generale del paese.Sulla base dei risultati elettorali – di cui non si può non prendere atto, piacciano oppur no – non c’è partito o coalizione (omogenea o presunta tale) che abbia chiesto voti per governare e ne abbia avuti a sufficienza per poterlo fare con le sole sue forze.
Qualunque prospettiva si sia presentata agli elettori, o qualunque patto – se si preferisce questa espressione – si sia stretto con i propri elettori, non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni. Essi indicano tassativamente la necessità di intese tra forze diverse per far nascere e per far vivere un governo oggi in Italia, non trascurando, su un altro piano, la esigenza di intese più ampie, e cioè anche tra maggioranza e opposizione, per dare soluzioni condivise a problemi di comune responsabilità istituzionale. D’altronde, non c’è oggi in Europa nessun paese di consolidata tradizione democratica governato da un solo partito – nemmeno più il Regno Unito – operando dovunque governi formati o almeno sostenuti da più partiti, tra loro affini o abitualmente distanti e perfino aspramente concorrenti. Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche. O forse tutto questo è più concretamente il riflesso di un paio di decenni di contrapposizione – fino allo smarrimento dell’idea stessa di convivenza civile – come non mai faziosa e aggressiva, di totale incomunicabilità tra schieramenti politici concorrenti.
Lo dicevo già sette anni fa in quest’aula, nella medesima occasione di oggi, auspicando che fosse finalmente vicino “il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza” : che significa anche il tempo della maturità per la ricerca di soluzioni di governo condivise quando se ne imponga la necessità. Altrimenti, si dovrebbe prendere atto dell’ingovernabilità, almeno nella legislatura appena iniziata.
Ma non è per prendere atto di questo che ho accolto l’invito a prestare di nuovo giuramento come Presidente della Repubblica. L’ho accolto anche perché l’Italia si desse nei prossimi giorni il governo di cui ha bisogno. E farò a tal fine ciò che mi compete : non andando oltre i limiti del mio ruolo costituzionale, fungendo tutt’al più, per usare un’espressione di scuola, “da fattore di coagulazione”. Ma tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità : era questa la posta implicita dell’appello rivoltomi due giorni or sono. Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione “salvifica” delle mie funzioni; eserciterò piuttosto con accresciuto senso del limite, oltre che con immutata imparzialità, quelle che la Costituzione mi attribuisce. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e comunque le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata ; inizia per voi un lungo cammino da percorrere, con passione, con rigore, con umiltà.
Non vi mancherà il mio incitamento e il mio augurio.
Viva il Parlamento! Viva la Repubblica! Viva l’Italia!
Al di là del gravoso fardello degli animi e della fatica fisica che quel ruolo richiede, altre ce n’erano a spiegare la sua posizione. La principale che tutte le riassume era la necessità che dopo un lungo settennato ci sia un passaggio del testimone ad un’altra personalità con altro carattere e altra biografia politica, che tenga conto della precedente esperienza ma ne aggiorni i contenuti. Discontinuità nella continuità, questo è l’insegnamento che la storia della Repubblica consegna a chi ricopre il ruolo di rappresentare la nazione, coordinarne le istituzioni e i poteri costituzionali, tutelare i deboli, garantire le minoranze, rafforzare i valori della libertà e dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
Napolitano voleva che questo ricambio avvenisse come del resto è sempre avvenuto dalla nascita della Repubblica fino a ieri. Certo non prevedeva quanto nel nuovo Parlamento sarebbe accaduto. Soprattutto non prevedeva che il Partito democratico crollasse su se stesso affiancando la propria ingovernabilità a quella addirittura strutturale del nuovo Parlamento, diviso in tre tronconi (tre e mezzo per l’esattezza) di pari consistenza per quanto riguarda i consensi espressi dagli elettori e ferocemente opposti ciascuno agli altri. E quindi: un Parlamento ingovernabile e partiti autoreferenziali, due dei quali caratterizzati da populismo e demagogia e l’altro dominato da correnti contrapposte che ne segano non solo i rami ma il tronco stesso che tutti li sorregge.
Risultato: blocco dell’intero sistema, Paese allo sbando, credibilità internazionale in calo vertiginoso. I mercati finora non ci hanno penalizzato e questo dipende da alcune cause tecniche che sono state già largamente esaminate. Ma se il blocco fosse ancora durato le acque calme della Borsa e dello spread sarebbero tornate tempestose, la speculazione fa cambiare in pochi minuti la direzione e l’intensità del vento. Tutto questo non era prevedibile due settimane fa, ma non da me che lo sentivo arrivare e ne ero profondamente preoccupato.
Mentre scrivo (è la sera di sabato) è in corso una manifestazione silenziosa e composta di grillini in piazza Montecitorio. Grillo non vuole eccitare i suoi e quindi non andrà in piazza.
Rodotà da Bari, dove ha partecipato ad un dibattito culturale organizzato dal nostro giornale, ha deplorato le marce su Roma ed ha dichiarato che l’elezione di Napolitano si è svolta nell’ambito previsto dalla Costituzione. Poco prima Grillo aveva invece parlato di golpe, ma Grillo, si sa, è un comico.
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Conosco Stefano Rodotà da quasi sessant’anni. Entrò nel Partito radicale fondato nel 1956 dagli “amici del Mondo” e da allora ci furono tra noi sentimenti di amicizia e collaborazione. È stato più volte parlamentare militando nei partiti post-comunisti e, prima, tra gli indipendenti di sinistra associati al Pci. Fu poi presidente del Pds e vicepresidente della Camera, ebbe incarichi nelle istituzioni culturali europee e infine presiedette l’autorità che tutela la privatezza delle persone. Ha scritto molti libri di diritto, è docente universitario, ha lanciato il referendum sull’acqua pubblica e collabora al nostro giornale fin dal primo numero scrivendo sui temi che più lo interessano.
I grillini, nelle loro “quirinarie” su Internet, l’hanno scoperto e piazzato al terzo posto d’una loro lista di candidabili al Quirinale, dopo la Gabanelli e Gino Strada. I due che lo precedevano hanno ringraziato ma rifiutato, lui ha ringraziato e accettato. Il resto è noto.
Rodotà si è pubblicamente rammaricato perché il Partito democratico e i vecchi amici non l’hanno contattato. Essendo tra questi ultimi debbo dire che neanche lui ha contattato me. Che cosa avrei potuto dirgli? Gli avrei detto che non capisco perché una persona delle sue idee e della sua formazione politica, giuridica e culturale, potesse diventare candidato grillino per la massima autorità della Repubblica.
Il Movimento 5 Stelle, come è noto, vuole abbattere l’intera architettura costituzionale esistente, considera l’Europa una parola vuota e pericolosa, ritiene che i partiti e tutti quelli che vi aderiscono siano ladri da mandare in galera o a casa “a calci nel culo”. Come puoi, caro Stefano, esser diventato il simbolo d’un movimento che impedisce ai suoi parlamentari di parlare con i giornalisti e rispondere alle domande? Anzi: che considera tutti i giornalisti come servi di loschi padroni? In politica, come in tutte le cose della vita, ci vuole il cuore, la fantasia, il coraggio, ma anche il cervello e la ragione.
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Adesso Napolitano farà un governo, è la cosa più urgente della quale ha bisogno il Paese. Naturalmente un governo politico come tutti i governi che hanno bisogno della fiducia del Parlamento. Un governo di scopo, adempiuto il quale passerà la mano o proseguirà se il Parlamento lo vorrà.
Il governo seguirà le indicazioni di scopo che il Capo dello Stato gli affiderà in parte già contenute nel documento dei “saggi” a lui consegnato una decina di giorni fa e già reso pubblico. Ai primi posti ci sono la riforma della legge elettorale, la riforma del Senato, la riforma del finanziamento dei partiti, una politica economica che, nel rispetto degli impegni già presi con l’Europa, adotti provvedimenti mirati alla crescita e all’equità per alleviare al più presto e il più possibile la morsa della recessione, iniettando liquidità nelle imprese, alleggerendo il cuneo fiscale, modificando l’Imu per quanto riguarda le piccole imprese e le famiglie meno abbienti, infine sostenendo socialmente gli esodati e i lavoratori precari.
Quanto ai partiti, anch’essi hanno bisogno d’una profonda riforma, tutti, nessuno escluso. Il Partito democratico ha bisogno addirittura d’una rifondazione. Ne avrebbe bisogno più di tutti il Pdl, ma lì c’è un proprietario ed è impossibile riformarlo se non licenziandolo; ma è possibile licenziare il proprietario?
Il Pd non ha proprietari, non c’è un Re nel Pd. Però ci sono i vassalli l’un contro l’altro armati. È una fortuna non avere un Re ma è un terribile guaio esser dominati da vassalli e valvassori. Questo è il problema che dev’essere risolto.
Bersani, credo in buona fede, pensava d’averlo modificato rinnovando il grosso della rappresentanza parlamentare, ma non è stato così. Riempire i seggi parlamentari con persone alla prima loro esperienza, mantenendo però in piedi un ristrettissimo apparato, aumenta la partecipazione della base soltanto nella forma ma non nella sostanza. I nuovi eletti seguono più l’emotività che la ragione e l’esperienza debbono ancora farsela. Qual è la società che vogliono? Qual è l’interesse generale che dovrebbero perseguire? Non mi sembra che questa visione del bene comune sia chiara nelle loro teste e in quelle dell’apparato meno ancora. Si scambia l’interesse generale con quello del partito e l’interesse del partito con quello della corrente cui si appartiene. Questo è accaduto negli ultimi mesi ed ha raggiunto il culmine negli ultimi giorni. Oggi si lavora sulle rovine prodotte da mancanza di senno e da miserabili interessi di fazioni contrapposte.
Bisogna guardare alla nazione e bisogna guardare alla costruzione d’una Europa che sia uno Stato federale che ci contiene. Se questi dati di realtà non entrano nelle teste della classe dirigente, non ci sarà mai né una destra decente né una sinistra efficiente. Gli impuri diventeranno legione, i puri saranno velleitari e inconsapevoli. Carne da cannone.
I grillini? Anche lì c’è un proprietario e anche lì i puri sono carne da cannone. La discontinuità va bene se aggiorna ma non distrugge il patrimonio di esperienze della nostra storia repubblicana nel bene e nel male.
L’Italia l’hanno fatta Mazzini, Cavour e Garibaldi, diversissimi tra loro ma oggettivamente complementari. E se vogliamo giocare alla torre e si deve scegliere tra Gramsci e Togliatti, scelgo Gramsci. E se debbo scegliere tra Andreotti e Moro scelgo Moro. Tra Togliatti e Berlinguer scelgo Berlinguer. Infine scelgo Napolitano perché, purtroppo per noi, non trovo altro nome da contrapporgli. Ti chiedo scusa, caro Stefano, con tutto l’affetto e la stima che ho verso di te, ma il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente.
“Auspico fortemente che tutti sapranno onorare i loro doveri concorrendo al rafforzamento delle istituzioni repubblicane”
“Dobbiamo guardare tutti, come io ho cercato di fare in queste ore, alla situazione difficile del Paese, ai problemi dell’Italia e degli italiani, all’immagine e al ruolo internazionale del nostro Paese”. Lo ha detto il Presidente, Giorgio Napolitano, nell’incontro con il Presidente della Camera, Laura Boldrini, che, assieme al Presidente del Senato, Pietro Grasso, al Quirinale gli ha comunicato la sua rielezione a Presidente della Repubblica da parte delle Camere riunite con la partecipazione dei delegati regionali.
Il Presidente ha voluto innanzitutto rivolgere il suo saluto e il suo omaggio alla Presidente della Camera e, con lei, al Presidente del Senato che “hanno sperimentato la fatica e la tensione del presiedere una seduta comune insieme con i delegati regionali: una seduta comune che già di per sé, per la sua stessa natura, è altamente impegnativa e che è risultata particolarmente tormentosa”. Di qui il ringraziamento per “questa loro dedizione”.
“Potete immaginare – ha detto il Capo dello Stato – come io abbia accolto, con animo grato, la fiducia espressa liberamente sul mio nome dalla grande maggioranza degli appartenenti dei componenti l’Assemblea dei Parlamentari e dei delegati regionali. E come abbia egualmente accolto la fiducia con cui tanti cittadini hanno ansiosamente atteso una positiva conclusione della prova cruciale e difficile dell’elezione del Presidente della Repubblica. Ringrazio la stampa per come ha seguito e per come è chiamata a raccontare con obiettività i fatti di questa speciale giornata. Lunedì dinanzi alle Camere, concordando in questo senso la convocazione della seduta comune, avrò modo di dire quali sono i termini entro i quali ho ritenuto di potere accogliere in assoluta limpidezza l’appello rivoltomi ad assumere ancora l’incarico di Presidente. E preciserò come intenda attenermi rigorosamente all’esercizio delle mie funzioni istituzionali. Auspico fortemente che tutti sapranno nelle prossime settimane, a partire dai prossimi giorni, onorare i loro doveri concorrendo al rafforzamento delle istituzioni repubblicane”.
Ai Presidenti delle Camere, quindi il Capo dello Stato ha manifestato il suo intendimento di avviare immediatamente il nuovo mandato.
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7 anni fa era stato eletto con 543 voti, alla prima elezione
L’Italia ha bisogno di un Presidente esperto nella difficile navigazione politica interna, sensibile per storia al dramma sociale in cui siamo immersi.
In questo schema non vediamo molte alternative.
Amato ha storia ed esperienza per assumere oggi il ruolo cui abbiamo accennato e può esprimere al meglio l’unità nazionale da realizzare anche con il concorso di forze sociali e culturali con le quali Giuliano ha intrecciato la sua vicenda politica.
Noi nel recente passato non risparmiammo critiche anche severe ad Amato per alcuni comportamenti nel corso della sua vita politica.
Tuttavia l’interesse della Repubblica Italiana deve prevalere su ogni altra cosa e complessivamente Giuliano ha sufficienti qualità per assolvere le funzioni di garante della Costituzione e dell’Unità nazionale.
I problemi più grossi? Li ha avuti con il Pd. L’inaspettato è accaduto, e si è creato un rapporto carico di tensioni fra Napolitano e il suo partito d’origine, il Pd.
Quali sono i problemi di Napolitano con il suo partito? Per certi aspetti, la sinistra ha tradito Napolitano e si è sentita, senza giustificazioni, tradita da lui. Nel 2011 Napolitano ha spinto per un governo tecnico, quando al Pd sarebbe stato conveniente andare alle elezioni subito. La sinistra avrebbe vinto; l’Italia non lo sappiamo. Napolitano ha deciso di rispettare il suo ruolo di potere neutro, non di parte, e questo ha scandalizzato non pochi esponenti di sinistra. Altre incomprensioni sono emerse negli ultimi mesi. Non è un caso che in queste settimane, quando si sente un esponente politico da Montecitorio che chiede ancora un anno o due di presidenza a Napolitano, si tratti non di un politico di sinistra ma di destra. Il Pd non ne vuole sapere di un altro mandato per Napolitano. Per la sinistra, Napolitano è stato troppo autonomo e super-partes. Ha chiuso le porte con molta tensione. Un altro fatto che ha contribuito a alzare la tensione è il pre-incarico di formare un governo a Bersani. Il Pd voleva un incarico pieno, ma Napolitano ha fatto i conti e non gliela dato.
Queste tensioni contro Napolitano, non vengono accentuate da quella stessa sinistra – definiamola “massimalista”- che alle elezioni ha votato Grillo e Pd, che vede con sconcerto agli accordi con il Pdl e che preferisce ancora oggi un’utopica alleanza con il Movimento 5 Stelle? Sì. C’è un’ala di sinistra anti-Napolitano, un’area indistinta, che nei giorni elezioni andava da Rivoluzione Civile di Ingroia a una parte di Sel, e che arriva fino ai lettori di Micromega. Ricordo la battaglia durata quasi un anno sulle intercettazioni al Quirinale, che ha causato la morte del suo consigliere Loris D’Ambrosio, e recentemente la lettera aperta su Repubblica diretta ai partiti, ma in realtà a Napolitano, firmata da Barbara Spinelli e Paolo Flores d’Arcais, in cui si chiede di non seguire le raccomandazioni del Capo dello Stato. Esistono correnti non emerse nel Pd, invece, che non hanno apprezzato la linea tenuta dal presidente, soprattutto nella gestione nella nuova fase politica.
Grillo e Napolitano si sono visti e hanno parlato, durante le consultazioni. Come è andata?
Grillo è rimasto stupito dalla freddezza e dalla lucidità del suo avversario. Forse si aspettava di vedere un vecchio babbione, invece ha avuto davanti un uomo, che, per come lo conosco, non dico riesca a convertire, ma sa convincere anche i rivoluzionari. Un uomo che sa ben governare le passioni.