La CGIL si accorge che il mercato del lavoro è cambiato: la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro

La Cgil, assieme agli altri sindacati, è la principale responsabile del dissanguamento del risparmio previdenziale realizzato dalle baby pensioni degli anni ’60-’70

Ora si accorge che, negli stessi anni, il mercato del lavoro cambiava vertiginosamente, passando dal “lavoro di lunga carriera”  al lavoro frammentato, che ha modificato radicalmente i progetti di vita di milioni di persone, anche quarantenni e cinquantenni (e naturalmente dei giovani di oggi).

Complimenti agli autori dell’errore che ora si proclamano correttori della ingiustizia retributiva.

Non è mai troppo tardi per accorgersene.

Ora tenta il rimedio, ma nel frattempo i baby pensionati (che affollano le manifestazioni pubbliche di “opposizione”) continuano a succhiare come vampiri il sistema previdenziale di welfare.

Forse è iniziata la fase della estinzione dei dinosauri delle politiche previdenziali di fine ‘800 e ‘900

Paolo Ferrario,

62enne in attesa di pensione di VECCHIAIA (non di ANZIANITA’) E dunque solo alla soglia dei 65 anni, che tende sempre più a scorrere in avanti.

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Lavoratori con carriere fragili che hanno cominciato nel 2010 a versare i contributi
Dalle simulazioni effettuate sulla base di ipotesi di salari di ingresso tre volte superiori all’assegno sociale attuale e ad un andamento dell’economia per i prossimi anni con un incremento medio del Pil dell’1,5%, un lavoratore assunto nel 2010, con carriere lavorativa intermittente, che dovesse andare in pensione all’età di 60 anni, con 35 anni di contributi versati potrà avere una pensione pari al 36,4% della sua retribuzione. Solo con 40 anni di contributi versati lo stesso lavoratore potrebbe ottenere una pensione pari al 41,6% della retribuzione.

Un lavoratore nelle stesse condizioni che decidesse però di andare in pensione a 61 anni, invece di 60, per arrivare ad una pensione intorno al 42% della sua ultima retribuzione dovrebbe lavorare 40 anni consecutivi. Sempre per un lavoratore assunto nel 2010 e che versi regolarmente i contributi all’Inps, dovrebbe arrivare a 65 anni, con 40 anni di versamenti per ottenere una pensione pari al 48,5% della retribuzione.

Lavoratori parasubordinati
Una particolare preoccupazione riguarda le prospettive previdenziali dei lavoratori parasubordinati, i quali sono soggetti ad un’aliquota previdenziale significativamente inferiore di quella a carico dei dipendenti (26% versus 33%, dopo anni di contribuzione con aliquote di computo ben inferiori anche al 15%) e, più in generale, dei lavoratori discontinui, data la scarsa rilevanza nel sistema di welfare italiano di schemi di ammortizzatori sociali e contribuzione figurativa ad essi destinati. Si consideri, in aggiunta, che tali lavoratori, rispetto ai dipendenti con contratto a tempo indeterminato, sono caratterizzati, oltre che nel caso dei parasubordinati da un’aliquota contributiva inferiore e dall’assenza di contribuzione per il TFR, sono caratterizzati, generalmente, da minori salari e maggiore discontinuità della carriera. In aggiunta, poiché, trovandosi a fronteggiare elevati vincoli di liquidità, è poco probabile che tali lavoratori possano volontariamente aderire a forme pensionistiche private integrative.

Carriere miste. Da parasubordinato a dipendente
Un’altra ipotesi adottata nelle simulazioni della CGIL riguarda il passaggio dal lavoro parasubordinato al lavoro dipendente vero e proprio. Sempre come ipotesi si è adottato il caso di stipendi pari a 3 volte l’assegno sociale con una intermittenza di reddito (contributi figurativi non versati) e carriere da lavoratori dipendenti con salari pari a 4 volte l’assegno sociale. Ebbene per queste figure specifiche (tra l’altro sempre più diffuse nel mercato del lavoro attuale) per avere una pensione pari al 34,4% della retribuzione percepita si dovrà andare in pensione a 60 anni, con 35 anni di contributi versati. Questi lavoratori dipendenti (ex parasubordinati) dovranno andare in pensione a 65 anni e versare almeno 40 anni di contributi per poter avere una pensione che non raggiungerà il 50% della retribuzione (48,8% per la precisione).

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CGIL – CGIL, la pensione? Non bastano più neppure 40 anni di lavoro.

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