Pietro Ichino |  COME SI SALVANO I NON SALVAGUARDATI (E SI AUMENTA IL TASSO DI OCCUPAZIONE DEI SESSANTENNI)

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Oggi soltanto un terzo degli italiani è attivo nel mercato del lavoro nella fascia di età tra i 55 e i 70 anni, mentre nel nord-Europa il tasso di occupazione in questa fascia è intorno ai due terzi. Vogliamo puntare ad arrivare rapidamente almeno al 50 per cento, o tutto sommato consideriamo che non sia questo uno degli obiettivi prioritari della nostra politica del lavoro? Pensiamo che ogni cinquantenne o sessantenne
in più al lavoro favorisca la creazione di occasioni di lavoro per i giovani, perché continua a creare ricchezza e non succhia risorse pubbliche, oppure
siamo convinti che il modo migliore per dar lavoro ai giovani sia mandare in pensione i cinquantenni e sessantenni il più presto possibile, per far posto nel tessuto produttivo alle nuove generazioni?
. I più decisi nel sostenere la seconda alternativa, quella che il nostro Paese ha costantemente praticato nell’ultimo mezzo secolo, sono comprensibilmente i cinquantenni e sessantenni che nell’autunno scorso erano vicini all’età del pensionamento secondo le vecchie regole e per effetto del decreto “Salva-Italia” del dicembre scorso si sono visti bruscamente allontanare di qualche anno l’agognata “quiescenza”. Quelli
più vicini sono stati “salvaguardati”. Gli altri hanno ragione a lamentare il difetto di gradualità di quel decreto; ma non devono prendersela con il
Governo, il quale – in una situazione di pericolo gravissimo – ha dovuto fare in due settimane quello che i Governi precedenti avrebbero dovuto fare
nell’arco dei venti anni precedenti e non hanno fatto. Politici e sindacalisti, dal canto loro, non devono alimentare l’idea che chi perde il posto a cinquant’anni non possa ritrovarlo. La maggior parte dei “non salvaguardati” è convinta che intorno ai 55-58 anni di età, con 35 o 38 anni di contribuzione al 33 per cento, ci si sia guadagnato il “diritto” a una pensione pari a tre quarti della retribuzione dell’ultimo periodo (per lo più doppia rispetto a quella iniziale) per gli altri 25 anni di vita che un italiano può attendersi a 58 anni; ma basta un elementare calcolo aritmetico per constatare che i conti non tornano. E che quindi occorre un periodo di contribuzione più lungo. Ancor meno i conti tornano quando – come nella maggior parte dei casi dei lavoratori “esodati non salvaguardati” – il lavoratore poco dopo i 50 anni di età, con soli 25 o 30 anni di contribuzione alle spalle, ha aderito a un piano aziendale di “incentivazione all’esodo” che prevedeva altri cinque o sei anni di cassa integrazione e “mobilità” per arrivare alla pensione a un’età intorno ai 58: è evidente a chiunque che la vita adulta di una persona non può essere divisa a metà tra lavoro e pensione. Nessun sistema previdenziale può garantire questo, se non al costo di un pesante contributo statale; ma questo significa sottrarre

risorse all’assistenza per chi ne ha veramente bisogno, ai servizi pubblici e agli investimenti. È questo il motivo per cui dobbiamo urgentemente smettere di affrontare le crisi occupazionali aziendali in questo modo.

da Pietro Ichino |  COME SI SALVANO I NON SALVAGUARDATI (E SI AUMENTA IL TASSO DI OCCUPAZIONE DEI SESSANTENNI).

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