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Claudio Negro, Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure – in Mercato del lavoro news n.20, 2017

Mercato del lavoro news n.20
Disoccupazione Giovanile: dimensioni reali, cause e cure

Per mettere a fuoco la questione dell’occupazione giovanile è opportuno fare il punto sui dati reali dai quali partire, nonché sulle tendenze della domanda di lavoro.
Innanzitutto è opportuno scomporre la fascia che nella consuetudine statistica identifica i “giovani” in coloro che stanno tra i 15 e 34 anni in due fasce più precise: 15-24 e 25-34. Ciò fatto i dati più recenti (ISTAT primo semestre 2017) ci dicono che l’occupazione nella fascia 15-34 è del 40,7%, la disoccupazione del 20,8% e il tasso di inattività ( i cosiddetti NEET, coloro che non sono inseriti in un percorso istruzione-formazione) è del 48,7%. Scomposti nelle due sottoclassi il tasso di occupazione risulta essere il 16,8% per la fascia 15-24 e il 61,6% per quella successiva. Il tasso di inattività rispettivamente del 74,5% e 25%. Un tasso di inattività così assurdo, e un altrettanto assurdo tasso di occupazione, devono ovviamente mettere in discussione la statistica. Come fanno notare Del Boca e Mundo il tasso di disoccupazione è calcolato dividendo i disoccupati di una determinata classe di età per la corrispondente forza di lavoro. Per tutte le classi di età over 24 la forza di lavoro rappresenta una percentuale molto alta della corrispondente popolazione, tra il 70-80%, mentre fa eccezione la classe di età 15-24 anni nella quale la forza di lavoro nel 2016, rappresenta solo il 26,6% della popolazione di pari età, poiché la maggior parte dei ragazzi studia ed è ancora a scuola o all’università. Un denominatore così basso, rispetto a quello delle altre fasce di età, produce valori gonfiati anche con un numero basso di disoccupati reali. Del Boca e Mundo propongono di utilizzare un dato più oggettivo: l’incidenza della disoccupazione (cioè di coloro che cercano lavoro senza trovarlo) rispetto alla popolazione di ogni fascia di età. Ed ecco che il panorama cambia: il 10% di disoccupati per la fascia 15-24, contro il 7,8% della media UE. Peggio il dato della fascia 25-34, che presenta un 12,9% di disoccupati contro il 7,5% dellEuropa.
Questa statistica ci dice che il numero dei giovani che cercano lavoro ma non lo trovano in Italia è superiore alla media dell’UE ma non in modo drammatico. Tuttavia, e questo spiega l’aumentare del numero dei disoccupati rispetto alla popolazione nella fascia 15-35, il numero dei giovani NEET nella fascia 15-29 anni tocca il 24,3%. In sostanza molti giovani non cercano lavoro, e questo “migliora” le statistiche sulla disoccupazione, che fanno riferimento a chi il lavoro lo cerca ma non lo trova. Il dato sui NEET in questa fascia di età è calato dal 26% del 2013 al 24,3% del 2016: è probabile che in buona parte ciò dipenda da Garanzia Giovani, che ha coinvolto a vario titolo 344.000 giovani, confermando di essere uno strumento utile ma insufficiente. Da notare che se in questa fascia di età sommiamo i disoccupati ai NEET arriviamo al 27%, superati (dato OCSE) solo dalla Turchia.

I motivi della disoccupazione dei giovani sono in larga parte strutturali e possono essere ricondotti alla qualità dei percorsi formativi, la cui modestia è ben nota: L’Italia è il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%. L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e, l’aspetto più allarmante, la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%. In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.
A questo dato consolidato si aggiungono le tendenze della domanda di lavoro nella fase post crisi e col dilagare della rivoluzione digitale (Industry 4.0): la domanda di lavoro si polarizza con forte aumento della domanda di professionalità scientifiche e tecniche, calo della domanda di professioni intermedie (impiegati, operai specializzati, conduttori di impianti) e incremento della domanda di professioni non qualificate. Il sistema di istruzione-formazione non è in grado di rispondere a questa domanda di lavoro. Troppe lauree sono fini a sé stesse, il servizio di orientamento per gli studenti inefficiente, la comunicazione tra università,e istituti superiori e sistema delle imprese è largamente insufficiente, anche se bisogna riconoscere che recentemente con i programmi di alternanza scuola- lavoro e la costituzione degli Istituti Tecnici Superiori si sono fatti passi in avanti non trascurabili.
La bassa quantità di laureati (25,3% delle persone tra 30 e 35 anni, contro il 38,7% della media europea) contribuisce a penalizzare l’occupazione dei giovani: basti considerare che tra chi ha conseguito una laurea triennale nel 2011 il 72,8% nel 2015 era occupato, così l’80,3% di chi aveva una laurea quadriennale e l’84,5% di chi aveva una laurea specialistica (si tratta ovviamente di un dato medio: si va da un 54% dei laureati in psicologia al 93,7% degli ingegneri); molto più basso il dato dei diplomati: il 62,6% di chi nel 2011 aveva concluso un percorso di formazione professionale, il 56,7% dei diplomati agli Istituti Tecnici e e il 26,8% dei diplomati a un Liceo (in questo caso bisogna però dire che il 53,4% di costoro nel 2015 erano ancora impegnati in un percorso universitario): pochi laureati, pochi giovani occupati!
Ma il discorso sulla formazione merita un approfondimento particolare, che non faremo ora. Un ultimo dato per rappresentare il mismatch tra formazione e mercato del lavoro: Confartigianato Lombardia mette periodicamente in rete le ricerche di personale di piccole aziende lombarde; si tratta di profili quasi mai eccelsi: panificatori, calzolai, baristi, camerieri, idraulici, elettricisti, antennisti, legatori di libri, ecc. L’assunzione è offerta con contratto a tempo indeterminato da subito. Ciononostante le candidature sono di gran lunga inferiori rispetto alle richieste, in una regione dove la disoccupazione giovanile tra i 15 e i 29 anni è del 18,7%.

Gli interventi sul sistema formativo richiedono ovviamente tempi ragionevoli (anche se per esempio un servizio serio di orientamento per gli studenti rispetto al mercato del lavoro potrebbe essere attivato immediatamente). Giustamente il Governo si pone il problema di come favorire l’occupazione dei giovani qui e ora, e la risposta più ovvia è quella degli incentivi coniugati alla flessibilità, strumenti entrambi messi in gioco dal Jobs Act con buoni risultati. Se si interverrà con un taglio importante del costo del lavoro, da rendere almeno in parte permanente, mirato all’assunzione a tempo indeterminato dei giovani, il risultato sarà indubbiamente positivo, visto che la domanda di lavoro è in crescita. Indirizzarla verso una specifica classe di età non è scorretto: rimette in corsa un’offerta di lavoro spesso considerata “povera” dalle aziende perché priva di formazione specifica ed esperienza.
Un’obiezione è che una misura di questo tipo sia superflua, quando le imprese possono avvalersi dell’apprendistato professionalizzante, che concede sconti contributivi di tutto rispetto ( e che infatti ha ripreso fortemente quota quando è terminato l’incentivo del Jobs Act sulle assunzioni a tempo indeterminato). Crediamo però che sia opportuno fare una riflessione sull’apprendistato. In Germania, Svizzera ed altri Paesi è un istituto dall’efficacia formidabile, in quanto consente al giovane di studiare e fare un’esperienza lavorativa allo stesso tempo. Tra il corso di studio e l’esperienza lavorativa c’è coerenza e il dialogo impresa-scuola è strettissimo. La cosa che in Italia ci assomiglia di più è il cosiddetto apprendistato di primo livello, in cui il giovane frequenta in alternanza studio-lavoro un percorso che lo porta al diploma ma contestualmente gli apre la porta dell’assunzione. L’apprendistato cosiddetto professionalizzante è tutt’altra cosa: si tratta di una riedizione sostanzialmente anacronistica del vecchio apprendistato delle botteghe artigiane. Il giovane viene assunto e si suppone che l’impresa lo formi, con modalità estremamente elastiche: dalla formazione formale (…stai lavorando ma ti dico che in questo momento sei in formazione…) a quella trasversale, che riguarda prevalentemente questioni quali i diritti dei lavoratori o la sicurezza, che può venire erogata dalle Provincie. Il forte ricorso da parte delle imprese a questo tipo di contratto è da ricondurre ai vantaggi della decontribuzione, mentre la parte formativa è a mala pena sopportata nelle sue procedure formali, che comportano pratiche burocratiche invise alle piccole imprese. Si potrebbe ipotizzare di eliminare l’apprendistato professionalizzante sostituendolo con gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminati di giovani, e spostare risorse sull’apprendistato di primo livello e di terzo livello (conseguimento della laurea o del diploma in alternanza studio lavoro, oggi scarsamente praticato ma fondamentale per la continuità tra percorsi universitari e di lavoro).

Come dice E. Moretti (La nuova geografia del lavoro): “…per la prima volta nella storia, il fattore economico più prezioso non è il capitale fisico, o qualche materia prima, ma il capitale umano e la sua capacità creativa”. Se non si investirà adeguatamente in questo, il gap di produttività che oggi ci separa dall’Europa non verrà mai superato e il treno della rivoluzione digitale verrà perduto.
(a cura di Claudio Negro)

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