Politica e mercato del lavoro

Luci e ombre della crescita occupazionale, a cura di Claudio Negro, Mercato del Lavoro News – n.24

 Mercato del Lavoro News – n.24

Luci e ombre della crescita occupazionale

Rassegnatisi ormai la gran parte dei media al fatto che gli indicatori economici siano tornati stabilmente in campo positivo vengono a mancare i titoloni immaginifici che era doveroso ricondurre alla realtà

Tuttavia la lettura degli Osservatori Istituzionali riserva ancora la possibilità di mettere a fuoco dettagli interessanti: qualche novità c’è e anche qualche osservazione critica da valutare.

 

Il report Istat sul Mercato del Lavoro relativo al terzo trimestre 2017  non segnala novità particolari. L’occupazione complessiva continua a crescere sia rispetto al trimestre precedente (+70.000) sia rispetto all’anno 2016 (+303.000). Crescono soprattutto i contratti a termine e restano stabili quelli a tempo indeterminato: come abbiamo già osservato è probabile che che le aziende stiano aspettando l’anno nuovo per assumere a tempo indeterminato con la decontribuzione prevista dalla Legge di Stabilità (sgravi del 50% per tre anni per nuove assunzioni o trasformazioni a tempo indeterminato per lavoratori con meno di 35 anni). Su questo aspetto poche note: la gran parte delle assunzioni è a tempo pieno; i part time costituiscono il 18,6% dello stock di occupati, esattamente come un anno fa, e tra questi i part time involontari sono 11,3%, un punto sotto il dato 2016. Il part time torna a convergere verso le esigenze di conciliazione vita-lavoro e riveste sempre meno la funzione di strumento salva-occupazione.

 

Aumenta il monte ore lavorato: +0,7% sul trimestre precedente e del + 2,4% su base annua. L’incremento, superiore a quello dei trimestri precedenti, è da ascrivere all’aumento relativo dei contratti a tempo pieno rispetto ai part time. Tuttavia l’aumento delle ore lavorate è superiore a quello del PIL, il che ci segnala ancora una volta che il problema della produttività è ancora centrale ed irrisolto nella nostra economia.

Comunque aumenta anche il monte ore lavorato per dipendente (+0,4%) che, vista la sostanziale parità di prestazioni straordinarie con il 2016, si spiega soprattutto con la diminuzione del ricorso alla CIG.

 

Un segnale importante viene da due indicatori specifici: l’andamento della somministrazione di lavoro in rapporto al numero totale dei dipendenti e i posti vacanti nelle imprese confrontati con l’indice di disoccupazione. Statisticamente il primo precede di circa tre trimestri i movimenti analoghi, in crescita o diminuzione, del dato dell’occupazione; il secondo ha la una correlazione inversa col tasso di disoccupazione, anche se in tempi normalmente più lunghi. Il rilevamento ISTAT ci dice che a Settembre l’indice della somministrazione ha superato del 22,8% quello di settembre 2016, con un differenziale di oltre 19 punti rispetto all’occupazione complessiva (esclusa agricoltura e pubblico impiego); l’indice dei posti vacanti ha raggiunto l’1% della domanda di lavoro (+0,2% rispetto negli ultimi 9 mesi) mentre il tasso di disoccupazione è sceso di 0,4%. La combinazione di questi due dati fa prevedere che l’occupazione crescerà ancora durante il 2018: quanto e in quali forme dipenderà da una serie di input esterni, quali gli incentivi del Governo per l’occupazione.

 

Aumentano moderatamente le retribuzioni di fatto nell’industria e nei servizi di mercato (+0,8% su base annua) e il relativo costo del lavoro per Unità Lavorativa (+1%). La differenza è determinata dalla crescita degli oneri sociali (+1,6%), da ricondurre in buona parte al calo della CIG.

 

La Fondazione Di Vittorio (Il Disagio nel Mondo del Lavoro, Dicembre 2017) segnala l’esistenza di un disagio nel lavoro che si materializza essenzialmente nelle situazioni di chi ha un contratto part time o a tempo indeterminato involontario. A dir la verità i contratti a part time involontario stanno sparendo dai flussi di nuove assunzioni: resta parte di quelli di stock. Però è vero che,  nonostante la crescita, come detto sopra, delle retribuzioni medie, quelle dei contratti a termine restano significativamente più basse. La ricerca della Fondazione osserva che principalmente le vittime di questa situazione sono giovani, donne, meridionali, stranieri e con basso titolo di studio. Non è che sia proprio una novità! Ma, a parte una valutazione di merito che faremo dopo, è interessante notare che i numeri stessi della ricerca indicano che l’area del disagio lavorativo ( part time involontario  e contratti a termine involontari) sta cessando di crescere: nell’ultimo anno è leggermente diminuita al Nord e rimasta fera al Sud; in particolare è diminuita per le donne, probabilmente a causa del contrarsi del part time involontario. E’ probabile che complessivamente l’area di disagio sia destinata a ridursi, anche se con tempi più lunghi della disoccupazione generale: d’altra parte si tratta di un segmento di forza lavoro che per le sue caratteristiche di scarsa professionalità è comprimibile e flessibilizzabile senza grossi problemi da parte delle imprese. Non a caso la sua massima concentrazione è nei servizi alla persona e alla collettività, nelle attività turistiche e nell’agricoltura, dove c’è più spazio per la mano d’opera generica.

Si tratta di un problema che è difficile risolvere a colpi di obblighi e di divieti, e che richiede piuttosto interventi sul piano della formazione del capitale umano. Argomento del resto ormai prioritario perchè la quarta rivoluzione industriale promette di trasformare in profondità il Mercato del Lavoro.

 

Milano, 13 dicembre 2017                                                     (a cura di Claudio Negro)            

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