Giovani

Numeri e realtà. Florindo Rubbettino sui giovani che scappano dal sud – in Il Foglio 9 novembre 2018

C’è un dato che più di tutti induce a riflettere nel rapporto Svimez 2018:

negli ultimi 16 anni hanno lasciato il sud 1.833.000 residenti e di questi la metà sono giovani.

E’ in questa emergenza demografica la spiegazione del nuovo scivolamento del sud nella spirale del ritardo, dell’impoverimento materiale e culturale, nel degrado. La narrazione dominante li rappresenta come delle vittime, dei nuovi emigranti senza altra scelta che quella di lasciare con immenso dolore la propria terra e i propri affetti.

Ma se proviamo a guardare per un istante da una diversa angolazione questo fenomeno ci rendiamo conto che forse una diversa lettura è possibile. Ci si sposta verso altri territori che offrono maggiori opportunità, che riconoscono il valore del merito e per questo sono più appetibili. Ma quei luoghi sono migliori non per delle loro caratteristiche intrinseche ma solo perché i loro abitanti li hanno resi migliori e perché i più bravi non li hanno abbandonati. O almeno non tutti.

Non solo la politica (che non va assolta) ma anche i cittadini hanno le loro responsabilità. Per cambiare i territori e renderli migliori serve anche il loro coraggio, serve affrontare la dura lotta tra i fautori dello status quo e della conservazione e chi vuole il cambiamento. E’ una battaglia feroce che richiede coraggio e determinazione.

Per dirla in una parola, occorre una cultura civica, che sia in grado di opporre al malcostume sedimentato un ambiente in cui la virtù proattiva di singoli e comunità possa fare la differenza.

In che modo?

Anzitutto rifuggendo da qualsiasi tentazione assistenzialista. L’assistenzialismo è la vera ipoteca sul nostro futuro. Questo fenomeno esclude chiunque non voglia trovarsi legato al potente di turno e al medesimo tempo include solo a livello di consorterie avide di benefici e privilegi. Normale che da esso si voglia fuggire, cercando un altrove.

Proviamo a immaginare cosa succederebbe se anziché fuggire si ingaggiasse questa sfida inedita ed epocale. Cosa succederebbe se chi potesse scegliere restasse nei luoghi e nelle postazioni dove si può innescare il cambiamento? Se si provasse a invertire questo trend negli atenei del sud, nei centri di ricerca, nella sanità, se si fondassero think tank, cooperative sociali, imprese, start-up, dedicandosi all’agricoltura 4.0, alla valorizzazione del turismo e della cultura, alla manifattura senza invocare a ogni piè sospinto anacronistici “aiuti dall’alto”?

Questa nuova classe di “colonizzatori” delle proprie stesse terre avrebbe contribuito a creare un contropotere ai mediocri, ai parassiti, ai furbi che si annidano ovunque, ma soprattutto avrebbe costruito delle traiettorie di futuro per sé e per gli altri. E darebbe manforte ai pochi che oggi provano a farlo e soccombono regolarmente.

Restando si contribuirebbe a costruire argini, contro le mafie, le burocrazie ottuse e arroganti, la politica inconcludente, contro il disinteresse e la superficialità diffuse. Va da sé che ognuno è libero di scegliere altre strade se non troverà la forza di combattere e se l’incertezza prevarrà sul coraggio. Dovrebbero però risparmiare le prediche a distanza e “l’ogni volta che ritorno mi piange il cuore”.

Perché il cuore piange a chi combatte sul campo in solitudine e sa che se si serrassero le file, la battaglia sarebbe vinta.

Florindo Rubbettino

da Numeri e realtà. Rubbettino contro la lagna dei giovani che scappano dal sud – Il Foglio

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