Eutanasia, di Stefano Montefiori, in Corriere della Sera; Rinascimento, di Giuliano Ferrara, in Il Foglio 7 apr 2021

Parigi. Una nuova legge per garantire «un’assistenza medica che permetta, attraverso un aiuto attivo, una morte rapida e senza dolore, per qualsiasi persona capace e maggiorenne, nella fase avanzata o terminale di una malattia grave e incurabile». Comincia domani all’Assemblea nazionale un dibattito cruciale sull’eutanasia, a partire dalla proposta formulata dal deputato ex socialista Olivier Falorni, che spera nella capacità del parlamento di mostrarsi autonomo rispetto al governo, molto cauto sull’argomento.Ma alla vigilia della discussione, il celebre scrittore francese Michel Houellebecq interviene con un duro testo contro l’ipotesi di legalizzare, sia pure in presenza di precise condizioni, l’eutanasia. Come sua abitudine, Houellebecq non si nega un po’ di umorismo amaro — «Mi vedo benissimo a chiedere di morire giusto nella speranza che mi rispondano “ma no dai, resta con noi”; sarebbe decisamente nel mio stile» — ma l’articolo pubblicato ieri dal Figaro è una critica molto profonda a quello che per lo scrittore di Sottomissione (pubblicato in Italia dalla Nave di Teseo) rappresenta un altro segno di decadenza della società francese.Il deputato Falorni spera di raccogliere una maggioranza trasversale visto che i partiti hanno lasciato libertà di coscienza ai loro parlamentari. La formazione di Macron, La République en Marche, è tendenzialmente contraria, per ragioni spiegate dal ministro della Sanità, Olivier Véran: intanto giudica il momento inopportuno, in piena crisi sanitaria; poi la legge Leonetti del 2005 è stata già modificata nel 2016 estendendo i diritti di scelta dei malati, e non è passato abbastanza tempo per giudicarne l’efficacia; infine, e questo è il motivo più importante, molti nella République en Marche pensano che la legge attuale, la Claeys-Leonetti appunto, sia già sufficiente a gestire nel migliore dei modi la grande maggioranza dei casi, riconoscendo un «diritto alla sedazione profonda e continua fino al decesso per le persone destinate alla morte a breve termine». Sulla base della legge attuale nel luglio 2019 Vincent Lambert, in stato vegetativo dal 2008, era stato accompagnato alla morte suscitando già allora la reazione indignata di Houellebecq.Dopo l’ultimo romanzo Serotonina, Houellebecq aveva annunciato una sorta di ritiro dal dibattito pubblico, proprio lui che è amato anche per la capacità di individuare prima e meglio di altri i movimenti in atto nella società. Ma aveva precisato che sarebbe uscito dal silenzio «in caso di urgenza morale grave, per esempio una legalizzazione dell’eutanasia (non penso che se ne presenteranno altri, nel tempo che mi resta da vivere». L’intervento di Houellebecq arriva quando l’esito del dibattito si preannuncia incerto, nonostante la posizione sfavorevole del presidente Macron e del suo governo.I due schieramenti citano ognuno un sondaggio a conferma della proprie posizioni: c’è quello Ipsos del marzo 2019, secondo il quale il 96% dei francesi pensano che «il diritto all’eutanasia dovrebbe essere inquadrato e reso possibile in caso di sofferenza grave e incurabile»; e quello più recente, l’Ifop del 10 marzo scorso, per il quale solo il 24% dei francesi farebbe ricorso all’eutanasia.Una vicenda che ha fatto discutere è quella di Paulette Guinchard, ex segretaria di Stato per gli anziani nel governo di Lionel Jospin, che nel 2005 si era pronunciata contro l’eutanasia: il 4 marzo scorso è andata a morire in Svizzera, scegliendo di ricorrere al suicidio assistito. Prova, secondo Falorni, che il parlamento dovrebbe concedere questa possibilità a tutti, anche a chi non è in grado di aggirare la legge andando in Svizzera.Michel Houellebecq è giudicato da molti il più grande scrittore francese vivente, e la sua presa sulla società francese è riconosciuta anche da Macron, che nell’aprile 2019 ha tenuto a conferirgli personalmente la Legion d’Onore con una cerimonia all’Eliseo. Per questo il suo giudizio ha una rilevanza politica, in particolare nel suo appello finale: «Quando un Paese — una società, una civiltà — arriva a legalizzare l’eutanasia, ai miei occhi perde qualsiasi diritto al rispetto. Diventa allora non solamente legittimo, ma anche auspicabile distruggerlo, affinché qualcos’altro —un altro Paese, un’altra società, un’altra civiltà — possa sostituirlo».Stefano Montefiori

Quasi incredibile, ma è così. L’Assemblea nazionale, in Francia, discute oggi una legge per assicurare il diritto alla morte dei vecchi o dei malati terminali in preda a sofferenza. Oggi. E tutti abbiamo saputo che la grande scrematura dei vecchi, nella stagione pandemica, è divenuta come previsto una realtà, basta esaminare il macabro “sollievo” che ne deriva ai bilanci degli enti di previdenza. Al tempo stesso, ci gloriamo di una battaglia per la vita, preminentemente dei vecchi, che ci ha costretti a immensi sacrifici in nome anche e sopra tutto della loro salute, consideriamo l’ostinazione contro un virus che colpisce la vita dei vecchi in larghissima misura come una conquista di civiltà, una prova di compassione, una misura di razionale equilibrio di società aperte, pulsanti, proiettate verso il futuro ma preoccupate di onorare passato e memoria nelle generazioni. Noti economisti e socio-antropologi come Jacques Attali e Alain Minc, secondo quanto denunciava due giorni fa sul Figaro Michel Houellebecq, si erano posti il problema della scrematura per anzianità e malattia (sinonimi quasi sempre) dell’umanità vivente, e lo avevano risolto mettendo la compassione e il rispetto dietro al criterio dello sviluppo e della vitalità sociale generale, e non per cattiveria, semmai per malinteso senso scientifico del significato di società. Abbiamo respinto con perdite, molte perdite limitate da un grande slancio collettivo, questa concezione cosiddetta libertaria e utilitaristica della vita e della morte in relazione al tempo. Abbiamo stabilito nei fatti che la morte non è né un diritto né un dovere sociale, oltre una certa età in particolare, è un’occorrenza universale che va alleviata quando possibile (ed è quasi sempre possibile) nella zona grigia tra le cure palliative e la rinuncia all’accanimento, il lasciar andare come disdetta e sconfitta. Ma come scritto da un innamorato cinico, e grande aforista, su un muro di Roma a contrasto di una delusione: “La sconfitta non esiste nel cuore di chi se ne sbatte il cazzo”. E c’è chi di tutte queste preoccupazioni, dal giuramento di Ippocrate con il suo divieto di consegnare al veleno e dare la morte anche a chi lo chieda, fino ai mille struggenti argomenti contrari alla definizione di un diritto legale alla morte, se ne sbatte appunto il cazzo. La legge francese parrebbe destinata a non essere votata, per adesso, e dunque a non passare. L’imbarazzo etico è grandissimo, anche per il momento, per la coincidenza tra l’orrenda morte virale e solitaria di vecchi e fragilissimi e il diritto alla morte teorizzato dai falsi illuministi che oscurano il cielo della dignità. C’è una “facoltà”, nel lasciarsi andare e nel lasciare andare, che vince sulla definizione belluina di un “diritto” sociale e di stato, legale, alla rinuncia a vivere. La facoltà è un atto di libertà e di compassione, il diritto legale è la mortificazione di un antico precetto della civiltà umana da oriente a occidente. Belgio, Olanda e Lussemburgo hanno realizzato speditamente quel diritto, e gli eutanasisti francesi si appellano al loro esempio. C’è per adesso, senza illusione, anche l’esempio dell’Italia, dove il diritto giurisprudenziale ha premiato battaglie ed esperienze-limite del militantismo libertario, ma al crocevia di una legge di stato sulla morte non ci siamo ancora troppo avvicinati. Il Financial Times ci loda per l’avanzamento di protezioni e diritti in favore della gig-economy, dei titolari di “lavoretti”; abbiamo abolito la censura; autorizzate le unioni civili; si discuterà di una legge per limitare i danni delle pratiche omofobe salvaguardando la libertà d’opinione sull’omosessualità: con tutto questo parlare e straparlare di nuovo Rinascimento, tutto sommato teniamoci l’eredità serpeggiante, anche nelle nostre rinunce a legiferare su tutto, del nostro piccolo residuo umanistico.Giuliano Ferrara

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