PSICOLOGIA, PSICANALISI

“Change” o delle difficoltà di Luigi Cancrini, in Rinascita n. 48 , 6 dicembre 1974

“Change” o delle difficoltà

di Luigi Cancrini, in Rinascita n. 48 , 6 dicembre 1974

Raccogliendo l’eredità del gruppo di­retto da Gregory Bateson ed alla cui attività parteciparono D. D. Jackson e Jay Haley, gli autori in questo libro Watziawick. J. H. Weakland, Fisch, Change, Astrolabio, Roma 1974; pag. 171. L. 3 400), discutono i dati ot-tenuti nel corso di un lavoro di 10 anni presso il Brief Therapy Center di Palo Alto in California.

Centrato sull’analisi delle situazioni in cui viene richiesto l’aiuto dello piSchiatra o dello psicoterapeuta e delle mosse utili a modificarle, il lavoro di Watzlawick, Weakland e Fish non viene tuttavia presentato come un insieme di informazioni sulle tecniche utilizzate da questi studiosi. Tutto al contrario, esso viene inquadrato in uno sfondo teorico di estrema originalità e com­pattezza: il libro che ne nasce è, al pari di Pragmatica della comunicazio­ne umana (Astrolabio 1971) che lo pre­cede di alcuni anni, il frutto di un connubio assai felice fra il bisogno prepotente di fatti (caratteristico di tanta letteratura americana) e l’esigen­za di un’adeguata cornice concettuale (tanto spesso trascurata in quella stes­sa letteratura).

Contribuiscono indubbiamente a tale risultato le strade percorse, nella loro formazione, da studiosi di estrazione culturale assai diversa: ciò che sem­bra essenziale, tuttavia, per la fortu­na del libro, è la coerenza con cui esso sviluppa, a proposito di un’esperienza concreta di studio e di lavoro, la possi­bilità di affrontare senza pregiudizi di tipo psichiatrico « tradizionale » l’anali­si delle situazioni di difficoltà interper­sonali. Guardando ad esse come ad un tutto e lasciando tra parentesi gli at­tori che danno loro vita, si ha modo di scoprire infatti che esse hanno, ol­tre che delle origini (destinate spesso a restare sconosciute o comunque im­modificabili), anche una storia, fatta di tendenza all’equilibrio, ed un potenzia­le evolutivo che è compito del terapeu­ta isolare ed attivare. Muovendosi al­l’interno di un fronte sempre più va­sto di autori delusi dalla sostanziale inutilità del modello medico del di­sturbo psichiatrico, Watzlawick, Weak­land e Fish rinnovano dunque in pra­tica la proposta di Laing e di molti altri moderni « antipsichiatri » interes­savi all’edificazione di un discorso con­creto di rinnovamento dei modi in cui l’operatore psichiatrico risponde alle esigenze di eh; gli chiede aiuto.

Ho già discusso su Rinascita il signicato politico potenziale di questo in­sieme di discorsi. Riferendomi più in particolare a Change tenterò ora di riassumere in sei punti il contributo che questo libro dà alla sua edifica­zione.

1. Il primo riguarda la possibilità di guardare alle situazioni di competen­za psichiatrica come ad una parte definita culturalmente delle situazioni umane problematiche. Riducendo a slogan il loro discorso su questo punto, diremo dunque che gli autori di Chan­ge sono ben consapevoli di come, in psichiatria, il problema non sia quello di curare un malato ma quello di in­tervenire in una situazione che riguar­da lui e coloro che lo circondano. Che i motivi reali della sofferenza psichia­trica stanno dunque (come il valore di scambio delle merci nell’economia di Marx) nei rapporti che legano le pèr­sone fra di loro e non nelle persone considerate come un fatto ultimo.

2. Il secondo, di estremo interesse teorico, riguarda la possibilità di uti­lizzare, nello studio delle situazioni in­terpersonali di difficoltà, alcuni stru­menti propri della ricerca scientifica più moderna. La teoria dei gruppi ma­tematici di E. Galois e la teoria dei tipi logici di Russel permettono agli autori di discutere con una chiarezza del tutto imprevedibile alcune delle proprietà più complesse di tali situa­zioni.

3. Il terzo punto, su cui mi sembra soprattutto importante richiamare l’at­tenzione degli psicoterapeuti, è quello che riguarda il contesto generale in cui essi svolgono la loro attività. Nata col i compito preciso di curare (cioè di operare dei cambiamenti concreti ed utili ] alle persone che si trovano in difficoltà) la psicoterapia sembra infatti aver i quasi smarrito, anche nelle sue formulazioni più accreditate, questo semplice punto di riferimento. Proponendosi scopi che rasentano l’utopia, essa i finisce spesso per presentarsi infatti t « come un processo senza limiti, forse umanistico, ma più probabilmente inumano per quanto concerne le concrete 1 sofferenze dei pazienti » (pag. 69): in ; quanto tale essa può diventare (come l’esperienza clinica dimostra sempre ; più spesso) la causa più importante del persistere di quei problemi che ne avevano inizialmente richiesto la isti­tuzione. Il richiamo che nasce da questa osservazione è molto importante in un momento in cui sembra stia per aprirsi anche in Italia la stagione della fede cieca nelle psicoterapie. Delusi da una religione cui si affidano sempre di meno, molti intellettuali cominciano a credere infatti nel nuovo vangelo psicoterapeutico e nella possibilità di ottenere per sua intercessione, la felicità che un tempo si collocava solo nel paradiso. Ed è importante ricor-dare allora, con chiarezza, insieme agli tutori di Change, « che i limiti di una psicoterapia umana e responsabile so­lo molto più stretti di quanto generalmente si pensi. Perché la terapia non diventi la patologia di se stessa, essa deve limitarsi ad alleviare la sofferenza; la ricerca della felicità non può essere il suo compito. Dall’aspirina ci spettiamo che ci faccia passare il mal di testa, non che ci faccia venire qualche idea brillante e neppure che ci eviti in futuro altre emicranie. Questo, fondamentalmente, vale anche per la terapia. Quando un discepolo zelante, freneticamente alla ricerca del settori, chiese a un maestro di Zen come fosse l’illuminazione, il maestro rispose: “Tornare a casa e riposare serenamente” (pagg. 70-71). E quando Freud s’interrogò, potremmo aggiungere noi, sui limiti terapeutici dell’analisi, le sue conclusioni furono (in Analisi termina­bile ed interminabile, 1938) quanto mai serie, prudenti ed amare.

4. Questo tipo di riflessione non deve far ritenere tuttavia che Watzlawick ed suoi colleghi siano scettici sull’utilità possibile della psicoterapia. Quello che cirrcola per tutto il libro è, al contrario, ottimismo capace di gettare una luce nuova sulle situazioni psichiatriche di suggerire, sorridendo, che queste non si giovano molto della serietà paludata e immobile in cui le si immerge abitualmente nel tentativo di « curarle ». E che, tuttavia, molto c’è da fare per risorverle da parte di esperti tesi ad utilizzare tutto il loro potenziaale di osservatori intelligenti ed appissionati in un lavoro che riconosca suo scopo essenziale nel cambiamento. Dialetticamente ricostruibile, la situaazione di difficoltà interpersonale è dunque anche utilmente modificabile i parte di chi è in grado di offrirle la soluzione adeguata. Legato alla situazione che esso stesso aveva inutilente tentato di modificare, il sintomo sompare perché non serve più: così, la pratica clinica dà una prova decisiva della validità di un’interpretazione interpersonale cui viene tanto spesso rivolta la critica di superficialità e faciloneria.

5. Esaminata in sé la categoria della situazione interpersonale di difficoltà quella, ad essa collegata, del cambiamento si estendono molto al di là dello studio dello psichiatra. Ciò significa in pratica che i problemi affron­tati in questa sede e quelli affrontati molte altre situazioni (la vitaquotidiana dei « sani »; il tribunale; la diplomazia; la politica, ecc.) presentano fra loro analogie molto più importanti di quello che comunemente si crede.

Che lo psicoterapeuta possa utilizzare la sua esperienza di lavoro per discutere alcune di queste situazioni è dunque perfettamente lecito. Che acca­de il contrario, tuttavia, lo è ugualmen­te, e qui sta una tesi di fondamentale interesse del movimento per una nuo­va psichiatria: l’aiuto che può venire dal profano, dai « terapeuti » naturali, in certi casi della concatenazione ca­suale di avvenimenti imprevisti al la­voro terapeutico con gli individui in difficoltà è stato finora sistematica­mente sottovalutato da ricercatori im­pegnati a difendere la loro fondamen­tale insicurezza attraverso un disposi­tivo complesso di tecniche e di termi­nologie incomprensibili quanto il lati­no dei preti. La necessità di ottenere una partecipazione degli utenti al fun­zionamento del servizio, la riduzione delle distanze fra il tecnico ed il pro­fano sono conseguenze semplici di que­sto modo nuovo d’impostare il proble­ma. Da un punto di vista teorico, d’al­tra parte, il suggerimento che ne nasce è quello di considerare come fittizio molte delle separazioni con cui la cul­tura tradizionale ha diviso in settori i problemi da affrontare a proposito dell’uomo e della sua vita associativa: la proposta di un modello interdiscipli­nare del tipo di quello proposto dalla teoria generale dei sistemi risulta no­tevolmente chiarita e rinforzata dal­l’insieme delle osservazioni raccolte da­gli autori di Change

6. Prima di concludere vorrei accennare brevemente all’accoglienza che un libro come Change può aspettarsi in Italia.

Bisogna senz’altro prepararsi a veri­ficare, in proposito, che esso raccoglie­rà molte critiche da parte degli « esper­ti » tradizionali del settore. Come mol­ti altri discorsi sulla necessità di rin­novare strutture che hanno a che fare con la distribuzione del potere, esso provocherà infatti « indignazione » é” sorrisi indulgenti di superiorità; la mancanza di rispetto che esso dimo­stra per la tradizione psichiatra e psi­coanalitica ufficiale (ma non per la psi­chiatria e la psicoanalisi in sé) gli var­rà, d’altra parte, accuse di faciloneria e di superficialità.

Prima di lasciarsi andare al piacere rassicurante di tali critiche, gli esper­ti dovrebbero fare bene attenzione però all’analisi dei risultati ottenuti dal gruppo del Brief Therapy Center; essi dovrebbero riflettere, poi, sull’esi­to delle loro terapie e sui risultati che essi hanno ottenuto finora coi loro stessi pazientissimi pazienti. Esperti di una letteratura che parla tanto poco di risultati da far pensare che si trat­ti di fatti quasi irrilevanti, essi non potranno fare a meno di riconoscere allora che il bivio cui sono di fronte è un bivio piuttosto difficile.

Se infatti Watzlawick, Weakland e Fish dicono il vero, il numero di pa­zienti che è possibile aiutare con in­terventi assai limitati nel tempo è molto più alto di quello che essi ave­vano creduto finora e Change è, in que­sto caso, un libro che potrebbe segna­re una svolta decisiva nel loro modo di fare terania. Che poi Watzlawick, Wea­kland e Fish siano dei bugiardi o del­le persone dotate di scarsissimo senso critico è senz’altro possibile: affermar­lo indignandosi « per fede » non sa­rebbe tuttavia altrettanto o più super­ficiale? Per quel che mi riguarda io sono qui preso dalla tentazione irre­sistibile di notare quanto è facile, in psicoterapia, fare discorsi convincenti ma inutili e quanto è più difficile, in­vece, ottenere dei risultati concreti del tipo di quelli ottenuti e discussi dagli autori di Change. Con Shaw si potreb­be ricordare qui, a proposito di tanta straordinaria letteratura psicologica e psicoanalitica, che gli uomini si divi­dono in due categorie: quelli che sanno fare (e che quindi fanno) e quelli che non sanno fare niente (e che perciò scrivono o insegnano).

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