Luciana QUAIA, Riflessioni su RSA , ANZIANI e FAMILIARI al tempo del coronavirus. Covid-19 e scenari della psiche, Testo e Audio, 27 ottobre 2020

per ascoltare l’ AUDIO:

Riflessioni su Rsa, anziani e familiari al tempo del coronavirus

Covid-19 e scenari della psiche

Per parlare degli effetti psicologici del coronavirus sugli anziani istituzionalizzati, occorre fare alcune premesse.

Ormai l’abbiamo imparato: c’è una soglia di non ritorno valicata la quale il contagio non evolve più in modo graduale, ma la sua corsa riprende a ritmo frenetico, distanziando ogni tipo e intento di tracciabilità. Questa soglia riporta in auge il drammatico momento della sensazione di perdita di gestione e controllo.

Un organismo la cui dimensione è di circa 0,00008 mm. sta dimostrando una fantastica capacità di adattamento alla nuova specie su cui ha deciso di “saltare”: ne condivide l’amore per l’assembramento, per il viaggio, per la velocità … scegliendo un mezzo di trasporto comune a tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza, di religione o cultura, il RESPIRO.

Questa forzata convivenza sta esercitando un’ulteriore forma di contagio, meno controllata dai numeri statistici, ma certamente più diffusa, anche se con sintomi meno evidenti: l’assalto alla nostra psiche.

Proviamo a considerare almeno cinque fattori impegnati a minare il nostro assetto psicologico. Li ho definiti come “Le cinque I”.

La prima I è:

Invisibilità: qualcosa che non si vede non può essere evitata. Scorretto dire che si ha paura del virus, perché la paura è un’emozione di difesa ed ha la positiva funzione di segnalare un pericolo; proprio per questo necessita di un oggetto determinato, concreto, visibile, dal quale prendere distanza per eluderlo, qualora percepito come pericoloso. Essendo il coronavirus impercettibile, genera un’angoscia di tipo persecutoria, poiché non si sa dove cercarlo e quindi, qualsiasi persona, luogo, oggetto possono essere fonte di contagio. Tutto diventa potenziale nemico: il vicino di casa, il pulsante dell’ascensore, il corrimano delle scale, i prodotti del supermercato … io stesso, paradossalmente anche se privo di sintomi. In quest’ultimo caso, l’angoscia persecutoria viene rivolta al proprio interno, trasformando il soggetto in untore e, come tale, obbligato ad essere scansato ed isolato.

Ed ecco la seconda I:

Isolamento: da sempre tale termine ci rimanda alle istituzioni totali (carceri e manicomi), destinate a rinchiudere la persona che, per punizione o per pericolosità, veniva allontanata dal tessuto sociale di appartenenza, subendo pesanti privazioni di legami affettivi e di oggetti significativi. Pensando alla popolazione anziana, tutte le ricerche dimostrano che benessere e qualità della vita dipendono in gran parte dalla socializzazione e da relazioni interpersonali sane e attive che incidono con beneficio anche sulla salute mentale e fisica. Le stesse ricerche evidenziano che solitudine ed isolamento possono provocare un declino importante delle funzioni psichiche e cognitive. La pandemia in corso ha di fatto ribaltato tali evidenze e il contatto sociale da fonte di benessere diventa un pericolosissimo e tragico fattore di rischio. Vedremo più avanti quali possibili conseguenze si possono rilevare sugli ospiti della RSA in merito a questa disposizione.

La terza I è relativa a:

Ignoranza: non siamo potenti come pensavamo e siamo incapaci di controllare la Natura nei suoi fenomeni estremi. Rassegnamoci: non esistono ancora specialisti Covid. La scienza non possiede verità assolute o, per lo meno, possono apparire tali finché nuove evidenze dimostrano il contrario. Il progresso scientifico si basa proprio sulle controversie e gli errori. Per questo ci vuole tempo. Anche se i laboratori di ricerca di tutto il mondo mettessero velocemente a punto un vaccino, è necessario successivamente un tempo sufficientemente lungo per valutarne l’efficacia, affinché non risulti più dannoso della sua causa.Sappiamo per certo che la conoscenza è il miglior strumento che ci ha aiutato di fronte ad altri catastrofici eventi, ma per il momento dobbiamo accettare di essere ancora impegnati in un cammino verso una meta. Il fisico Carlo Rovelli considera in un suo articolo: “Adesso stiamo lottando, nel migliore dei modi possibile, per guadagnare un po’ più di vita per i nostri cari e noi stessi. Stiamo aiutando tutti insieme la medicina a fare quello che sa fare: regalarci giorni, anni di vita in più, che non sono un nostro diritto, sono un privilegio che ci stiamo conquistando piano piano con il sapere e la civiltà”.

La quarta I è:

Imponderabilità: la definizione di tale termine è: Impossibilità di essere controllato o definito per mancanza di elementi analizzabili quantitativamente o qualitativamente. Perchè alcuni si ammalano sino a morire, altri solo superficialmente e altri ancora nemmeno se ne accorgono, indipendentemente dall’età? Non esistono risposte certe, si fanno ipotesi su quanto si osserva, ma allo stato attuale alcuni meccanismi restano per l’appunto imponderabili. Esistono molte altre patologie con cui si deve convivere, senza ancora conoscerne l’esatta causa. In questa fase del nostro stare nel mondo ci interessano di meno, eppure anch’esse conducono a morte, forse lo fanno in un modo più discreto. Il coronavirus corre veloce anche nel dimostrarci che la morte esiste, sbattendoci in faccia la sua aggressiva rapidità e la sua totale mancanza di pietà. La nostra psiche torna a fare i conti con la mai sopita, ancestrale angoscia di morte.

L’ultima I è:

Imprevedibilità del futuro che verrà: l’era dell’incertezza. Credevamo di aver superato il momento più tragico, abbiamo trascorso una parentesi estiva illusoria, confidando nella “bontà” del virus e rassicurati da un numero ordinato di contagi, per lo più fermo se non in diminuzione. All’angoscia persecutoria si sta ora affiancando un’angoscia depressiva. Il mondo intero sta vivendo un lutto collettivo per l’abbandono delle proprie sicurezze e per l’incapacità di fare previsioni progettuali. Il perdurare del virus nel tempo ci sottopone a uno stress psicologico incessante poiché continuiamo a rinviare senza scadenze la possibilità di elaborare quanto successo, mentre la sua permanenza massiva ci riporta alla mente ricordi di scene vissute ancora indelebili nella memoria.

Il distanziamento tra familiari e anziani istituzionalizzati

L’accorato appello di restare il più possibile a casa è oggi l’unica certezza che abbiamo per cercare di arginare il dilagare del virus. Se vogliamo convivere con l’intruso, senza soccombere, dobbiamo attingere alla responsabilità individuale e questa responsabilità a sua volta si esercita con la rinuncia a libertà che credevamo inviolabili, al darsi tempo di attesa in un’epoca insidiosa, a imparare a conoscere anche le proprie singole reazioni emotive, perché ognuno dei fattori appena esaminati scatena in ogni individuo reazioni diverse, che a loro volta si ripercuotono sui legami affettivi.

Sicuramente la nuova restrizione dei contatti sociali per tutelare la salute degli anziani fragili è fonte di pesante preoccupazione per le famiglie interessate. Si acuisce nuovamente un sentimento di impotenza e di ansia generalizzata che potrebbe incidere sul nuovo tipo di relazione a distanza consentita dalle videochiamate. Per questo è importante interrogarsi sul come stiamo vivendo questo evento: come sto reagendo a questa situazione”; “che tipo di comportamenti sto attivando?” ;“Sono spaventato, ansioso, arrabbiato, impotente, in colpa…”.

Il passo successivo è quello di non farsi trascinare nel panico dalla cascata di informazioni che riempiono le ore del giorno, ma di considerare i fatti così come succedono nella realtà in cui i nostri anziani vivono e che riguardano non solo il luogo, ma anche le singole caratteristiche di personalità del proprio caro che, è bene sottolinearlo, è colui che di fatto non è mai uscito dall’isolamento. Isolamento che, ribadiamo, nasce dall’esigenza di tutelarlo dal pericolo di contagio e di morte.

In questo clima di tensione, dobbiamo fare leva sulle “positività” che resistono all’attacco della pandemia, considerando quindi alcuni punti:

Non si rilevano diffusioni di segnali allarmistici a livello psicologico:

Più sopra evidenziavo come la separazione dalle relazioni aumenti la possibilità di stati psicologici negativi (depressione, ansia, senso di abbandono, ipocondria). Fortunatamente negli ambienti protetti non sono presenti sintomi campanello di gravi depressioni (inappetenza, con relativo rischio di denutrizione, rifiuto di alzarsi dal letto, con relative conseguenze sul trofismo muscolare, apatia, desiderio di morte).

Certamente gli anziani con cognitività integra riportano un grado di consapevolezza che li rende preoccupati più per la salute dei propri cari che per se stessi, anche se non si escludono casi in cui gli schemi di pensiero diventano autoreferenziali e portano alla luce atteggiamenti ipercritici o di eccessiva attenzione alle proprie condizioni di fragilità.

L’isolamento inteso come rifugio ha il contrappasso nelle molte ore passate in inattività, che ovviamente fanno sorgere noia e solitudine. Ricordiamo che nell’epoca pre-Covid la RSA era luogo di vita inserita molto attivamente nel contesto sociale (volontari, scuole, manifestazioni con le associazioni, mostre, uscite), mentre attualmente gran tempo delle figure educative è impegnato nell’organizzare le videochiamate, affinché un ponte di collegamento non indebolisca l’importante segnale del legame affettivo.

Sul fronte sanitario anziani, operatori e spazi ambientali sono supervigilati e monitorati attraverso l’applicazione periodica di tamponi e continua sanificazione della struttura:i dati epidemiologici ci spiegano che ora è il domicilio ad essere il luogo più pericoloso per la diffusione del virus, perché l’anziano inevitabilmente ha più contatti con i familiari, i quali a loro volta hanno rapporticon la vita esterna e quindi potenzialmente possono diventare fonte di contagio. Nell’RSA inoltre qualsiasi controllo sanitario viene espletato direttamente dal personale medico e infermieristico, senza necessità di prenotazioni o spostamenti che, all’oggi, risultano difficoltosi da effettuare.

La pazienza spesso è una dote intrinseca della persona che invecchia:

Definiamo la parola pazienza:disposizione interiore e atteggiamento di chi sa tollerare a lungo e serenamente tutto ciò che risulta sgradevole, irritante o doloroso.I nostri anziani hanno un’incredibile capacità di autocura, perché l’esperienza della loro lunga vita li ha già sottoposti all’incontro delle perdite, sia nel corpo sia negli affetti, eventi che hanno comportato un continuo lavoro di ristrutturazione della propria condizione per non soccombere alla tragedia del dolore. Non è casuale che nella prima fase molti anziani minimizzassero il fenomeno pandemia, riferendosi a tempi lontani dove la Spagnola e la Guerra erano state prove ben più dure. Ciò non significa che gli ospiti siano esenti da preoccupazioni rispetto alle notizie trasmesse dai telegiornali, ma sanno farvi fronte con pacata rassegnazione e adattandosi ai cambiamenti che le disposizioni ministeriali man mano istituiscono. Citando la pazienza, viene spontaneo parlare della resilienza, il cui significato si riferisce alla capacità umana di saper trarre insegnamento dagli eventi dolorosi. Con un distinguo:resilienza non vuol dire resistere, bensì assorbire. Resistere infatti implica un impatto da contrastare verso qualcosa di esterno (con rischio di rottura), assorbire invece vuol dire accogliere quella criticità e farla diventare parte di noi per mettere in atto tutte le possibili strategie per dominarla.

Persone con decadimento cognitivo: le persone con questa sindrome sono protette proprio dalla malattia, che li costringe a un disorientamento nel tempo e nello spazio e impedisce quindi di memorizzare i tempi di assenza fra un incontro e l’altro. La volontà di chi li accompagna nella vita quotidiana è rimasta quella di sempre, ovvero di facilitare la relazione sia nel reparto, sia nel predisporre le videochiamate che, per coloro che soffrono di demenza, acquisiscono lo stesso effetto sorpresa di qualsiasi oggetto si presenti loro.

Che cosa può fare il familiare per il proprio congiunto?

– Fortunatamente la tecnologia ha già permesso di trovare una parziale soluzione al pesante sacrificio della separazione fisica, grazie all’adozione dei contatti tramite videochiamate. Sempre in campo tecnologico, pur essendo pochi gli anziani che ne possono usufruire (a causa della condizione fisica), per coloro che amano la lettura/musica e hanno la capacità di usare facili strumenti elettronici, possono essere utili lettori cd portatili per l’ascolto degli audiolibri o delle musiche preferite.

– Nelle conversazioni cercare di raccontare la propria vita quotidiana con riferimento a piccoli fatti positivi da condividere riguardanti la cerchia familiare (lavoro, nipoti, animali, cucina)..

– Trasmettere le proprie emozioni senza temerne la commozione (mi manchi, mi dispiace che questo brutto periodo continui, quando penso a ciò mi sento triste): l’anziano ha bisogno di sentirsi ricordato e amato e può, a sua volta, esprimere i propri sentimenti.

– Ricordare qualche particolare momento significativodel proprio passato, magari recuperando qualche foto; ipotizzare piccoli progetti (l’acquisto di un particolare accessorio, trascorrere qualche minuto in occasione di una certa ricorrenza tipo compleanno, laurea di un nipote, ecc.).

– Ricordare che anche gli operatori e i dirigenti della RSA stanno attraversando un periodo di travaglio fortissimo: accanto ai fattori più sopra esaminati si aggiungono la responsabilità di proteggere i propri ospiti e di rispettare con maggior rigore le varie disposizioni volte a contenere i contatti interpersonali. Per chi inoltre svolge ruoli direttivi si sommano altri problemi: garantire la sicurezza con i dispositivi adeguati, prevedere l’adeguata assistenza se dovesse scarseggiare il personale, far quadrare i conti. In tal senso diventa imperativo fare proprio il sentimento della solidarietà: pur nella consapevolezza che il rapporto con il proprio caro è unico, il tempo va calibrato con un sistema organizzativo complesso. Nella certezza che se qualcosa non va, il personale curante avverte immediatamente il familiare, cercare di contenere le richieste non prioritarie, che automaticamente sottrarrebbero tempo prezioso alla cura e all’assistenza degli ospiti.


biografia professionale di Luciana QUAIA:

https://mappeser.com/luciana-quaia/

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