Storia del debito pubblico in Italia. Dall’Unità a oggi, di Leonida Tedoldi e Alessandro Volpi (Laterza), 2021

in Letture.org: «Prof. Alessandro Volpi, […] il debito pubblico italiano ammonta attualmente a oltre 2.600 miliardi di euro, una cifra spropositata: come ha potuto crescere così tanto? “Nella storia italiana il debito pubblico, a più riprese, è servito a finanziare la spesa pubblica nei momenti in cui è cresciuta molto evitando di ricorrere alla leva fiscale. In altre parole, i governi che si sono succeduti, già dagli anni della Destra storica, fino all’età giolittiana e poi durante il fascismo e nel dopoguerra repubblicano, hanno preferito fare ricorso al debito piuttosto che varare vere e proprie riforme del sistema fiscale o limitare la spesa, sia quella per gli investimenti sia quella corrente. Non è certo un caso in tal senso che il mercato finanziario italiano sia nato con l’obiettivo primario di trovare compratori dei fondamentali titoli del debito pubblico”. Quando nasce il debito pubblico italiano? “Il debito nasce già nel 1861, all’indomani dell’Unità d’Italia, quando il neonato Regno deve riconoscere i debiti degli Stati preunitari. Si tratta di una scelta “obbligata” perché tali debiti erano stati contratti in larga prevalenza con le grandi banche francesi e inglesi, legate a Napoleone III e alla politica britannica che erano state decisive nel sostenere il Regno di Sardegna di Cavour e Vittorio Emanuele II contro gli Asburgo. Inoltre, era evidente da subito che lo Stato italiano avrebbe avuto bisogno di fare ulteriore debito, e dunque se non avesse riconosciuto i debiti pregressi non avrebbe più trovato chi fosse disposto a finanziarlo”. Di chi sono le responsabilità di una tale crescita? “Le responsabilità sono molteplici, perché, come accennato, la scelta di ricorrere al debito fu largamente condivisa dalle diverse classi dirigenti che si sono succedute alla guida del Paese. Certo, in alcuni momenti il ricorso al debito è stato maggiore; in particolare durante i conflitti, per sostenere la spesa bellica, e poi a partire dall’inizio degli anni Ottanta, quando dell’utilizzo dell’indebitamento si è largamente abusato, senza tener conto del rapido aumento del costo degli interessi determinato dalla liberalizzazione dei flussi di capitale. Se, infatti, fino agli anni Ottanta, con i vincoli allo spostamento dei capitali e con la possibilità per la Banca d’Italia di comprare i titoli del debito pubblico, i tassi di interesse da pagare per il loro collocamento erano molto bassi, dopo il famoso ‘divorzio’ fra Banca d’Italia e Tesoro e, soprattutto, dopo la piena libertà di circolazione dei capitali, tali tassi sono rapidamente schizzati a due cifre, per fare concorrenza ai titoli del Tesoro degli Stati Uniti. Da allora fino all’arrivo dell’euro, il costo del debito secondario, degli interessi, ha fatto esplodere il debito portandolo sopra il 100% del Pil”» (leggi qui).

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