Manuel Almagro e il therapy-speak
Manuel Almagro, insieme a Carme Isern-Mas, analizza il fenomeno del therapy-speak: l’uso impreciso e superficiale, nella comunicazione quotidiana e sui social media, di parole provenienti dalla psicoterapia e dalla salute mentale. Il fenomeno non è negativo in sé: può aumentare l’alfabetizzazione psicologica e offrire parole a esperienze prima difficili da nominare. Diventa però problematico quando il lessico clinico sostituisce l’osservazione dei fatti, la comprensione delle situazioni e la responsabilità relazionale.[pmc.ncbi.nlm.nih][philarchive]
Un’ambivalenza di fondo
La diffusione del linguaggio psicologico ha almeno una funzione positiva. Espressioni come depressione post-partum, disturbo d’ansia o stress post-traumatico hanno contribuito a rendere riconoscibili esperienze reali e a contrastare il silenzio e lo stigma. Dare un nome a un’esperienza può aumentare la capacità delle persone di comprenderla e comunicarla.
Il problema nasce quando la divulgazione trasforma concetti complessi in etichette rapide. Il linguaggio psicologico appare allora preciso, ma viene utilizzato senza definizioni, contesto e criteri di applicazione. Una parola clinica può così diventare una scorciatoia per descrivere un disagio, giudicare un’altra persona o chiudere una discussione.
I tre rischi principali
1. Autodiagnosi
Il primo rischio riguarda l’applicazione diretta a sé stessi di categorie diagnostiche incontrate sui social, nei video o negli articoli divulgativi. Una persona può riconoscersi in alcuni sintomi o comportamenti e concludere di avere un disturbo, senza una valutazione professionale.
L’autodiagnosi può produrre:
- identificazioni errate o eccessivamente generalizzate;
- ansia e preoccupazione non necessarie;
- ricorso a forme di autotrattamento inadeguate;
- interpretazione rigidamente biomedica del proprio disagio;
- comportamenti di evitamento che possono rafforzare il problema.
Almagro e Isern-Mas sottolineano però che l’autodiagnosi non va liquidata semplicemente come irrazionale. Il riconoscimento di una parola o di una categoria può essere il primo passo per comprendere meglio la propria esperienza e chiedere aiuto. Il punto decisivo è distinguere tra ipotesi interpretativa e diagnosi.[pmc.ncbi.nlm.nih]
Dire «mi riconosco in alcuni tratti descritti come ansia» è diverso dal dire «ho un disturbo d’ansia». La prima frase apre una ricerca; la seconda pretende di chiuderla.
2. Patologizzazione dell’altro
Il secondo rischio consiste nell’attribuire categorie cliniche alle persone con cui si entra in conflitto. Termini come «narcisista», «bipolare», «psicopatico», «depresso» o «tossico» vengono spesso usati come giudizi globali, non come concetti sottoposti a una valutazione professionale.
In questo modo:
- un comportamento sgradevole diventa una «personalità narcisistica»;
- una contraddizione diventa automaticamente «gaslighting»;
- una reazione emotiva viene definita «instabilità»;
- una relazione difficile viene racchiusa nella formula «amore tossico»;
- l’ordine o la precisione vengono confusi con il disturbo ossessivo-compulsivo.
La conseguenza è lo spostamento dell’attenzione dai comportamenti osservabili all’identità presunta della persona. Non si discute più di ciò che qualcuno ha fatto, della sua frequenza o dei suoi effetti, ma di ciò che quella persona «è».
Questo processo può anche produrre una forma di de-pathologization indebita: se parole come «OCD» o «depressione» vengono usate per indicare normali preferenze o momenti di tristezza, la sofferenza di chi vive realmente quel disturbo rischia di essere banalizzata.[pmc.ncbi.nlm.nih]
È quindi più utile dire:
«Ha minimizzato ripetutamente ciò che riferivo e mi ha fatto dubitare dei miei ricordi»
piuttosto che:
«È un gaslighter».
La prima formulazione descrive fatti che possono essere discussi e verificati; la seconda assegna un’identità totalizzante.
3. Erosione del significato delle parole
Il terzo rischio riguarda la perdita di precisione del linguaggio. Quando un termine tecnico viene applicato a un numero indefinito di situazioni, tende a trasformarsi in una parola-jolly.
«Trauma» può indicare qualsiasi esperienza spiacevole; «trigger» ogni emozione intensa; «confine» qualsiasi preferenza personale; «gaslighting» ogni disaccordo; «narcisismo» qualsiasi atteggiamento egoistico.
L’uso eccessivo produce una sorta di guscio linguistico: la parola conserva un’apparenza specialistica, ma perde il contenuto che la rendeva utile. Secondo Almagro e Isern-Mas, questa erosione indebolisce la capacità di comunicare con precisione le esperienze psicologiche e può danneggiare proprio le persone che avrebbero bisogno di quei concetti per descrivere la propria sofferenza.[pmc.ncbi.nlm.nih]
Se tutto è «trauma», diventa più difficile distinguere un’esperienza dolorosa da un evento traumatico in senso clinico. Se ogni conflitto è «abuso», diventa più difficile riconoscere e nominare le situazioni di violenza effettiva.
Il linguaggio come strumento di potere
La tesi più interessante dell’articolo è che il therapy-speak non rappresenta soltanto un problema di correttezza terminologica. Può diventare anche uno strumento di potere.
Chi usa parole cliniche sembra assumere una posizione oggettiva e competente: non sta semplicemente accusando l’altro, ma sembra «valutarlo». In questo modo un giudizio morale o relazionale può essere presentato come una descrizione neutrale.
Il lessico terapeutico può servire a:
- screditare la testimonianza dell’interlocutore;
- sottrarsi alla responsabilità delle proprie azioni;
- interrompere il confronto («sto proteggendo i miei confini»);
- trasformare una richiesta di controllo in una pratica di autodifesa;
- attribuire all’altro il ruolo di persona malata o problematica.
Un esempio discusso dagli autori riguarda l’uso della parola «confini» per legittimare richieste rivolte al partner. Un confine, propriamente, indica un limite che una persona pone alle proprie azioni e alla propria disponibilità; non dovrebbe diventare un modo per governare il comportamento altrui.[pmc.ncbi.nlm.nih]
La formula «questo è il mio confine» può dunque significare due cose molto diverse:
- «Se accade ancora, io mi allontanerò»;
- «Tu non devi fare questa cosa».
Nel primo caso si esprime una responsabilità su di sé; nel secondo si può nascondere una pretesa di controllo.
Una regola di buona comunicazione
La risposta non consiste nel rifiutare il linguaggio psicologico né nel sorvegliare ogni parola. L’obiettivo dovrebbe essere un uso più responsabile e contestualizzato dei termini.
Una buona regola è questa:
Prima di diagnosticare una persona, descrivere il comportamento; prima di usare una categoria clinica, verificare se aggiunge davvero precisione; prima di applicare un’etichetta all’altro, chiedersi quale effetto produce nella relazione.
In pratica, conviene:
- distinguere tra emozione, comportamento, tratto e disturbo;
- parlare di episodi concreti, non di identità immutabili;
- usare formule probabilistiche: «mi chiedo se», «mi riconosco in», «vorrei approfondire»;
- evitare diagnosi a distanza;
- non usare il lessico clinico per vincere una discussione;
- ricorrere a un professionista quando il disagio è persistente, intenso o compromette la vita quotidiana.
La questione posta da Almagro non è quindi «psicologia sì o psicologia no». È piuttosto una questione di alfabetizzazione psicologica critica: possedere più parole per comprendere l’esperienza, ma anche sapere che ogni parola ha confini, condizioni d’uso e conseguenze sociali.
Riferimento principale
Carme Isern-Mas e Manuel Almagro, “Unmasking Therapy-Speak”, Theoretical Medicine and Bioethics, 2025, DOI: 10.1007/s11017-025-09730-5. L’articolo è disponibile in accesso aperto su PubMed Central.[pmc.ncbi.nlm.nih][philarchive]
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