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SANITA’, ASSISTENZA e Non Autosufficienza, Le proposte di CGIL, CISL e UIL della Lombardia, 26 luglio 2010

SANITA’ e ASSISTENZA

Le proposte di CGIL, CISL e UIL della Lombardia

Il 26 luglio 2010  si e’ tenuto un incontro, chiesto dalle confederazioni regionali

sindacali CGIL CISL UIL insieme al sindacato unitario dei pensionati e della

sanità, con l’Assessore alla sanità della Regione Lombardia

Le  scelte  che  Regione  Lombardia  opererà  a  seguito  della  riduzione  dei  trasferimenti  di

risorse  alle  Regioni  a  partire  dal  2011  contenuta  tra  gli  interventi  previsti  dalla  recente

manovra economica del Governo, non devono compromettere la funzionalità del sistema

sanitario  regionale  e  la  capacità  di  rispondere  ai  bisogni  di  prestazioni  e  cure  richieste

dalla  popolazione  della  nostra  Regione,  tanto  più  in  considerazione  delle  modifiche

apportate  dal  maxi  emendamento  che  ha  già  incassato  l’approvazione  al  Senato,  che

indirizza  la  definizione  dei  criteri  di  riparto  e  allocazione  delle  riduzioni,  da  adottarsi  in

Conferenza  Stato-Regioni,  anche  con  espresso  riferimento  al  contenimento  della  spesa

sanitaria.

A questo proposito riteniamo che si debba invece proseguire il percorso di qualificazione

dei servizi ed attività sanitarie e socio sanitarie, sia in termini di quantità che qualità dei

servizi offerti, al fine di promuovere la tutela della salute e benessere sociale dei cittadini,

confermando innanzitutto le risorse oggi garantite dal FSR.

L’accordo Stato-Regioni sulla riduzione dei posti letto ospedalieri  prevede in Lombardia la

chiusura entro il 2012 di ben 5400 posti letto; tale prospettiva interroga profondamente sul

modello  futuro  a  cui  dovrà  tendere  la  sanità  lombarda,  in  primis  riducendo  la  parte  di

risorse  destinate  alla  cura  in  struttura  ospedaliera   per  indirizzarle  sulla  fase  di  intercetto

delle  patologie  e  sulla  loro  prevenzione  e,  in  parallelo,  per  la  diffusa  implementazione  di

servizi di cura e assistenza sanitaria in un più ampio contesto di domiciliarietà.

Attualmente in Lombardia vi sono più di 900.000 ultra-settantacinquenni; la previsione, per

i prossimi anni, è di un incremento annuo di circa 28.000 persone.

Non  solo  gli  anziani  sono  in  aumento,  ma  è  anche  notevolmente  cambiata  la  loro

condizione  di  vita.  Sul  piano  sociale  queste  trasformazioni  demografiche  hanno  prodotto

una  conseguente  rivoluzione  della  domanda  e  la  necessità  di  ripensare  le  politiche  del

welfare  socio-sanitario;  si  è  verificato  un  cambiamento  nella  richiesta  di  cure:  dalle  cure

intensive  necessarie  nelle  fasi  acute  delle  patologie,  alle  cure  continuative  nelle  diverse

condizioni di fragilità.

Occorre  una  “rivoluzione”  complessiva  del  sistema  dell’offerta  sanitaria,  sociosanitaria  e

sociale  a  supporto  della  non  autosufficienza,  così  come  una  maggiore  attenzione  a

realizzare  una  presa  in  carico  “globale”  delle  persone,  di  diverse  età,  in  condizione  di

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disabilità. Certamente, all’interno di una revisione strutturale dell’intero sistema di welfare,

questo è uno tra i settori più delicati e strategici.

Nel  momento  storico  che  stiamo  attraversando  è  indispensabile  qualificare  ulteriormente

l’area  sociosanitaria  che  si  occupa  di  “long  term  care”,  prevedere  interventi  per  dare

maggior appropriatezza all’offerta, puntare sull’integrazione delle risorse, sia economiche

che professionali, a livello territoriale e su un nuovo coinvolgimento dell’associazionismo,

del volontariato e del terzo settore, che faccia perno su un ruolo di integrazione tra servizi

con  un  forte  ruolo  del  pubblico  nel  coordinamento  e  controllo  dei  servizi  offerti,  non

rinunciare definitivamente anche alla gestione diretta.

Occorre individuare modalità diverse di risposta alla cronicità, tenendo sempre al centro la

persona,  la  famiglia  e  la  qualità  delle  cure  erogate,  riaffermare  la  centralità  del  territorio

nella  cura  e  nell’assistenza  della  non  autosufficienza  e  delle  patologie  cronico

degenerative, riconoscendone tutta l’importanza anche attraverso la messa a disposizione

di risorse sanitarie adeguate.

Di fatto è da rivedere in termini di efficacia, efficienza e appropriatezza quanto sino ad ora

realizzato in funzione di una domanda emergente e in continua evoluzione ed espansione,

ripensando l’assistenza sanitaria nell’ottica dei percorsi di cura in grado di garantire quelle

cure continue che stanno alla base di ogni bisogno della persona fragile.

In  tal  senso,  il  sistema  sanitario  non  può  che  essere  partner  indispensabile  del

sistema sociale e socio-sanitario per la costruzione di questi percorsi.

Qualsiasi scelta non potrà generare  un ulteriore peso economico per le famiglie, che, alla

luce  dei  dati  attuali  sulla  crescita  della  compartecipazione  in  capo alle  famiglie  lombarde

nei costi dei servizi, risulta essere più elevata che in altri contesti regionali. A nostro avviso

va invertita la tendenza.

A tale proposito è necessaria una verifica sull’evoluzione numerica e territoriale dei posti

letto  di  medicina  generale  e  di  geriatria  negli  ospedali  lombardi,  al  fine  di  una  compiuta

analisi  sulla  necessità/opportunità  di  aumentarne  il  numero  e  la  diffusione  territoriale,

invertendo  la  tendenza  messa  in  atto  negli  scorsi  anni,  dove  di  ogni  due  posti-letto  di

geriatria è avvenuta la conversione in un posto-letto di specialistica.

E’  sempre  più  urgente  la  necessità  di  sviluppare  una  fase  intermedia  delle  cure  tra

ospedale e territorio dedicata alla valutazione delle situazioni più complesse e ad orientare

la persona e la famiglia nei successivi percorsi assistenziali, attraverso la conversione di

posti letto per la realizzazione di strutture intermedie finalizzate:

  • alla riabilitazione, settore oggi non di rado utilizzato impropriamente e mal distribuito

tra diversi territori con alcuni significativi sotto dimensionamenti

  • degli attuali 7500 p.l. ospedalieri di riabilitazione 6500 sono di specialistica, dove la

durata del ricovero si attesta sui 20/23 gg., mentre è circa il doppio nei 1000 posti di

riabilitazione geriatrica

  • occorre  intraprendere  il  percorso  per  invertire  il  rapporto  tra  riabilitazione

specialistica  e  geriatria,  mirando  a  compensare  una  riduzione  di  posti-letto  nella

specialistica con un significativo innalzamento di quelli in geriatria;

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  • alla  stabilizzazione  del  quadro  clinico  con  la  prosecuzione  delle  cure

mediche/infermieristiche  nella  fase  di  convalescenza  e  all’orientamento

assistenziale  che  preveda,  a  seguire,  il  rientro  a  domicilio  o  in  strutture  adeguate,

anche  mediante  una  diffusa  riconversione  dei  piccoli  ospedali  inseriti  nei  diversi

contesti territoriali

  • Al  “buon  morire”  per  le  persone  la  cui  prognosi  prevede  un  breve  tratto  di  vita

successiva alla dimissione ospedaliera, potenziando gli hospice e prevedendo posti

letto in RSA senza carico economico sulla persona e i suoi familiari.

L’obiettivo del 2011 per realizzare una diffusa e efficace implementazione delle cure

intermedie su tutto il territorio regionale non è procastinabile

A tal fine, essendo in atto da tempo la sperimentazione di alcuni posti di cure intermedie,

è indispensabile una approfondita analisi degli esiti ad oggi prodotti, che tenda, tra l’altro,

ad accertare:

  • Numero di posti letto sperimentati
  • Luogo di sperimentazione: territorio, RSA, aziende ospedaliere
  • Organizzazione, con particolare riferimento a:

o  Numero di posti in ogni territorio

o  Personale addetto

o  Tipologie professionali

o  Responsabile della gestione

  • Figure/strutture invianti presso il servizio di cure intermedie (primario, MMG, RSA)
  • Durata media della degenza in p.l. cure intermedie
  • Prevalenti tipologie dei pazienti (in rapporto alle problematiche presentate)
  • Età media dei ricoverati in p.l. cure intermedie
  • Destinazione post-dimissione da p.l. di cure intermedie: domicilio, RSA, Ospice,

Azienda ospedaliera, Centro riabilitativo

  • Percentuale di decessi (in posti letto di cure intermedie, entro un periodo pre-

determinato da dimissioni in cure intermedie)

  • Diffusione dell’informazione sull’esistenza e il servizio di p.l. cure intermedie (da

MMG, da RSA, da ospedali riabilitativi)

  • Analisi della sinergia in essere tra M.M.G, Ospedali, R.S.A.. e responsabili p.l. cure

intermedie (protocolli operativi, ecc.)

  • Spesa sostenuta per le cure intermedie

Se una persona fragile, ricoverata in una struttura ospedaliera, terminata la fase di acuzie,

o  il  periodo  di  permanenza  in  cure  intermedie  o  riabilitative,  necessita  ancora  di  cura  ed

assistenza continuativa,  deve SEMPRE essere possibile richiedere le dimissioni protette,

ossia una serie di interventi di prossimità in rete che consentono di preparare e sostenere

il tessuto familiare  prima che il paziente rientri  al proprio domicilio.

Oltre  al  medico  ospedaliero,  che  ha  in  cura  la  persona,  il  personale  infermieristico

responsabile deve essere tenuto -e perciò adeguatamente formato- per dare informazioni

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corrette  e  complete  e  spiegare  compiutamente  la  procedura.  In  ogni  struttura  deve

funzionare  efficacemente  un  servizio  sociale  ospedaliero,  anche  in  collegamento  con  la

rete territoriale.

I  protocolli  devono  rendere  obbligatorio,  dando  informazioni  tempestive            alla  famiglia,  la

probabile data di dimissione  per organizzare anticipatamente e con tempestività la ricerca

di  servizi  territoriali  che  siano  in  grado  di  dare  sostegno  ed  assistenza  appropriati  e

continuativi a domicilio quando la persona ricoverata verrà dimessa.

In caso contrario i protocolli e la prassi devono garantire il diritto della persona e della sua

famiglia  ad  essere  dimessa  dall’ospedale  solo  quando  si  sia  potuto  organizzare

efficacemente l’insieme di azioni che caratterizzano le c.d. dimissioni protette.

Va  resa  pertanto  effettiva  per  tutte  le  strutture  sanitarie  l’obbligatorietà  dei  protocolli  di

dimissione  protetta  al  fine  di  garantire  la  continuità  delle  cure,  soprattutto  in  fase  di

dimissione ospedaliera, sia dai reparti che dal Pronto Soccorso, così come, per garantire

la continuità delle cure nel sistema socio-sanitario e sociale, occorre rendere obbligatori i

protocolli di trasferimento tra le diverse unità d’offerta.

A tal fine è evidente la necessità di “mettere in rete” i diversi soggetti del sistema sanitario,

socio-sanitario  e  sociale  per  sviluppare  un  sistema  informativo  che  favorisca  un

“linguaggio  omogeneo”  tra  i  diversi  soggetti  della  rete  e  una  raccolta  uniforme  dei  dati;

sistema  alla  cui  realizzazione  il  sindacato  confederale  è  ben  disponibile  a  dare  il  proprio

contributo.

Per garantire la continuità delle cure e della presa in carico occorre che i CeAD, istituiti per

coordinare l’impiego di tutte le risorse e tutti gli interventi sociosanitari e sociali in ambito

domiciliare,  diventino  pienamente  operativi  in  tutti  i  distretti  delle  Asl.  E’  un  importante

servizio che consente alle persone di evitare il disagio del peregrinare da un ente all’altro

offrendo  loro  direttamente  tutte  le  risposte  necessarie  e  organizzate.    Un  luogo  dunque

dove  trovare  operatori  e  professionisti  che  sappiano  accompagnare  e  sostenere  nelle

diverse e numerose problematiche le persone e le famiglie nel prendersi cura dell’altro.

E’  perciò  indispensabile  che  anche  l’Assessorato  alla  Sanità,  attraverso  le  ASL,

investa su maggiori, nuove e appropriate professionalità e sulla qualità del servizio

dei CeAD, per realizzare una vera, costante e completa presa in carico della persona

e della famiglia.

E’ necessario operare con sollecitudine per mettere il CEAD davvero al centro della rete

di  servizi  presenti  e  operanti  nel  distretto  (M.M.G.,  Ospedale,  servizi  in  capo  all’ASL,

servizi  in  capo  ai  Comuni,  RSA,  CDI,  CDD,  P.L.di  sollievo),  investire  su  una  efficiente  e

moderna rete informatica dialogante e strutturata tra i vari attori di cui sopra, che coinvolga

pienamente  tutte  le  strutture  e  figure  sanitarie,  realizzare  momenti  di  formazione  e

aggiornamento a favore dei soggetti che costituiscono la rete per educare e migliorare la

relazione  e  il  flusso  di  informazioni,  migliorare  notevolmente  diffusione,  ricezione,

accessibilità,  comprensibilità,  concretezza  e  semplicità  dell’  informazione  alle  famiglie,

partendo  dalla  esemplificazione  della  più  ricorrente  casistica  “vissuta”  realmente  nel

quotidiano.

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L’evoluzione  dei  CeAD  deve  essere  accompagnata  da  un  costante  monitoraggio

congiunto dei due assessorati interessati, tendente ad accertare la progressiva e costante

implementazione della presenza e del buon funzionamento di CeAD in ogni distretto.

In particolare per ogni struttura di CeAD è necessario che siano definiti:

  • Orari di attività
  • Orari di accesso del pubblico
  • Figura/e del Responsabile/i  e relativi Enti di provenienza
  • Accessibilità   al/i   Responsabile/i   da parte del pubblico (orari di presenza)
  • Personale  amministrativo  operante  presso  il  CeAD,  loro  tipologia  (coadiutore,

assistente,  centralinista,  impiegato,  ecc.),  tempi  giornalieri/settimanali  di  presenza

ed  Ente di  appartenenza

  • Figure professionali sanitarie e sociali operanti nel CeAD, loro tipologia (assistente

sociale,        ausiliaria,        infermiere,        o.s.s.,       medico,        psicologo,ecc),         tempi

giornalieri/settimanali di presenza e relativo Ente di appartenenza

  • La figura professionale che prende in carico ogni persona seguita dal CeAD
  • La predisposizione, per ogni persona presa in carico, di una cartella personale con

indicazione  dei  diversi  fattori  di  bisogno,  dei  suggerimenti  forniti,  dei  servizi  ed

interventi  attivati,  delle  figure  professionali  coinvolte,  dei  report  sul  grado  di

soddisfacimento dei bisogni e della loro evoluzione (“diario della presa in carico”)

  • Predisporre modalità per informare la popolazione di riferimento sull’esistenza del

servizio CeAD, nonché le modalità utilizzate (per via cartacea, attraverso manifesti,

volantini,  opuscoli,ecc),  la  distribuzione  alle  famiglie,  ambulatori,  ospedali,  Rsa,

consultori,ecc.,  su  stampa  locale  (quotidiani,  periodici  dei  Comuni,  delle

parrocchie,delle  associazioni,  ecc.),  per  via  radiofonica  o  televisiva  e  con  quale

frequenza.

L’RSA si configura sempre più come un contenitore che fatica ad offrire servizi appropriati

(il  25%  degli  ospiti  presenta  bassi  livelli  di  complessità  assistenziale  mentre  più  del  30%

degli anziani ricoverati presenta livelli di complessità sanitaria molto elevata, così come si

evidenzia sempre più la minor durata di ricovero delle persone).

Da  tempo  le  RSA  denunciano  una  difficoltà  di  sistema  che  deriva  dal  mancato  pieno

riconoscimento della quota a carico del SSN; è necessario pensare a un diverso modello

di  valutazione  della  spesa  sanitaria  nelle  RSA  per  una  sua  diversa  remunerazione,  così

come  il  tema  del  dumping  contrattuale  presente  nel  settore,  determina  condizioni  di

disparità significative con ricadute anche sulla qualità dei servizi.

La Regione è intervenuta a sostegno di alcune patologie, quali COMI e SLA, riconoscendo

la natura prettamente sanitaria della patologia; è necessario  riconoscere questo status ad

altre patologie altrettanto gravi anche attraverso la diversificazione della risposta ai bisogni

complessi  (malattie  neurologiche  degenerative,  stati  vegetativi…)  con  la  riconversione  di

posti letto dedicati e possibile revisione degli standard di assistenza;

Occorre un ulteriore sforzo di riduzione delle LISTE DI ATTESA: tra gli interventi urgenti vi

è  quello  di  pensare  ed  organizzare  una  capillare  ed  efficace  azione  informativa  alla

cittadinanza  al  fine  di  rendere  gli  utenti  pienamente  consapevoli  degli  attuali  tempi  di

attesa massimi previsti da legge e delibere, al fine di garantire la effettiva e consapevole

scelta delle diverse opzioni possibili tra pubblico e privato.

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Un’efficace  azione  di  qualificazione  del  sistema  dei  servizi  sanitari  e  socio–sanitari  è

correlata  ad  una  politica  ampia  e  complessiva  di    qualificazione  progressiva  di  tutto  il

personale coinvolto.

Negli  ultimi  anni  in  Lombardia,  nonostante  le  domande  per  accedere  al  corso  di  laurea

infermieristica siano in crescita, le Università programmano meno posti di quelli richiesti

dalla Regione, problematica che rischia di mandare in grave sofferenza il sistema e che è

presente anche per altre qualifiche, come i tecnici di radiologia e i medici anestesisti.

La  grave  e  cronica  carenza  di  infermieri  nelle  strutture  sanitarie  e  socio  sanitarie

lombarde evidenzia la necessità di una nuova e più incisiva attenzione alla pianificazione

dei  percorsi  universitari,  la  cui  programmazione  va  correlata  all’analisi  e  richiesta  del

fabbisogno delle professioni sanitarie espresse dal sistema.

Per questo crediamo sia necessario un ruolo più incisivo della Regione nei confronti del

sistema universitario.

Uguale  attenzione,  nell’ambito  della  revisione  dei  modelli  assistenziali,  va  dedicata  alla

valutazione del fabbisogno delle qualifiche di supporto all’assistenza (OSS), da collegare

ai percorsi formativi e di riqualificazione, in relazione alle specifiche competenze

Se  gli  indici  di  virtuosità  del  sistema  sanitario  regionale  con  riferimento  al  personale,

presentano  una  performance  superiore  alla  media  nazionale,  poiché  nel  tempo  si  è

sempre più considerata la risorsa umana non solamente  un costo da contenere ma una

leva  strategica  da  utilizzare  e  di  cui  avvalersi,  allora  a  maggior  ragione,  occorre

proseguire e rafforzare il percorso di valorizzazione del personale e delle professionalità

che operano nel sistema, contribuendo al perseguimento di obiettivi di efficienza e qualità

del SSR, anche attraverso il riconoscimento e l’incremento delle risorse regionali dedicate

e collegate alla realizzazione di progetti riferiti a macro indicatori di sistema.

Sono  inoltre  da  favorire  i  percorsi  di  riorganizzazione  del  sistema  delle  cure  e  del

“prendersi  cura”  delineati  dai  punti  contenuti  nel  presente  documento,  integrando  la

valorizzazione del personale pubblico sanitario e socio-sanitario con quella del personale

operante nelle unità d’offerta sanitarie e sociosanitarie accreditate gestite dal privato.

Regione Lombardia dovrà verificare e favorire la piena applicazione dei CCNL, ponendola

quale condizione di accreditamento, tra le altre, per i soggetti privati e del privato sociale.

Ciò anche in considerazione del fatto che, in un sistema sanitario in cui operano aziende

accreditate  sia  pubbliche  che  private,  sulla  base  del  possesso  di  requisiti  definiti  da

norme  regionali  e  nazionali,  percependo  identiche  tariffe  per  le  diverse  tipologie  di

prestazioni  rese  ai  cittadini,  si  deve   evitare  una  competizione  fondata  sul  risparmio  del

costo del lavoro  e il dumping contrattuale; piuttosto favorire la competizione svolta sulla

capacità  di  valorizzare  competenze  e  definire  modelli  organizzativi  capaci  di  rispondere

efficacemente e con qualità alle esigenze e ai bisogni di salute dei cittadini.

In tale prospettiva è necessario che Regione Lombardia favorisca, l’avvio di  un percorso

tendente  a  recuperare  il  cronico  ritardo  con  cui  si  rinnovano  i  Ccnl  della  sanità  privata,

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riallineando  in  tal  modo  le  retribuzioni  di  tutti  lavoratori  che  contribuiscono  al

funzionamento del SSR.

La  miglior  espressione  delle  competenze  e   della  professionalità  del  personale  di  un

settore  ad  alta  specializzazione  qual  è  quello  sanitario  e  socio-sanitario  si  realizza  a

partire  dalla  stabilità  e  continuità  del  rapporto  di  lavoro,  fattori  questi  di  rafforzamento  e

miglioramento della qualità dei servizi.

E’   pertanto  necessario  completare  il  processo  di  stabilizzazione  del  personale  precario

del comparto e della dirigenza degli enti del servizio sanitario regionale, anche per dare

una  risposta  di  garanzia  occupazionale  in  una  fase  caratterizzata  da  grandi  difficoltà  di

tenuta  del  mercato  del  lavoro  nella  nostra  regione,  nell’ottica  di  una  concreta

valorizzazione di tutte le risorse umane operanti nel sistema.

Infine, in un’ottica di verifica dell’ottimizzazione delle risorse, in termini di qualità, efficacia

ed  efficienza  dei  servizi  erogati,  si  pone  oggi  la  necessità  di  fare  il  punto  sulle

sperimentazioni gestionali in atto per valutarne gli esiti.

Milano, 26 luglio 2010

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