Hans Magnus Enzensberger, Quante bugie in nome della crisi – l’Espresso

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Per consentire l’accesso nella Eurozona si sono dovuti inoltre, e sin dall’inizio, allentare a piacere come fossero di plastilina quei criteri economici. E li si è allargati così tanto da permetterne l’accesso anche a paesi come la Grecia e il Portogallo. Paesi ai quali mancavano le prerogative elementari per sussistere nel consorzio monetario europeo.

Del tutto incapaci di ammettere o di correggere gli errori di nascita di questa costruzione monetaria, il regime dei “Salvatori” d’Europa insiste ora per proseguirne a tutti i costi il corso imboccato. La frase che loro ripetono – per cui a tal corso “non ci sono alternative” – nega il potenziale esplosivo derivante dalle differenze sempre più marcate tra le nazioni. Le conseguenze però di queste divergenze ce le abbiamo, e da anni, sotto gli occhi: più che l’integrazione aumentano in Europa le divisioni, i risentimenti, le animosità e le accuse reciproche al posto d’una più profonda comprensione tra i paesi europei.

“Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa!”. E’ con questo slogan assai spiritoso che si prova a convincere un continente con mezzo miliardo d’abitanti a seguire l’avventura di una classe politica completamente isolata. Come se i duemila anni di storia precedente fossero un nonnulla al confronto d’una valuta or ora coniata. Proprio la cosiddetta “crisi dell’euro” dimostra che in realtà non c’è in gioco solo una espropriazione politica dei cittadini, ma che questa conduce logicamente al suo pendant: e cioè, all’espropriazione economica. E’ precisamente nel momento in cui vengono a galla i costi economici di tutta l’impresa che si capisce davvero che cosa essa significhi. La gente a Madrid, ad Atene o a Roma scende in massa a protestare per le strade, solo quando non le resta più nessun’altra scelta. E a simili proteste si arriverà senz’altro anche in altri paesi. 



E’ del tutto indifferente ora con quali e quante metafore la politica tenti di ingioiellare le sue nuove costruzioni: uguale se li si battezzino “Ombrelli” o Bazooka, Eurobond, o Unioni fiscali, bancarie o dei debiti… Non appena emergono le nude cifre dell’impresa, ecco che i popoli si scuotono al volo dalla loro siesta politica. Perché lo intuiscono che, prima o poi, ognuno di loro dovrà pagare per quello che oggi i loro “Salvatori” stanno combinando. 

Il numero delle possibili vie d’uscita risulta, in questa situazione, piuttosto limitato. Il modo più semplice per liquidare i debiti, così come i nostri risparmi, resta sempre l’inflazione. Ma si possono sempre prendere in considerazione anche degli aumenti alle imposte, i tagli alle pensioni e “cut” dei debiti, come in parte già son stati praticati o messi in conto a seconda dei programmi dei vari partiti. Ci sarebbe poi ancora un ultimo, estremo rimedio da considerare: la riforma monetaria. E’ un metodo ben comprovato per punire il piccolo risparmiatore, risparmiando invece le banche, e depennare di colpo gli obblighi nei bilanci statali.

Un’unica, semplice via d’uscita da questa trappola in ogni caso non c’è. Le varie, possibili opzioni sinora ventilate sono state tutte, e con successo, bloccate. Il discorso, ad esempio, di un'”Europa a più velocità” è risuonato invano. Clausole che prevedano una fuoriuscita dall’euro non sono mai state inserite nei Trattati. Ma è in particolare il “Principio di sussidiarietà” che questa politica europea non rispetta: forse perché è un’idea sin troppo evidente per esser presa sul serio. 

Quel principio afferma né più né meno che in ogni comune come in ogni provincia, in ogni Stato nazionale come nelle istituzioni europee, è sempre e solo l’istanza più vicina al volere dei cittadini quella davvero vincolante. E che competenze e poteri debbano essere via via trasferite ad istituzioni superiori solo in ultima istanza, qualora cioè non sia possibile altrimenti. Ebbene, come la storia dell’Unione europea purtroppo dimostra, questo Principio è sempre rimasto lettera morta. Altrimenti l’addio alla democrazia non sarebbe avvenuto così facilmente a Bruxelles. Né l’espropriazione politica ed economica dei cittadini europei sarebbe avanzata sino ai livelli attuali.

da Recessione, la grande bugia – l’Espresso.

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