SICUREZZA, in DELUMEAU JEAN, Vivere in pace, primo diritto, Il Sole 24 ore 7 ottobre, 2001

DELUMEAU JEAN, Vivere in pace, primo diritto,

 Il Sole 24 ore 7 ottobre, 2001, p


ll senso di sicurezza che ciascuno di noi vorrebbe spesso provare, non è un tema che merita l’interesse degli storici?

Ci si può domandare quale sia stato nella storia il ruolo del sentimento espresso dal termine “sicurezza” (la latina securitas), e si arriverebbe magari a scoprire che questo termine potrebbe servire da “filo conduttore” per un’ampia comprensione del passato, benché tale nozione sia stata misconosciuta da parte della storiografia.

I benefici della securitas sono esaltati in modo pedagogico dal pittore Ambrogio Lorenzetti in un affresco del palazzo comunale di Siena. Eseguendo l’opera che gli avevano commissionato (verso il 1337) i «Nove» che reggevano questa piccola repubblica italiana, l’artista ha evocato con talento e metodo i benefici di un “buon governo”: questo è il titolo dato all’affresco. Grazie a questo “buon governo” la sicurezza regna sia all’interno delle mura che nella campagna circostante. La cinta urbana garantisce la tranquillità. Nelle strade e sulle piazze, uomini, donne e animali camminano senza fretta. Ci si ferma a conversare: alcune ragazze danzano al suono di un tamburello. Nella parte rurale della composizione, i campi sono ordinati, il raccolto terminato, gli animali da soma carichi di fardelli rigonfi. Una scritta spiega: «Senza preoccupazione ogni uomo cammina libero / ognuno per la sua strada / finché questo Comune / conserverà questa Dama (= la Securitas) in sua signoria».

Presto la riflessione politica amplificherà il tema e insisterà in modo crescente sul bisogno di sicurezza e la necessità di meccanismi di sicurezza. Da questo punto di vista, l’apporto di Machiavelli è stato decisivo. Per lui, la ragione prima e fondamentale della costituzione delle società e dei centri urbani è l’impossibilità, da parte degli uomini isolati, di resistere ai loro simili. Egli scrive (nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio): «… agli abitatori dispersi in molti e piccoli parti non pare vivere securi, non potendo ciascuna per sé… resistere a lo impeto di chi li assaltasse; et ad unirsi per loro difensione, venendo il nimico, non sono a tempo,…: talmente che, per fuggire questi pericoli,… si ristringono di abitare insieme in luogo eletto da loro, più conmodo a vivere e più facile a difendere». Ormai si trova stabilito il rapporto tra “sicurezza” e “forza” per difendersi ed è formulata in modo assai chiaro l’idea, divenuta fondamentale per noi, che nello stato di natura ognuno ha come primo obiettivo la sicurezza.

Abbandonando il terreno teologico, Lutero, a sua volta, ha sottolineato la forte necessità dell’autorità civile, senza la quale «nessun uomo potrebbe restare in compagnia di un altro. Inevitabilmente si divorerebbero reciprocamente, come fanno gli animali privi di ragione». Il Riformatore prosegue poi: «(L’autorità civile) difende il corpo di ogni uomo per evitare che chiunque possa strozzarlo. Difende sua moglie per evitare che chiunque possa impadronirsene e violentarla… Difende la sua casa e la sua fattoria… Difende il suo campo, il suo bestiame e ogni sorta di bene per evitare che chiunque li attacchi, li rubi, li saccheggi e li danneggi».

Mezzo secolo più tardi il giurista francese Jean Bodin insegna in modo analogo che lo Stato deve innanzitutto «mantenere i sudditi in buona pace e amicizia reciproca. Ciò è di tale importanza che parecchi hanno pensato che tale era il solo scopo cui deve aspirare il legislatore».

Ancora un po’ dopo, nel 1625, il giurista olandese Grotius definisce lo Stato come «una riunione perfetta di uomini liberi associati per godere della protezione delle leggi e per la loro utilità comune», dato che la società può sussistere solo «attraverso l’amore e la protezione reciproca delle parti di cui essa si compone».

Queste analisi, che si erano moltiplicate da Machiavelli a Grotius, sono all’origine della riflessione politica di Hobbes. Egli ritiene infatti nel Leviatano (1651) che, nello stato di natura, «l’uomo è un lupo per l’uomo» e che la funzione e la giustificazione dello Stato si trovano nella protezione che esso accorda a ognuno contro i propri simili. Se si affida il potere sovrano a un re o a un’assemblea, è affinché questo potere si preoccupi della sicurezza del popolo… «Notate bene, aggiunge, che per sicurezza io non intendo la sola preservazione, ma anche tutte le altre soddisfazioni di questa vita che ognuno potrà acquisire mediante la sua legittima iniziativa…». Il peggior male della vita è l’insicurezza delle persone e dei beni: ecco una scala di valori che la riflessione politica occidentale aveva chiaramente stabilito fin dalla metà del XVII secolo e che sarà nuovamente confermata in seguito.

È rivelatore che Spinoza, come precedentemente Lutero, abbia tenuto due linguaggi diversi a seconda che dissertasse sull’Etica o sull’Autorità politica. Nei suoi scritti su questo secondo tema non minimizza in alcun modo il bisogno di certezza e quindi di sicurezza provato dall’uomo sociale. Chiede allora «di non dimenticare mai l’obiettivo perseguito dalla società organizzata. Questo obiettivo non è altro che la pace e la sicurezza di vita. Di conseguenza il migliore Stato è quello in cui gli uomini vivono nella concordia e la legislazione nazionale è protetta da ogni attacco».

Quanto a Locke egli è d’accordo con Hobbes sul l’origine e la finalità della società politica e scrive: «Anche se (l’uomo libero) possiede molti diritti nello stato di natura, ne gode solo in modo assai precario e costantemente esposto all’usurpazione altrui… Ciò lo dispone ad abbandonare tale condizione di libertà, è vero, ma piena di terrori e di continui pericoli. Non è senza ragione se egli sollecita e acconsente a prendere per associati altri uomini che si sono già riuniti o progettano di riunirsi per salvaguardare reciprocamente la loro vita, le loro libertà e le loro fortune».

Questa era anche l’analisi del grande predicatore francese Bossuet, il che dimostra che essa si basava all’epoca su un vasto consenso. Bossuet scriveva: «…Prima di qualsiasi governo stabilito si trova solo l’anarchia, ossia in tutti gli uomini una libertà smodata e selvaggia, in cui tutti… sono in guerra contro tutti;… in cui, conseguentemente, non c’è né proprietà, né dominio, né bene, né tranquillità garantita, né, a dire il vero, alcun diritto che non sia quello del più forte». Sembra di leggere il Leviatano.

Questi testi invitano a considerare come fatto storico importante e nuovo l’apparizione, nei secoli XVI-XVIII, di una riflessione molto più approfondita che nel passato sulla sicurezza delle persone e delle società, sicurezza che produce nel l’animo dei cittadini un sentimento di tranquillità. Questa riflessione ha impegnato la civiltà occidentale su due percorsi diversi, anzi opposti. Da una parte, ha accompagnato e facilitato il crescere dell’assolutismo. Bisogna infatti stabilire un legame tra la nascita e l’impiantarsi dell’assolutismo del l’Ancien Régime e una crescente esigenza di sentirsi sicuri, almeno da parte delle classi dirigenti dell’epoca. Ci fu allora un rafforzamento della richiesta di ordine. Bossuet esprimeva certo un sentimento largamente condiviso quando scriveva: «L’individuo si sente tranquillo contro l’oppressione e la violenza perché ha nella persona del principe un difensore invincibile e incomparabilmente più forte di tutti coloro, fra il popolo, che tenteranno di opprimerlo… In virtù del suo ruolo, il principe è dunque per ogni individuo un rifugio per porsi al sicuro dal vento e dalla tempesta, e una roccia sporgente sotto cui ripararsi all’ombra in una terra secca e rovente… In una società ben ordinata, le vedove, gli orfani, perfino i bambini nella culla sono forti. Il loro bene viene tutelato». Montesquieu ha ben capito che, per ottenere la sicurezza delle loro persone e dei loro beni, i cittadini potrebbero essere tentati di abbandonare la libertà. Scrive in effetti: «Il solo vantaggio che un popolo libero abbia su un altro, è la certezza provata da ciascuno che il capriccio di uno solo (ossia un monarca assoluto) non gli toglierà beni o vita. Un popolo assoggettato (dunque senza libertà) che avesse tale certezza, bene o mal fondata, sarebbe felice quanto un popolo libero».

In termini moderni, ciò significa che una richiesta troppo forte di sicurezza può sfociare nell’accettazione di una dittatura. Ma l’altro percorso verso cui porta la riflessione sulla sicurezza ha preso una direzione opposta, e in due maniere. In effetti esso ha fatto nascere un atteggiamento critico nei confronti delle ambizioni di conquista che antepongono la potenza alla sicurezza. La Bruyère dichiara, all’epoca di Luigi XIV: «Che serve al bene dei popoli e alla tranquillità dei loro giorni che il principe spinga i confini del suo impero al di là delle terre dei suoi nemici?… Che servirebbe a me, come a tutti,… che la mia patria fosse potente e formidabile se, triste e inquieto, vi vivessi nell’oppressione e nell’indigenza?».

E Montesquieu rincara la dose: «L’aspirazione del cittadino non è vedere la propria patria divorare tutte le patrie,… ma vedere ordine nello Stato, provare gioia nella tranquillità pubblica, nell’esatta amministrazione della giustizia, nella sicurezza dei magistrati,… nel rispetto tributato alle leggi, nella stabilità della monarchia o della repubblica». In questa seconda trafila, opposta alla prima, la riflessione sulla necessaria protezione dell’individuo è sfociata nel rifiuto della violenza arbitraria che proviene da un potere troppo assoluto.

Questo rifiuto si è espresso nei due testi principali che sono stati all’origine stessa della democrazia moderna. Il primo è la «Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti» del 4 luglio 1776. Vi troviamo scritto: «(Di fronte ad una lunga serie di abusi e di usurpazioni» e davanti al l’evidenza di un assolutismo irriformabile, gli uomini hanno il “diritto” e il «dovere… di provvedere attraverso nuove salvaguardie alla loro sicurezza futura».

Il secondo testo è la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo», votata in Francia il 26 agosto 1789, che proclama: «Obiettivo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili del l’uomo. Tali diritti sono la libertà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione». Un proverbio francese attestato nel XV secolo constatava: «Chi non ha la sicurezza non ha alcun bene». Alla fine del XVIII secolo si era terminato di percorrere la lunga via che porta dal fatto al diritto. La “sicurezza” è ormai definita «diritto naturale e imprescrittibile» dell’uomo. Il senso di sicurezza è quindi legittimato.

La messa in opera successiva dei sistemi di sicurezza sociale si è collocata nella logica di questo riconoscimento, che era stato preceduto da lunghi tentativi. La nostra epoca è andata oltre, anche grazie ai progressi della psichiatria. Essa ha in effetti dimostrato, basandosi su numerosi casi, che «il bisogno di sicurezza è fondamentale; (e che) l’essere umano non si sviluppa pienamente nell’inquietudine». Freud ha avuto torto ad affermare che la pulsione principale è la libido. In effetti la principale pulsione è la ricerca della sicurezza. Essa è particolarmente forte nel bambino, il quale dovrebbe trovare nei suoi genitori l’affetto, la stabilità e la sicurezza che gli consentiranno in seguito di stabilire con i suoi simili, fuori dall’ambito familiare, relazioni armoniose, immuni da paura e da aggressività. La sicurezza non è meno necessaria al l’adulto, per il quale essa è premessa per un’azione feconda.

Noi siamo così eredi di una lunga storia che ha dato un’importanza crescente al bisogno di sicurezza. Dalla fine del XVIII secolo esso è stato insieme fondato nel diritto e scoperto nel più profondo della natura umana. La civiltà moderna l’ha collocato al centro delle nostre preoccupazioni e delle nostre legislazioni. I nostri antenati del Medioevo erano certamente più fatalisti di noi e più corazzati di quanto non lo siamo noi davanti alla minaccia dei pericoli quotidiani. Da questo punto di vista noi siamo più fragili e più esigenti di loro. Ma, su scala mondiale, la situazione degli uomini davanti alla sicurezza si presenta sotto aspetti fortemente contrastanti. Da una parte, la sicurezza è diventata un’ossessione, e si fanno processi a chiunque non abbia saputo prevedere il minimo incidente; altrove, l’insicurezza domina e si aspira ardentemente a un minimo di tranquillità interiore. Qui, l’iperprotezione è invadente, là le minacce sono permanenti. Bisogna dunque trovare e reinventare costantemente un difficile giusto mezzo. La storia ci insegna che è necessario per noi tenere insieme e associare due imperativi apparentemente contraddittori: il bisogno di sicurezza e la libertà creatrice. Lo Stato di diritto e il civismo, ossia il rispetto del prossimo, sono le condizioni indispensabili per una sintesi armoniosa tra tranquillità pubblica e democrazia.

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