I PRESUPPOSTI STORICI E SCIENTIFICI DEL CODICE DEONTOLOGICO DELLE ASSISTENTI SOCIALI E DEGLI ASSISTENTI SOCIALI: RIFLESSIONI di Luigi Colombini, 3 luglio 2020

I PRESUPPOSTI STORICI E SCIENTIFICI DEL CODICE DEONTOLOGICO DELLE ASSISTENTI SOCIALI E DEGLI ASSISTENTI SOCIALI: RIFLESSIONI

di Luigi Colombini

già docente di legislazione ed organizzazione dei servizi sociali, UNIVERSITÀ STATALE UNITRE, ROMA, corsi DISSAIFE E MASSIFE

Collaboratore del SUNAS – Redattore di ”OSSERVATORIO LEGISLATIVO SOCIO-SANITARIO SUNAS

INTRODUZIONE

Nell’arco di circa un secolo il Servizio Sociale Professionale, che ha desunto il proprio “sapere” dalle scienze antropologiche, psicologiche, pedagogiche, umanistiche, filosofiche, etiche, giuridiche, che hanno avuto il loro lungo corso nella costante ricerca, analisi, studio, confronto, verifica, strettamente connesse all’evoluzione ed al progressivo “essere” dell’ individuo, dinamicamente inserito nella società in cui vive, secondo quanto affermava il prof. Alessandro Seppilli, è venuto a caratterizzarsi quale scienza sociale applicata che ha definito quindi i propri principi, metodi tecniche proprie dell’ intervento sociale.

Secondo quanto ricordava la Prof.sa Emma Fasolo, Mary Richmond con il suo prezioso saggio “Social Diagnosis” fece uscire l’assistenza tradizionale dalla crisalide di un indifferenziato approccio ai problemi ed ai bisogni delle persone e delle famiglie, per introdurre invece la dimensione “scientifica” nella ricerca e nella affermazione di un metodo professionale tale da incidere effettivamente sulla capacità di risposta delle persone e della società ai problemi ed ai bisogni rappresentati.

E’ in tale contesto che è venuta ad affermarsi la figura del “social worker”, “professionista del lavoro sociale”, che in base ad una preparazione rigorosa, svolge la sua attività professionale e non già dilettantesca, nei confronti della persona, dei gruppi, della comunità.

A tale riguardo è bene sottolineare che la preparazione del “social worker” è stata fin dall’inizio caratterizzata da una base “teorica”, con la acquisizione “macerata” del sapere scientifico nelle materie di studio, e da una base pratica, basata sull’addestramento sul campo e sul tirocinio, e quindi con la traduzione concreta di quanto appreso, assimilato e verificato.

E’ in tale contesto che la sua preparazione si è svolta sulla attenta e competente funzione e sul ruolo del “monitor”, in grado di assistere, guidare, approfondire e discutere con studente/ssa le problematiche scaturite dal continuo rapporto fra teoria e prassi.

Pertanto, la professione si è venuta a configurare quale “servizio” alla persona, ai gruppi ed alla comunità, sulla base del metodo di intervento basato, come è noto, sul case work, sul group work e sul community work.

Il “lavoro sociale”, quindi, impegna l‘assistente sociale sia sul piano professionale – e non intuitivamente oppure per prove ed errori – sia sul piano più intimo della sua personalità, con i suoi valori, le sue credenze, acquisite nel corso della propria formazione.

LA NASCITA DEL SERVIZIO SOCIALE IN ITALIA

Quale premessa indispensabile e fondamentale, va ricordato che nel 1921, secondo quanto riporta la Dr.sa Aurelia Florea nel n. 1/1967 della Rivista di Servizio Sociale, sorse a Milano l’Istituto Italiano di Assistenza Sociale, per la preparazione di segretarie sociali ed assistenti sociali di fabbrica.

Nel 1928, presso l’IPAB S. Gregorio al Celio fu istituita la Scuola Superiore per Lavoratori Sociali, che preparava assistenti sociali destinati a prestare la loro attività nei confronti dei lavoratori dell’industria. E’ nel 1934 che in seno alla Confindustria furono istituiti uffici di assistenza sociale

per la stessa finalità.

L’ONMI nello stesso periodo organizzò specifici “stages” formativi per assistenti sociali destinati a svolgere le loro prestazioni presso i Centri di assistenza dello stesso Ente.

L’impostazione era comunque caratterizzata da una prestazione di tipo essenzialmente burocratico e di accoglimento delle domande per la previdenza o assistenza.

Il salto di qualità nell’evoluzione concettuale ed ideale del Servizio Sociale si è affermato settantacinque anni or sono: infatti nell’immediato dopoguerra, nella concreta prospettiva di ricostruire l’Italia dopo il tetro ventennio fascista e il disastro di un paese distrutto, nel quadro del programma Marshall di aiuti all’Europa (Piano ERP, che in effetti ha avviato la prima consapevolezza di vedere il vecchio continente non più un coacervo di Stati belligeranti, bensì una entità politica tale da prefigurare quella che in seguito, nel corso di cinquanta anni diventerà prima MEC, poi CEE e infine Unione Europea), venne sempre più a imporsi la necessità e l’opportunità di un incontro e di uno scambio fra le migliori “culture” sociali espresse dalla civiltà occidentale e dall’Italia, per promuovere un profondo cambiamento sul piano umano, civile, sociale, economico, connesso allo svolgimento di adeguate politiche di sviluppo.

Non posso non ricordare a tale proposito la preziosissima testimonianza dell’Assistente Sociale Giuseppe Certomà, che già nel 2005 ha pubblicato la storia del rinnovato nascente Servizio Sociale, che in effetti è nato con il “Convegno di Assistenza Sociale” svoltosi a Tremezzo dal 16 settembre al 6 ottobre 1946, promosso dal Ministro dell’Assistenza post-bellica, Emilio Sereni, dalla Delegazione del Governo Italiano per i rapporti con l’U.N.R.R.A. (United Nations Reliew Rehabilitation Administration), presieduta da Lodovico Montini, e della Missione Italiana U.N.R.R.A.

E in tale contesto che il Servizio Sociale, mutuato della esperienza degli Stati Uniti, rappresentò nel panorama sociale ed assistenziale italiano il riferimento fondamentale per l’innovazione ed il cambiamento della società italiana.

E’ il periodo in cui nascevano le Scuole di Servizio Sociale, e, fra queste, Centro di Educazione Professionale per Assistenti Sociali (CEPAS), Ente Nazionale Scuole Italiane di Servizio Sociale (ENSISS), Scuola Nazionale per Dirigenti Lavoro Sociale (SNDLS), l‘UNSAS, l’ ONARMO, con una fioritura di sedi di pensiero e di orientamenti sociali sia laici che cattolici, che erano animati dal comune obiettivo di cambiare e di rinnovare il sistema assistenziale italiano, nel contesto del processo di rinnovamento e cambiamento della società italiana, e di formare i professionisti del lavoro sociale: gli assistenti sociali.

E’ il periodo in cui nascevano Enti che nel loro obiettivo e nelle loro finalità avevano lo scopo di portare avanti politiche sociali innovative (AAII, UNRRA CASAS, ISCALL, ENPMF), e si consolidava un patrimonio di idee e di progetti di sviluppo civile e sociale che annoverava nelle loro fila intellettuali, filosofi, politici, imprenditori, operatori quali Aldo Capitini (con i suoi Centri di Orientamento Sociale), Adriano Olivetti (con i Centri Sociali), Maria Josette Lupinacci (con i Centri Sociali ISCALL), Guido Calogero e Maria Calogero Comandini (CEPAS), Leandro Canestrelli (SNDLS),Adriano Ossicini, De Menasce, per citare i più importanti.

Nello stesso periodo, sull’onda di una profonda consapevolezza della capacità di cambiamento e di progresso civile e sociale che aveva il suo fondamento nella Costituzione della Repubblica – che in effetti tracciava con grande lungimiranza il quadro delle politiche delle tutele dei diritti e delle opportunità per garantire il superamento delle disuguaglianze ed affermare la giustizia sociale – nacquero e si svilupparono molteplici riviste di studio e di confronto ideale, filosofico e politico sul Servizio Sociale, fra le quali:

  • Bollettino Italiano del Servizio Sociale, Roma;

  • Centro Sociale, del CEPAS, Roma;

  • Esperienze Sociali, Palermo;

  • La Rassegna di Servizio Sociale, dell’ONARMO, poi EISS, Roma;

  • La Rivista di Servizio Sociale, dell’ISTISSS, Roma;

  • Servizio Sociale, sezione regionale lombarda dell’ASNAS, Milano;

  • Assistenza d’ Oggi, dell’AAI, Roma.

E’ in base a tale quadro ideale e concettuale di riferimento che pertanto, con l’apporto di scienziati e studiosi del “sociale” che è venuto a sostanziarsi il Servizio Sociale in Italia.

L’ANALISI CRITICA DEL SERVIZIO SOCIALE

In tale contesto e in base all’esperienza concreta di lavoro sul campo, ed anticipando tutte le altre professioni che negli anni successivi si aggiungeranno (sociologi, psicologi, educatori professionali, pedagogisti sociali, ecc.), si ritiene necessario delineare un approccio critico e di confronto sulla natura stessa del Servizio Sociale: infatti, a differenza delle professioni consolidate da tempo nell’ ambito sanitario, giuridico, formativo (che dà risposte circoscritte al proprio ambito professionale), il Servizio Sociale si è caratterizzato sia nel suo eclettismo, sia perché opera prendendo in considerazione tutti i fattori, sociali, psicologici, economici, che influiscono nella vita della persona, della famiglia, dei gruppi sociali, della comunità, per perseguire l’ obiettivo del ben-essere e dello star bene insieme da parte della persona, dei gruppi, della società, come già ebbe a sottolineare W.A. Friedlander sessanta anni or sono.

Un aspetto ulteriormente fondamentale da considerare nel Servizio Sociale è il suo essere “dualistico”: non assiste solo ed unicamente persone, famiglie, gruppi, ma si adopera anche per migliorare e far progredire la società sulla base della ricerca sociale e del lavoro di organizzazione e sviluppo della comunità.

Si richiamano in proposito saggi e considerazioni apparsi sulla Rivista di Servizio Sociale, che si ritengono particolarmente significativi.

Il Prof. Ferrarotti, uno del maggiori studiosi in materia, ha sostenuto che il Servizio Sociale svolge un ruolo cruciale, in quanto servizio pubblico, che si propone sostanzialmente di rendere autonomo l’individuo nella risoluzione dei suoi problemi; la condizione ineludibile riguarda la questione fondamentale del rapporto fra servizio sociale e policy makers, o strutture del potere, e quindi fino a che punto può ritenersi autonomo rispetto alle politiche dell’Ente.

Nel corso dei costanti approfondimenti e confronti che si sono susseguiti nel corso degli anni, la prof.sa Dal Prà Ponticelli nelle sua “Riflessioni sulle basi teoriche del servizio sociale: l’approccio cognitivo-umanistico o del problem- solving”, (Rivista di Servizio Sociale n. 3/95) ha puntualizzato con assoluta chiarezza il ruolo e la collocazione del Servizio Sociale nel sistema assistenziale italiano, partendo dalla affermazione del metodo originario tipico del Servizio Sociale: conoscere-valutare-decidere-agire-verificare.

A tale efficacissima e preliminare nota metodologica, segue la definizione degli strumenti operativi, che poggiano su tre elementi fondamentali: la relazione di aiuto; il lavoro amministrativo; il lavoro di rete.

Quale approfondimento critico sul Servizio Sociale si sottolinea il saggio di D. Cordaz (Rivista di Servizio Sociale n. 4/04) “La soggettività dell’assistente sociale nell’attuale dinamica dei servizi” frutto di una ricerca sui Diplomati in Servizio sociale presso l’Università di Pisa, si pone la domanda cruciale dell’essere Assistente Sociale attraverso l’analisi dell’impatto con i servizi e del suo modo di collocarsi in relazione al nuovo scenario delle politiche sociali scaturito dalla legge quadro del sistema dei servizi ed interventi sociali, che conducono alla ridefinizione del Servizio Sociale ed al ruolo degli assistenti sociali. Viene rimarcata l’esigenza del Servizio Sociale di attrezzarsi nell’ambito delle prassi lavorative di flessibilità organizzative ed operative, attraverso una più consistente elaborazione metodologica che privilegi il lavoro di rete, propria del Servizio Sociale. Emerge quindi la necessità di riconsiderare il lavoro dell’assistente Sociale sia sul piano dell’agire professionale, nel rapporto con l’utenza, sia sul piano organizzativo-gestionale, nelle responsabilità organizzative. L’organizzazione passa attraverso “l’appartenenza organizzativa, intesa quale relazione dinamica da gestire attraverso una continua ricerca di compatibilità fra valori e scopi del Servizio Sociale e quelli dell’organizzazione e attraverso lo sviluppo di strategie di negoziazione fra l’organizzazione, il territorio e la persona”; in tale contesto le risorse assumono un valore fondamentale, e l’utente stesso diventa protagonista del proprio processo di cambiamento.

L’ AFFERMAZIONE DEL SERVIZIO SOCIALE ED IL CODICE DEONTOLOGICO

Con la legge n. 84/93 che ha riconosciuto la professione dell’ Assistente sociale e istituito l’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, per merito dell’ Assistente Sociale Paola Rossi, prima Presidente dell’ Ordine e prima segretaria del SUNAS, l’approccio cognitivo-umanistico del Servizio Sociale sviluppatosi nel corso degli anni, si e quindi connesso ad una dimensione amministrativo-organizzativa che proprio in ragione del riconoscimento della professione, ha portato alla definizione del Codice Deontologico.

A tale riguardo si avanzano alcune osservazioni che si ritiene possano essere giovevoli alla sua concreta osservanza.

  • Il Codice si caratterizza fondamentalmente nel suo obiettivo di determinare, con attenzione al “mos”, alla “dignitas” e al “decus” il comportamento “professionale” delle Assistenti Sociali e degli Assistenti Sociali nel rispetto dei principi, dei metodi e delle tecniche del Servizio Sociale Professionale che, a differenza delle altre professioni ordinate (psicologi, infermieri, avvocati, ecc.), si caratterizza fin dall’inizio sulla base di principi fondamentali che vanno chiaramente enunciati:

  • Il principio della accettazione, che richiede anche la predisposizione a porsi al fianco della persona, a rassicurarla, promuovendo un processo di empatia (εμπαθεία), che porta poi all’instaurarsi di un rapporto di fiducia, basato sulla convinzione che ogni persona ha una sua dignità e un suo proprio diritto di realizzazione e di affermazione, nel contesto sociale in cui vive;

  • Il principio della comunicazione interpersonale, che pone l’Assistente Sociale in parità con la persona, tale da promuovere un rapporto di interazione positiva;

  • Il principio della individualizzazione, così che l’A.S. si pone professionalmente nel rapporto con la persona considerando l’ unicità della situazione rappresentata e le singole modalità di affrontarla;

  • Il principio del segreto professionale, peraltro sancito dalla legge 109/2001, per la tenacia e l’ impegno dell’ Assistente Sociale Paola Rossi;

  • Il principio della conoscenza di sé, e quindi la assoluta consapevolezza della propria personalità, della necessità, se esistono o permangono, di superare un approccio basato sulla superficialità, sui pregiudizi (gli idola di Ruggero Bacone),e la altrettanta consapevolezza della supervisione e guida sul lavoro, da rivendicare quale servizio di assistenza. A tale riguardo si sottolinea che il prezioso apporto di M. Dellavalle che ha trattato la complessa problematica del “Piano di supervisione”, nel quale ambito è assolutamente opportuna la legittimazione e la valorizzazione della funzione di supervisore, sia attraverso “il riconoscimento all’interno delle realtà operative che tramite adeguate risposte alle domande formative emergenti”.

Pertanto il Codice Deontologico trova i suoi propri fondamenti nei principi, nei metodi e nelle tecniche del Servizio Sociale Professionale, e quindi dovrebbe caratterizzarsi nella sua funzione di guida e di orientamento per i professionisti del lavoro sociale ossia le Assistenti Sociali e gli Assistenti Sociali, tenendo conto, in estrema sintesi, dei loro i doveri professionali e sociali nel rapporto con loro stessi, con la società, con l’ ambiente in cui vivono.

CONCLUSIONI

Avuto riguardo allo stesso modo di nascere, di vivere e di consolidarsi del Servizio Sociale, il Codice deontologico, avviato da Paola Rossi, ha avuto la sua conclusione nella più recente rielaborazione.

Una riflessione conclusiva porta alla constatazione che dopo settanta anni il Servizio Sociale va inquadrato quale asse fondamentale per le politiche di sviluppo e di investimento sociale nel paese, e quindi a sua volta basato su principi ed azioni scientificamente approfondite e condivise, nella consapevolezza che in ogni caso è necessaria, anche alla luce del Codice deontologico, una sua strutturazione ad esso adeguata, secondo parametri logistici ed organizzativi che lo portano ad essere sempre più efficace ed incisivo nel quadro della costruzione di un welfare nazionale e locale.

Nel breve excursus che abbiamo delineato, da intendere quale contributo al dibattito, ci fa piacere ricordare che la Biblioteca di Servizio Sociale dell’ISTISSS raccoglie, nel corso di sessanta anni, le specifiche pubblicazioni, saggi, studi, sul Servizio Sociale Professionale assolutamente unico e prezioso.

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